cesare gianni de michelis

CESARE DE MICHELIS NEL RICORDO DEI ''SUOI'' AUTORI - TAMARO: ''ERA COME ME UN CAVALLO PAZZO, CAPACE DI GALOPPARE FUORI DAL GIÀ LETTO'' - MASSIMO FINI: ''GLI DISSI 'TU NON MI PUOI PREMORIRE, PERCHÉ LA MORTE DI UN EDITORE NON FA AUMENTARE LE COPIE, QUELLA DELL' AUTORE SÌ' - PAOLO ISOTTA: '' NON FACEVA NULLA PER CELARE IL DISPREZZO CHE NUTRIVA PER TANTI. LA CONVERSAZIONE CON LUI ERA UNO DEI PIÙ RARI PIACERI'' - LANGONE: ''LE ULTIME FRASI GIÀ ALLORA MI COLPIRONO, E A RILEGGERLE ORA MI SI ACCAPPONA LA PELLE...''

1. DE MICHELIS, L' EDITORE CHE RISPETTAVA GLI SCRITTORI

Massimo Fini per ''il Fatto Quotidiano''

cesare e luca de michelis marsilio

 

È molto difficile, anche per me che lo conoscevo da moltissimi anni, parlare e descrivere una personalità complessa e, all' apparenza non facile come quella di Cesare De Michelis.

È difficile anche perché mi viene un po' di groppo in gola: era uno degli ultimi amici della mia generazione che mi erano rimasti. Naturalmente sapevo che era malato da tempo, una malattia cui cercava di resistere con tutte le sue forze. Gli avevo telefonato pochi giorni fa e l' avevo sentito ancora tonico.

 

C' eravamo lasciati con l' eterna promessa di rivederci a Milano e fare le solite chiacchiere in cui non eravamo d' accordo quasi su nulla. Lui era un "relativista" e mi prendeva garbatamente in giro per le mie certezze. Ora non ci rivedremo più, né a Milano né in qualsiasi altro luogo, perché siamo entrambi dei "non credenti", io, almeno, l' ho sempre interpretato così.

 

L' avevo conosciuto moltissimi anni fa nell' ambito del Premio Berto di cui eravamo entrambi giurati. In quella giuria c' ero capitato per puro caso. Lo aveva voluto la moglie di Berto perché pensava, non so quanto a ragione, che in un' intervista fatta a Berto sulla terrazza della loro bella casa romana, in uno splendido pomeriggio di giugno, avessi in qualche modo ridato fiato e un po' di vita al marito, ammalato di quel cancro di cui morirà pochi mesi dopo. All' epoca del Premio Berto io pubblicavo con Mondadori.

 

Gianni e Cesare De Michelis

De Michelis mi faceva un discreto filo ma io lo ignoravo. Quando Mondadori fu presa da Berlusconi, per non sentirmi fare la solita accusa che attaccavo il rais di Arcore ma poi prendevo soldi da lui (altri sono stati più disinvolti), accettai l' offerta di Cesare. Ed entrai in un altro mondo, editorialmente e umanamente. Per De Michelis, per quanto fosse un editore abile come in cinquant' anni di professione ha dimostrato, il libro non era un "prodotto" ma qualcosa di diverso e di più.

 

MASSIMO FINI

Come i suoi autori e collaboratori non erano semplicemente dei numeri. C' era in Marsilio un' atmosfera quasi familiare. Lui era un finto burbero che cercava di mascherare una chiusa timidezza.

 

Era un uomo di una cultura sterminata, bastava entrare nella sua casa con una libreria mi pare di 80mila volumi, letti o comunque consultati. Ma non per questo noioso e pedante. Conosceva l' ironia e l' autoironia. Al suo livello culturale ho incontrato solo Pasolini e Giovanni Spadolini (solo che Spadolini, buonanima, era pedante e noioso).

