carlo conti la moglie sal da vinci e la moglie

DALLA BATTUTA "SESSISTA" DI CARLO CONTI ALLA MOGLIE CHE APRIREBBE LE PORTE ALLA VIOLENZA ALLA “CULTURA DEL POSSESSO” NELLA CANZONE DI SAL DA VINCI, SANREMO SI CONFERMA PER L’ENNESIMA VOLTA IL TERRENO PREFERITO DALLE ERINNI FEMMINISTE PER SPARARE CAZZATE: SI SONO LANCIATE IN UNA BATTAGLIA POLITICO-IDEOLOGICA CHE VEDO "TOSSICITA'" IN TUTTO - METTERE NELLO STESSO CALDERONE IL FEMMINICIDIO CON LA BATTUTA CHE IL PRESENTATORE FA ALLA MOGLIE CREA UN LINK PERICOLOSO E FUORVIANTE: SE TUTTO È VIOLENZA, NIENTE PIÙ LO È DAVVERO - PER NON PARLARE DELLA DEMONIZZAZIONE DEL BRANO DI SAL DA VINCI DA PARTE DELLE ORGANIZZATRICI DEL "LILITH FESTIVAL" DI GENOVA - LA POLEMICA PRETESTUOSA SULLE POCHE ARTISTE DONNE IN GARA...

Dagoreport

 

carlo conti e la moglie 34

Una battuta "sessista" di Carlo Conti alla moglie che diventa espressione del “patriarcato” e apre le porte alla violenza; la “cultura del possesso” nella canzone di Sal Da Vinci; la polemica sulle poche artiste donne in gara: Sanremo si conferma per l’ennesima volta il terreno di caccia preferito dalle erinni femministe che perdono la trebisonda e si lanciano in una battaglia politico-ideologica ben lontana dalla realtà.

 

Carlo Conti, riferendosi ai jeans indossati da una ballerina durante l'esibizione di Samurai Jay (jeans che lasciavano vedere tutte le gambe e parte del fondoschiena), si è rivolto alla moglie in platea dicendo: “Senti, mogliettina mia, siccome so che ti piacciono i jeans, quel modello che aveva la signorina, non lo comprare, va bene? Grazie. È pura gelosia!”.

 

Conti è finito nel tritacarne. Gli è stato rimproverato di essere in confusione, visto che dopo la battuta "sessista” ha ospitato Gino Cecchettin per parlare delle vittime di femminicidio.

 

Il conduttore toscano ha provato a spiegare: "Mia moglie ha capito di quali jeans parlavano e ha sorriso insieme a me". E ha poi aggiunto "Leggerezza", a far intendere che era solo una battuta ironica e non un giudizio di nessun genere sul suo abbigliamento o su quello che può (o non può) indossare.

 

Una precisazione che non è bastata alle talebane del femminismo che lo hanno accusato di “ipocrisia” e “cultura maschilista” rimarcando le parole di Gino Cecchettin, ospite sul palco dell'Ariston e trasformato in un ambasciatore delle cause femministe, che ha parlato di come la violenza nasca anche dalla “gelosia” e dalle “battute sessiste”. Alt, fermi tutti, stop!

 

Riconnettiamo neuroni, sinapsi e emisferi cerebrali: si rischia un cortocircuito grottesco.

 

carlo conti e la moglie

Dunque l’uscita di Conti sarebbe l’anticamera della violenza? Mettere nello stesso calderone il femminicidio con una battuta, più o meno infelice, che il presentatore fa alla moglie crea un link estremamente pericoloso. Se tutto è violenza, o potenziale violenza, niente più lo è davvero.

 

L’intransigenza femminista raggiunge un altro picco di involontaria comicità con le organizzatrici del "Lilith Festival" di Genova che sentenziano come il brano vincitore del Festival “Per sempre sì” di Sal Da Vinci sia intriso di "cultura del possesso travestita da romanticismo da tanto al chilo”.

 

E poi ancora: “L’idea che l’amore coincida con appartenenza assoluta e promessa irrevocabile rischia di sovrapporsi a quell’immaginario del possesso che è alla radice di molte violenze”.

