“IL GATTO PIACE A TUTTI, AI POETI, DI PIÙ" - IL "GATTOLICO" PRATICANTE ALBERTO MATTIOLI: "LA LETTERATURA SENZA GATTI SAREBBE UN ERRORE. NE SCRIVE GIÀ ERODOTO DESCRIVENDO QUELLI EGIZIANI, ADORATI (GIUSTAMENTE) COME DIVINITÀ, MA CHI SDOGANA DEFINITIVAMENTE IL GATTO È IL SETTECENTO ILLUMINISTA, SPAZZANDO VIA LE VECCHIE SUPERSTIZIONI, E NELL'800 IL GATTO ENTRA IN CASA. IL MICIO COME ANIMALE DA COMPAGNIA È UN'INVENZIONE DELLA BORGHESIA, MA CHI LI CANTA SONO I POETI ‘MAUDIT’. OVVIAMENTE, BAUDELAIRE. NESSUNO COME LUI HA SAPUTO DESCRIVERE GLI OCCHI DEL GATTO. FLAUBERT FA IL CONTROCANTO IRONICO NEL SUO ‘DIZIONARIO DEI LUOGHI COMUNI’: ‘CHIAMARLI TIGRI DA SALOTTO (CHIC)’”
Estratto dell’articolo di Alberto Mattioli per “la Stampa”
«Così io mi volgo, o bella gatta, in questa / fortuna avversa alle tue luci sante, / e mi sembra due stelle aver davante, / che tramontana sia nella tempesta». Torquato Tasso è rinchiuso all'ospedale di Sant'Anna di Ferrara per aver sfogato la sua mania di persecuzione perseguitando il prossimo. Unica consolazione, due micine: «Lucerne del mio studio, o gatte amate, / se Dio vi guardi dalle bastonate, / se ‘l Ciel vi pasca di carne e di latte, / fatemi luce a scriver questi carmi».
Già. Il gatto piace a tutti; ai poeti, di più. La letteratura senza gatti sarebbe un errore. Ne scrive già Erodoto descrivendo quelli egiziani, adorati (giustamente) come divinità; ma dall'altra parte del mondo li canta anche il Mahabharata, il poema epico indiano, in particolare della strana amicizia fra il gatto Lomasa e il topo Patila, Tom e Jerry indù.
[…] Il Medioevo non è un'epoca particolarmente «gatta», perché la Chiesa diffida di un animale presunto demoniaco. […] La riscossa inizia con l'epoca moderna. Il gatto infila gli stivali, anche se non è sicuro chi l'abbia calzato per primo: di certo non Charles Perrault, la cui versione della favola rimane però la più celebre.
Prima, ci sono Giovanni Francesco Straparola (cognome azzeccatissimo per uno scrittore) nelle sue Piacevoli notti (1553) e Giambattista Basile nel Pentamerone (1634); dopo, un'infinità di autori, compresi i romantici tedeschi come i fratelli Grimm o Ludwig Tieck.
Sempre nel XVI secolo, irrinunciabile per noi gatto e teatro dipendenti è un capolavoro come la Gattomachia di Lope de Vega (1634), dove l'avventuroso gatto Marramachiz, a cavallo di una scimmia, parte alla conquista della leggiadra gattina Zapachilda, corteggiata però anche da Micifuf, «per la pompa, la coda e il vigore / celebre in ogni parte» Ma chi sdogana definitivamente il gatto è il Settecento illuminista, spazzando via le vecchie superstizioni.
Se Luigi XV non è solo il re cristianissimo ma anche un re gattolico (adorava gli angora), il primo vero studio su questo capolavoro della natura risale al 1727, autore François-Augustin de Paradis de Moncrif e titolo interminabile: Histoire des Chats: dissertation sur la préminence des chats dans la societé, sur les autres animaux d'Égypte, sur les distinctions et les privilèges dont ils ont joui personnellement.
[…]
In ogni caso, è l'Ottocento che il gatto entra in casa. […] Il micio come animale da compagnia è un'invenzione della borghesia. Ma, di suo, il gatto si inquadra difficilmente nell'ordine borghese: troppo indisciplinato, avventuroso, anarchico. «Non ci sono gatti poliziotto», diceva Cocteau.
Dunque, i bravi borghesi amano i gatti, ma chi li canta sono i poeti maudit. E allora, ovviamente, Baudelaire. Nel cuore di ogni gattolico, specie se francofono (anche le traduzioni migliori sono tradimenti) sono stampate le poesie «gatte» delle Fleurs du mal. Nessuno come lui ha saputo descrivere gli occhi del gatto, queste finestre aperte sull'immensità: «Prunelles pâles, clairs fanaux, vivantes opales». Flaubert fa il controcanto ironico nel suo Dictionnaire des idées reçues: «Gatti. Chiamarli tigri da salotto (chic)». […]
Quanto ai romanticismi, nei Mémoirs d'outre-tombe Chateaubriand ne fa parecchi su Micetto, il gatto di Leone XII che, alla morte del pontefice, viene affidato all'ambasciatore di Francia, appunto il visconte. […]
Riciccia però il gatto gotico e horror, in certi racconti di E.T.A. Hoffmann, nel Gatto nero di Edgard Allan Poe (1843), fino a Behemot, il grosso grasso gatto, ovviamente nero pure lui, che accompagna come paggio e giullare Satana-Woland nel capolavorissimo di Michail Bulgakov, Il maestro e Margherita.
Dall'altra parte stanno i gattolici credenti e praticanti che, a differenza di quel che spesso si crede, sono ambosessi. Da una parte, Colette (La gatta), Elsa Morante (Canto per il gatto Alvaro) o Doris Lessing (Gatti molto speciali); dall'altra, Hemingway, Kerouac, Bukowski. Intanto Il gatto che se ne andava da solo di Kipling diventa modello del self-made-cat vittoriano.
Lewis Carroll celebra l'enigmatico sorriso del Gatto del Cheshire nel Paese delle Meraviglie, e T.S. Eliot pubblica l'Old Possum's Book of Practical Cats, da cui poi il mitico musical Cats con la sua hit Memory che ogni volta ci fa sciogliere come un calippo al sole.
Dal Cile (Ode al gatto di Pablo Neruda) al Giappone (Io sono un gatto di Natsume Soseki) il gatto celebra un trionfo global, benché Truman Capote, in Colazione da Tiffany, si dimentichi di dargli un nome. […]
charles baudelaire immortalato da nadar
il gatto nero
gatto nero
luigi xv e la sua favorita
charles baudelaire
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GATTO 5
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Edgard Allan Poe