 

Con la Marsilio siamo andati sempre benissimo e in crescendo. Ma quando con l' intuizione di pubblicare i giallisti svedesi, Mankell e Larsson, che portarono la Marsilio in una dimensione economica diversa e io divenni un autore, diciamo così, di "seconda fascia", il suo atteggiamento nei miei confronti non mutò. Al contrario.

 

MASSIMO FINI

Nel 2016, intuendo che era alla fine, mi fece il regalo (perché di regalo si tratta, non so quanto ci abbia guadagnato) di pubblicare con La modernità di un antimoderno una parte della mia opera omnia, replicando poi due anni dopo, nel maggio del '18, con Confesso che ho vissuto, quando lui, come capiva benissimo, era agli sgoccioli. Per alleviare un po' le cose negli ultimi tempi gli dicevo scherzando: "Tu non mi puoi premorire, perché la morte di un editore non fa aumentare le copie, quella dell' autore sì". Di Cesare mi piace ricordare due aneddoti minori.

 

 Due anni fa tenne a Mogliano Veneto una lectio magistralis su Berto così affascinante che anche la mia segretaria, Nadia, ne fu presa e quasi se ne innamorò. Io dovevo intervenire subito dopo e non sapevo come avrei potuto reggere il confronto. Me la cavai con i soliti trucchetti da giornalista. De Michelis non ha mai scritto niente di suo. Era un regista, non gli piaceva comparire e questo stava nella sua natura sostanzialmente schiva. Ci sono però un paio di eccezioni. Libri brevissimi scritti in un italiano straordinario, difficile da trovare oggi.

 

Cesare De Michelis

Uno riguarda la storia della sua famiglia, l' altro, Gazzetta, l' ho letto proprio quest' estate.

Ne viene fuori, oltre a una cultura minuziosa espressione però di un atteggiamento mentale più vasto, che, in origine, in qualsiasi lingua i gazzettieri, i novellatores godevano fra il pubblico di una pessima fama, del tutto meritata.

 

Allora il popolo, a differenza di oggi, non si faceva infinocchiare tanto facilmente. Non so se questo disprezzo per i giornalisti appartenesse anche a De Michelis. Non direi perché, con la misura che gli era consueta, in quel libretto cerca anche di salvarci. Ma racconto questo per dire, senza false modestie, che fra me gazzettiere di professione e un uomo come De Michelis correva culturalmente un abisso.

 

Una sera Cesare invitò me e mio figlio a casa sua, a Venezia.

La sua seconda moglie, che credo sia stata determinante per la sua vita, non c' era. Fece tutto lui e assecondò anche mio figlio che per una qualche sua bizza voleva un succo di pomodoro diverso da quello che lui aveva preparato. Insomma era un uomo dai modi semplici, anche se non semplice. Ci mancherai, mi mancherai, Cesare.

CLAUDIO SICILIOTTI CESARE DE MICHELIS LUIGI BRUGNARO

 

 

2. LA SUA CASA DI CARTA A DORSODURO: RIFUGIO DI LIBRI E DI SILENZIO

Paolo Isotta per ''il Fatto Quotidiano''

 

Per fortuna Cesare De Michelis è morto nel sonno, senza accorgersene. Parlarne, per noi che restiamo, è un dovere di testimonianza.

Culturale, affettiva.

 

Veneziano, era professore di letteratura italiana all' Università di Padova. Nel 1965 egli e il fratello Gianni rilevarono la proprietà della casa editrice nata nel 1961. Il nome è un meraviglioso programma. Marsilio, padovano, l' autore del Defensor pacis, considerato dalla Chiesa acerrimo nemico, è uno dei fondatori del pensiero politico moderno e della stessa moderna democrazia. La Marsilio è la casa editrice italiana che più di ogni altra ha il culto della libertà. Non solo per il fatto di ospitare voci libere, ma anche per quello di garantire libertà di espressione a scrittori diversissimi fra loro.

paolo isotta

 

La casa editrice egli l' ha fatta sopravvivere e prosperare. Un colpo di genio di parecchi anni fa fu per esempio l' acquisizione dei gialli scandinavi. Un mondo! Se si pensa all' angustia dei vari commissari Ricciardi e roba simile, che oggi rappresentano il cosiddetto noir Ma non solo. De Michelis fu capace di convivere con la Rizzoli.