 

Ancora? Una demonizzazione ideologica che non tiene conto di come Sal Da Vinci scriva una canzone d’amore (lui precisa anche: “qualsiasi tipo di amore”) alla moglie che, ignara di condividere la sua vita con un pericoloso patriarca, dice candidamente: “Viviamo in simbiosi da 40 anni, siamo l’uno per l’altro amici, fratelli, marito, moglie”. Spaventa così tanto che una coppia possa vivere, e bene, il suo rapporto lontano dalle prescrizioni del femminismo tossico?

 

Ps. Nei giorni scorsi Carlo Conti era stato attaccato per la ridotta presenza di artiste donne in gara, solo 11 su 30. Come se dietro a questa asimmetria numerica ci fosse una misoginia di fondo o una predilezione per i "maschi". Vi pare normale? A Conti allora andava chiesto, con beneficio di buona fede: "Quante donne hanno presentato i loro brani per accedere a Sanremo? E quanti uomini?". Dati alla mano sarebbe stato più semplice capirci qualcosa e magari riconoscere una banale incidenza statistica nelle scelte (se non una voluta discrezionalità pro-uomini). La risposta di Conti è stata: "Sono arrivate meno proposte da parte di artiste donne. Ho scelto io, me ne assumo la responsabilità". Fine della pretestuosa polemica. 

 

carlo conti

L’IPOCRISIA DI CARLO CONTI A SANREMO: DICE ALLA MOGLIE COSA NON PUÒ INDOSSARE, POI OMAGGIA LE VITTIME DI FEMMINICIDIO

Estratti da fanpage.it

 

Carlo Conti, l'uomo di ghiaccio, l'uomo che non si lascia andare, sempre che non lo decida lui, durante la finale di Sanremo 2026 si rivolge a sua moglie Francesca seduta in platea con una raccomandazione sul suo vestiario che, a dirla tutta, lascia una certa perplessità, soprattutto perché a distanza di pochi minuti sul palco dell'Ariston si è parlato delle vittime di femminicidio. Con il padre di Giulia Cecchettin che ha lanciato un messaggio proprio su come la violenza sulle donne inizi anche "quando nei silenzi lasciamo passare quelle battute, quelle battute sessiste".

 

La "battuta" di Carlo Conti alla moglie

carlo conti

Dopo l'esibizione di Samurai Jay, la quota latineggiante di questo Sanremo 2026, che con la sua Ossessione ha fatto ballare l'intero Ariston, accompagnato da ballerini e ballerine, il conduttore guardando la sua dolce metà le dà indicazioni sulle sue future scelte di outfit. Lo spunto parte dagli indumenti indossati dalle ballerine che hanno accompagnato il cantante napoletano nella sua esibizione, le quali indossavano un jeans piuttosto attillato e che lasciava intravedere parte delle gambe. Conti, quindi, scendendo in platea e avvicinandosi alla sua consorte le dice:

carlo conti

 

Senti, mogliettina mia, siccome so che ti piacciono i jeans, quel modello che aveva la signorina, non lo comprare, va bene? Grazie. È pura gelosia!

(…)

 

A distanza di pochi minuti, poi, sullo stesso palco si è voluto dare spazio a un tema che continua a segnare le cronache quotidiane, quello dei femminicidi, in cui un certo tipo di gelosia è già il sintomo di qualcosa che non funziona e che andrebbe controllato, tenuto a bada e di come certe battute sessiste possano essere sintomo della cultura maschilista. Le parole di Gino Cecchettin, ospite sul palco dell'Ariston, rimarcano proprio quel concetto.

 

[La violenza sulle donne] inizia molto prima di quello che pensiamo. Inizia quando scambiamo il controllo con l'amore, quando pensiamo che la gelosia sia necessaria per la nostra relazione, quando non educhiamo il rispetto, quando nei silenzi lasciamo passare quelle battute, quelle battute sessiste, quando usiamo violenza nelle nostre parole. E se ci focalizziamo sull'ultimo atto, perdiamo tutto quello che avviene prima.

 

Cecchettin sembra quindi porre l'accento proprio sulla gelosia e su quelle battute, come quella fatta da Conti alla moglie davanti a milioni di telespettatori, apparentemente innocenti, ma che invece rimarcano una cultura maschilista e patriarcale.