 

Poi chi la reggeva la mandò allo sbaraglio, essa andò alla Mondadori e lui e Gianni ebbero il coraggio di ricomprarsela, la Marsilio, di tasca propria. Oggi pochi imprenditori rischiano del loro, mi pare. Adesso - è cosa dell' ultimo anno - Cesare è riuscito a costituire un' alleanza con la Feltrinelli, che ha la migliore rete distributiva italiana.

 

PAOLO ISOTTA

Mi auguro che adesso che non c' è più qualcuno rilegga, o legga i suoi libri. Della letteratura aveva una conoscenza sterminata: credo fosse il più importante nostro settecentista. Ma la conoscenza si congiungeva all' amore. Egli amava la letteratura con una violenza quasi fisica; e questa si congiungeva con un' ironia tipicamente veneziana. Nella sua conversazione sentivi Folengo e Goldoni. C' era lo spirito pieno di bonomia di Cesco Baseggio e, a volte, il duro sarcasmo di Foscolo.

 

Cesare non faceva nulla per celare il disprezzo che nutriva per tanti. La conversazione con lui era uno dei più rari piaceri che si possano avere.

Ormai sarà per me uno dei più eletti patrimoni della memoria. E torno all' uomo di cultura.

il canto degli animali paolo isotta-208x300

Abitava, con la sua Emanuela, in una casa di quella parte di Venezia ancora un po' agreste, Dorsoduro. La mia preferita. È un luogo abitato dal silenzio.

 

Una specie di casa colonica, anzi una coppia di case coloniche. La seconda, adibita solo a biblioteca. La prima, fra i libri qualche angusto corridoio permette il passaggio. Saranno centomila libri, acquisiti non per quell' avaro desiderio di possesso di certi collezionisti - il possesso fine a se stesso - ma per l' amore che vi portava. Dovevano essere centomila, più della stessa biblioteca di Giuseppe Galasso.

 

Quando scompare un uomo importante, l' umana vanità porta tutti a raccontare dell' ultima volta che l' hanno visto A vantare l' amicizia che li univa al defunto. È una sorta di appropriazione, a non dire espropriazione. Debbo vincere il timore di apparire ridicolo se racconto che Cesare era per me un amico del cuore, un fratello maggiore. Mi seguiva con occhio severo e insieme pieno di indulgenza.

 

PAOLO ISOTTA LIBRO ALTRI CANTI DI MARTE

Il mio primo libro per la Marsilio uscì nel 2014, ed erano trent' anni che non riuscivo a scriverne uno importante. Negli anni mi sollecitava pazientemente, senza avere fretta.

paolo isotta

Se ho vinto quella sorta di blocco letterario, nato anche dal mio esser allora troppo coinvolto nella critica musicale - quanti anni buttati! - lo debbo a lui. Il suo esempio mi sarà un costante aiuto per le mie prossime opere, da quella in bozze a quelle che scriverò.

Se ne scriverò: oggi viviamo un giorno (carpe diem), mentre discorriamo il tempo invidioso fugge (dum loquimur fugerit invida aetas), e non dobbiamo fondare sulla certezza che altri ne verranno: quam minimum credula postero: dice Orazio, dell' amabile scetticismo del quale Cesare è stato uno degli eredi.

 

 

3. UN CAVALLO AL GALOPPO IN TERRITORI DA ESPLORARE

Susanna Tamaro per il ''Corriere della Sera''

 

Ci eravamo visti qualche anno fa a Cortina. Ero andata lassù a presentare un mio libro e mi aveva invitato a cena a casa sua. Malgrado non ci sentissimo tanto, eravamo rimasti infatti molto legati. Parlare con lui era sempre uno scoppiettante piacere. Non posso dimenticare che è stato proprio Cesare De Michelis a capire per primo il mio talento e darmi la possibilità di pubblicare, dopo dieci anni di continui rifiuti da parte di tutti i maggiori editori.

TAMARO

 

Ormai stavo per desistere, quando Gabriella, moglie del professor Elvio Guagnini, con cui in quel momento lavoravo alla radio di Trieste, mi parlò di una nuova collana per autori esordienti della Marsilio a cui avrei potuto mandare il mio manoscritto. All' epoca gli esordienti non erano molto ambiti dalle case editrici. Anzi, si diffidava fortemente di loro e quella sembrò un' occasione da non perdere. Sembrano essere passati davvero millenni da quei tempi, ora che siamo nell' editoria usa e getta: se non vendi, sparisci.

 

susanna tamaro

Fu Elvio Guagnini a mandare poi La dormeuse eléctronique - così si chiamava l' inedito che lui aveva molto apprezzato - a De Michelis. In tempi relativamente brevi, Cesare mi chiamò per dirmi che gli era piaciuto e lo voleva pubblicare. Dopo di che scomparve per un anno. Pensavo fosse l' ennesimo abbaglio, invece semplicemente aveva avuto un grosso problema di salute che l' aveva obbligato a trascurare il lavoro. Il libro uscì poi nel maggio del 1989, con il titolo definitivo di La testa tra le nuvole. Cesare era, come me, un cavallo pazzo, una persona capace di galoppare fuori dal seminato, del già detto, del già letto, del già provato.

 

Devo a questa sua coraggiosa attitudine l' aver potuto fare il mio ingresso nel mondo della letteratura. Senza di lui, forse sarei rimasta, come ormai temevo, nel limbo degli inediti a vita. Abbiamo anche avuto dei gravi dissapori nel corso del tempo, dovuti al temperamento estremamente combattivo di entrambi, ma, dopo un periodo di allontanamento, ci siamo ritrovati, senza che la nostra amicizia e il nostro affetto reciproco ne avessero minimamente risentito. Cesare De Michelis amava profondamente il suo lavoro, amava la letteratura, amava i libri e, soprattutto, aveva il raro talento di scoprire i talenti. Lascerà un grande vuoto nel mondo editoriale.

Susanna Tamaro

 

 

4. MORTO CESARE DE MICHELIS, CRITICO COL FIUTO DEL BESTSELLER

Camillo Langone per il ''Giornale''

 

Mi piaceva considerarlo un uomo fortunato, non certo per sminuirne gli evidentissimi meriti personali ma perché nell' ambiente intellettuale guai e lamenti sovrabbondano e conoscere un letterato-editore capace di dichiarare una biografia felice mi allargava il cuore.

 

Già nascere a Dolo suona di buon auspicio: paese ameno della riviera del Brenta, pullulante di ville patrizie, a metà strada fra le due straordinarie città in cui si svolse gran parte della non ordinaria vita di Cesare De Michelis, ossia Padova, dove fu professore universitario di letteratura italiana fino al 2013, e Venezia, dove fu editore (anche dei miei libri) fino a ieri. In verità i genitori abitavano in laguna, la madre decise di partorire fuorisede nell' ospedale dello zio primario ma non importa, Dolo resta un ottimo inizio. Dunque bisogna parlare del clan De Michelis, ricco di fosforo e stimoli e libri da molte generazioni. Il nonno Cesare era un pastore evangelico, lo zio Eurialo un narratore che pubblicava per Bompiani e Neri Pozza, la madre Noemi, rara avis, una dirigente d' azienda.