 

(…)

 

carlo conti

SUL PALCO LA BATTUTA SESSISTA DEL CONDUTTORE PRIMA DEL DISCORSO CONTRO LA VIOLENZA DI GENERE

Simonetta Sciandivasci per la Stampa - Estratti

 

Il servizio pubblico da tempo riserva alla violenza di genere il trattamento Miss Italia . E lo ha canonizzato sul palco dei palchi, l'Ariston, nell'ultima sera del festival, quando l'incolpevole Gino Cecchettin, chiamato Giulio (l'emozione, sapete), proditoriamente invitato come ospite della serata, mentre alle sue spalle venivano proiettati i nomi delle vittime di femminicidio dell'ultimo anno,

 

carlo conti

ha detto tutte le cose che ripete da quando ha deciso di dedicare la sua vita al contrasto di un fenomeno che uccide una donna ogni 72 ore, e cioè che contribuiamo ad alimentarlo tutti, anche con gesti che ci sembrano innocui perché li abbiamo sempre fatti e visti fare, e con parole che abbiamo sempre detto e ascoltato.

 

Ha detto, in sostanza, di evitare molte delle cose che, invece, su quel palco, per cinque giorni sono state fatte e rivendicate, in ottemperanza al clima culturale (una parola grossa, mi rendo conto) e politico in cui viviamo immersi.

 

Cecchettin ha detto anche, come sempre dice, che parlare di violenza di genere richiede studio e acquisizione di una consapevolezza e di un linguaggio precisi, come in ogni conferenza stampa tenutasi durante il festival non c'è stato giornalista che abbia mancato di far notare, viste le oscenità proposte all'Ariston, ottenendo in cambio nient'altro che alzate di spalle, cadute dal pero, rivendicazioni di quanto fatto e mostrato (è stato persino proposto che la Rai adotti un codice affinché in televisione si parli di violenza e disabilità come si può e si deve fare, come avviene in moltissime aziende. La risposta è stata all'incirca questa: «Eh?!».

 

Allora, qualcuno è passato a proporre che almeno si scelgano autori più giovani, con una sensibilità più accorta e aggiornata. Risposta: «Altre domande?»). Conti, lo stesso che avrebbe voluto all'Ariston il re delle battute sessiste, Andrea Pucci, quando Cecchettin ha detto «La violenza contro le donne comincia molto prima di quanto pensiamo: quando non educhiamo al rispetto, quando lasciamo passare battute sessiste», ha assentito con trasporto. E, pur vendo detto che il nodo della questione è culturale, la prima domanda che ha posto è stata barbaradursesca, e cioè: come si sopravvive al dolore per la morte di una figlia?

GINO CECCHETTIN

 

(...) Una frase, quest'ultima, simile a quella che solamente dieci minuti prima che Cecchettin arrivasse, Conti ha rivolto, dal palco, a sua moglie (è stata la serata autofiction, con cantanti in gara che hanno prelevato malcapitate madri dal pubblico e le hanno portate a ballare al centro della platea, e conduttrici che davano ai figli la buonanotte ordinandogli di andare a dormire: evidentemente, miete ancora molto consenso mostrarsi dediti alla propria madre e alla cura domestica). Riferendosi a una ballerina che aveva un jeans molto stretto, Conti ha detto: «Senti, mogliettina mia, siccome so che ti piacciono i jeans, quel modello che aveva la signorina… non lo comprare, ecco, va bene? Grazie. È pura gelosia».

 

Lo stridore è stato notato dal pubblico a casa ma non dall'azienda, e meno che mai dai convenuti sul palco: è altamente probabile che Conti non si sia neppure accorto di aver fatto una delle cose che, secondo il suo ospite, sono il presupposto della violenza sulle donne. È ovvio che per lui si tratta sempre di un gioco, e non ha alcuna intenzione di fermarsi a comprendere che, però, si a quel gioco non si può più giocare, meno che mai durante una trasmissione seguita da milioni di persone .

 

GINO CECCHETTIN

(...) Se il navigato conduttore di Sanremo decide di ospitare Gino Cecchettin affinché dica agli italiani che dobbiamo essere uniti nella lotta ai femminicidi, è lecito aspettarsi che ci creda il necessario per fare signoria delle goliardie da spogliatoio e trovi, per far ridere il pubblico, un altro modo, magari anche migliore (saremo anche il Paese che ha fatto vincere Sanremo a un artista che canta l'indissolubilità del matrimonio, ma persino noi non ridiamo più di un marito che dice alla moglie: copriti).