 

LANGONE

Cesare e i suoi quattro fratelli approdarono agli studi universitari forse nel momento migliore della storia dell' istituzione, ovvero poco prima dell' università di massa: tutti e cinque si laurearono brillantemente e tutti e cinque salirono in cattedra subito dopo, a cominciare dal primogenito Gianni, futuro vicepresidente del Consiglio e soprattutto figura epocale degli anni Ottanta.

 

Nell' Italia degli insegnanti precari a vita non ci si riesce a credere. «Iniziammo la carriera universitaria nella convinzione che non c' era lavoro al mondo che garantisse meglio l' indipendenza». Che tempi! E quanta libertà!

 

L' anomalia della cattedra-lampo è preceduta dall' anomalia della tesi: una volta il capo della Marsilio mi raccontò compiaciuto di essersi laureato con una tesi completamente priva di note, privilegio allora riservato ai talenti indiscutibili e oggi, in una università rimbecillita dalla burocrazia, impensabile per chiunque.

 

Oltre che in famiglia, De Michelis fu fortunato anche a scuola: appena ventunenne fondò la rivista Angelus novus con un ex compagno di classe, un certo Massimo Cacciari. Appena ventiseienne, nel 1969, assunse la direzione della Marsilio, casa editrice fondata a Padova da un gruppo di personaggi fra i quali Toni Negri, ehm, per darle la sua impronta e spostarla di 40 chilometri.

 

TONI NEGRI

L' uomo fortunato portò fortuna a Venezia, città dove sono nati gli editori, i tascabili, il carattere corsivo, ma che senza di lui sarebbe oggi un nulla editoriale: «Quando cominciai lo sapevo e non lo sapevo che la Serenissima era stata la patria del libro. Quando vi trasferii la Marsilio da Padova, la casa editrice era pressoché sola e tale in sostanza è rimasta durante questi anni, nel segno di una tradizione che, mi illudo, non ho lasciato si spegnesse del tutto».

 

Umanista e imprenditore, grande veneto, uomo simpatico, editore libero da pregiudizi ideologici: che fortuna averlo incontrato! Non credevo ai miei occhi quando nel 2013 venne a presentare il mio Eccellenti pittori a Follina, provincia di Treviso, nello spazio di Giovanni Gregoletto.

 

Era già acciaccato e il libro non appariva certo cruciale per le sorti della casa editrice eppure venne, credo per amicizia, stima, reale interesse verso il contenuto delle pagine. Ha portato fortuna a molti altri autori non precisamente da classifica che in Marsilio sono stati pubblicati a prescindere dalle prospettive di vendita: grazie al suo fiuto e al suo sincero amore per la narrazione scovava bestseller (Susanna Tamaro, Margaret Mazzantini, Stieg Larsson...) che indirettamente andavano a finanziare libri più difficili.

toni 190x130

 

Mi vengono in mente un paio di titoli di Geminello Alvi, uno dei massimi e massimamente misconosciuti prosatori della nostra lingua, pubblicati per ragioni del tutto extra-commerciali. Ragioni nobilissime: De Michelis, lo si legge nel suo Tra le carte di un editore, teorizzava la necessità di garantire uno spazio ad autori «che abbiano altri interessi e visioni, vale a dire un' idea umanistica della cultura e della vita».

Nell' ultima lezione tenuta all' università di Padova, intitolata «Ascesa e caduta della grande letteratura italiana», si mostrò ben consapevole dello stato pre-comatoso delle patrie lettere eppure non esortò alla resa.

 

Geminello Alvi

Le ultime frasi già allora mi colpirono, e a rileggerle ora mi si accappona la pelle: «Siamo di fronte a una svolta, a un' autentica metamorfosi, a una vera e propria soluzione di continuità che investe non solo la letteratura e impone risposte all' altezza, spregiudicatamente restaurative, nel senso, cioè, di un rinnovamento della tradizione, di un imprevedibile nuovo rinascimento che impegnerà a lungo tutte le nostre, le vostre, risorse. Coraggio, percorrere questa strada ora tocca a voi».

 

 

 

 

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