 

In un mondo ideale, la co-conduttrice di Conti, la giornalista del TG1 Giorgia Cardinaletti, avrebbe dovuto e potuto, se non riprendere Conti, aggiustare il tiro, dare al momento con Cecchettin una levatura migliore, e invece, niente. Comincia a diventare complicato capire se questa catena di errori e sciatterie sia parte di una strategia comunicativa imposta oppure, come nel caso della censura di Scurati, sia solo il frutto di adeguamento a una nuova egemonia culturale. A volte ho il sospetto che si propinare spettacoli così scadenti serva a farne scadere le istanze: signore e signori, ci corre obbligo di timbrare il cartellino della quota sensibilità, non è colpa nostra, eccovi servito lo strazio.

 

giorgia cardinaletti

In tutti i casi, è certo che i codici sono cambiati, gli argini sono saltati e il condizionamento reciproco tende a legittimarsi nelle peggiori esternazioni, a spalleggiare le reciproche trivialità, a premiare con matte risate chi adotta comportamenti maschilisti e razzisti, a consentire e consentirsi tutto, come se davvero fossimo tutti reduci da una dittatura decennale che ha imbottigliato l'espressione colorita di sé.

 

LE ORGANIZZATRICI DEL LILITH FESTIVAL

Da genova24.it

 

Le organizzatrici del Lilith Festival della musica d’autrice di Genova, che festeggia nel 2026 la quindicesima edizione fanno notare che la canzone di Sal Da Vinci veicola un messaggio sbagliato in un momento storico in cui il concetto di consenso è al centro del dibattito pubblico e normativo

 

La canzone “ci spaventa − si legge nella nota − a partire dal suo titolo Per sempre sì, e nel suo contenuto: Saremo io e te / Per sempre /Legati per la vita che / Senza te / Non vale niente / Non ha senso vivere / Con la mano sul petto / Io te lo prometto/ Davanti a Dio / Saremo io e te / Da qui / Sarà per sempre Sì / soltanto sì. Crediamo sia un messaggio sbagliatoLe organizzatrici, cantautrici e produttrici di Lilith evidenziano “l’enorme contraddizione emersa sul palco di Sanremo, dove abbiamo visto allo stesso tempo intervenire Gino Cecchettin, padre di Giulia e oggi voce pubblica contro la violenza di genere, e premiare la canzone di Sal Da Vinci.

sal da vinci carlo conti

 

“In quindici anni il Lilith Festival ha dato spazio a centinaia di cantautrici e musiciste e ha collaborato con centri antiviolenza, promuovendo una cultura delle relazioni fondata su pari opportunità, libertà e consenso. Un sì, in amore, non può essere per sempre, al contrario deve essere libero, consapevole, rinnovato in ogni istante e revocabile”.

 

Le organizzatrici si dicono spaventate da come “questa cultura del possesso a ogni costo, travestita da romanticismo da tanto al chilo, possa ammaliare e ottenere punteggi così alti sia al televoto sia da parte delle giurie tecniche.

 

sal da vinci e la moglie

Lavoriamo ogni giorno per mettere in discussione il contesto culturale in cui un messaggio del genere viene recepito, consapevoli che, in un Paese segnato da una lunga scia di femminicidi, l’idea che l’amore coincida con appartenenza assoluta e promessa irrevocabile rischia di sovrapporsi a quell’immaginario del possesso che è alla radice di molte violenze. Possiamo commuoverci per chi lotta contro la cultura della sopraffazione e, nello stesso tempo, premiare una narrazione che ripropone un per sempre senza spazio per la libertà?”

 

Per le organizzatrici del Lilith Festival “Non è una questione di censura, ma di responsabilità culturale. Sanremo non è solo spettacolo: è costruzione di immaginario collettivo. E oggi più che mai abbiamo bisogno di raccontare relazioni fondate su autonomia, reciprocità e consenso, non su promesse eterne”.

sal da vinci

 

sal da vinci

 

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