ELLROY CONFIDENTIAL - “MAI SCRITTO NOIR, I MIEI SONO ROMANZI STORICI - MI PIACE MESCOLARE REALTA' E FICTION: IN "PERFIDIA" RACCONTO L’ODIO PER IL GIAPPONE NEGLI USA DOPO PEARL HARBOR”

Luca Crovi per “il Giornale”

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James Ellroy aveva già dimostrato in passato con romanzi come American Tabloid, White Jazz, Sei pezzi da mille e Il sangue è randagio di sentire stretta l'etichetta di autore di noir o di new hardboiled affibiatagli dalla critica letteraria. Aveva così dimostrato ai lettori che con quei romanzi si poteva raccontare la metà oscura americana reinventando al nero il romanzo storico, mescolando abilmente realtà e fiction.

 

Ora con Perfidia (Einaudi) lo scrittore di Los Angeles si permette di esplorare un altro periodo cupo del suo paese raccontando gli eventi che sconvolsero l'America a partire dall'attacco giapponese a Pearl Harbor e che portarono poi all'internamento negli Stati Uniti di migliaia di americani-giapponesi in campi di concentramento dislocati in California.

 

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Lo stesso Ellroy, seduto in una delle sale del Grand Hotel Sitea di Torino spiega che quando ha iniziato a preparare il suo nuovo progetto: «Era una nottataccia d'inverno a Los Angeles, fredda e buia. Mi trovavo da solo nel mio ufficio a guardare fuori dalla finestra chiedendomi perché ero li e perché non avevo una ragazza, quando ho avuto una sorta di flash. Mi sono visto davanti l'immagine di alcuni americani giapponesi ammanettati nel retro di una jeep militare. Poi quella degli stessi uomini che venivano internati in un campo di concentramento nel 1942.

 

Nel giro di pochi secondi mi sono sentito suggestionato da quelle due immagini e ho avuto l'idea completa di scrivere una nuova quadrilogia che facesse seguito ai cicli che avevo scritto nel passato e che raccontasse l'underworld non solo di Los Angeles ma degli Stati Uniti stessi durante la seconda guerra mondiale. La prima storia doveva essere ambientata in presa reale fra l'attacco a Pearl Harbor e il dicembre del 1941, e doveva raccontare in sequenza 23 giorni di storia. Ed è così che ho fatto».
 

Perfidia è un bellissimo titolo che lei ha utilizzato anche per le edizioni straniere e che rimanda a un brano musicale portato al successo da Glen Miller ma anche da Nat King Cole e Nilla Pizzi...
«Perfidia è uno standard latino americano dell'epoca, nel romanzo costituisce la colonna sonora delle vicende dei protagonisti. È una canzone di straordinaria bellezza che sintetizza bene lo stato interiore dei mie personaggi: perfidia in spagnolo significa tradimento. Tutti tradiscono, vengono traditi o cercano di tradire nella mia storia. Tutti i miei eroi sono innamorati e da questa situazione sono tormentati. Il mondo sta per esplodere, la città di Los Angeles è già esplosa e tutti o bevono o fanno sesso in maniera sfrenata, consumano droga, fumano come turchi e non sono mai rilassati». 
 

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Come ha fatto a recuperare gli eroi dei suoi precedenti romanzi?
«Per potere inserire nella nuova saga i personaggi che avevo presentato nei sette romanzi compresi fra La dalia nera e Il sangue è randagio ho dovuto rileggerli in maniera precisa e quasi ossessiva. Ho dovuto rientrare nelle vite dei miei eroi, ricontrollando le età, gli aspetti fisici, rianalizzando i loro caratteri e per chi era ufficiale di polizia verificando i possibili sviluppi di carriera. Dovevo dare a ognuno un ruolo specifico e significativo per ricollocarlo sulla mia scacchiera narrativa giocando magari su alcuni elementi chiave che avrebbero poi cambiato il suo destino successivo». 

 

Il libro si apre con un messaggio radiofonico rabbioso...

James  Ellroy James Ellroy

«Avevo bisogno di un incipit che in poche pagine riassumesse la situazione politica e sociale della seconda guerra mondiale in maniera chiara e incisiva. Mi serviva per poi procedere in maniera spedita con il romanzo. Nel 1941 alcuni americani, per fortuna pochi, avevano posizioni antisemite dichiarate e potevano ad arrivare follemente a sostenere che fossero stati gli ebrei a scatenare il conflitto. Mi serviva una posizione dura, sbagliata, demenziale che partisse dal torto per preparare il climax di tutta la mia storia dal punto di vista geopolitico».
 

Lei è considerato il padre del nuovo noir americano contemporaneo, non le pesa questa valutazione un po' circoscritta?
«Non ho mai scritto noir in vita mia, trovo che questa definizione sia la più lontana e deviante che si possa dare alla mia letteratura. È una definizione data a sproposito. Io ho sempre scritto romanzi storici. La definizione di noir calza a pennello solo per i film di Hollywood a tema criminale ambientati fra gli anni '50 e '60.

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La nuova tetralogia che ho iniziato con Perfidia è del tutto al di fuori di questa definizione ma lo stesso si può dire dei miei precedenti romanzi. Amo le investigazioni poliziesche e le so raccontare, ma questo non implica che io scriva noir. Per tutto lo sviluppo di Perfidia ho legato inestricabilmente la storia ad eventi neri perché questo è stato lo sviluppo degli eventi, non perché volessi strizzare l'occhio a un particolare genere letterario. Nel mio libro faccio di tutto per confondere le acque e mescolare eventi veri ed eventi inventati. E volontariamente non confesserò mai a nessuno quando ho narrato la verità storica e quando invece me la sono volontariamente immaginata».
 

Ha ricordi personali legati al periodo in cui ha ambientato Perfidia?
«I miei genitori mi hanno raccontato più volte quando ero bambino che in quei giorni del 1941 sentirono centinaia di volte alla radio e per strada una sola ossessiva frase fatta di cinque parole: The Japs Bomb Pearl Harbor, I giapponesi hanno bombardato Pearl Harbor. Quelle cinque parole sconvolsero gli americani e condizionarono la loro successiva reazione. Fu un errore fatale per i giapponesi bombardare Pearl Harbor».
 

È stato semplice scrivere questo romanzo?
«Mi ero fatto in origine una scaletta, ma era di ben settecento pagine. Uno schema serrato che mi veniva da 300 pagine di appunti che avevo preso in precedenza. Per arrivare alla stesura completa del libro ho fatto quattro stesure ogni volta ricorrette perché la prima che avevo scritto non mi aveva convinto».
 

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Come definisce il suo stile?
«Mi piace la danza della scrittura. Le parole che scelgo devono suonare. Mi sento un po' come uno stilista che sceglie di indossare certe parole che non devono essere mai casuali. Possono essere volgari o eleganti a seconda dell'occasione ma devono essere sempre scelte con cura. Voglio che i lettori abbiano un'esperienza densa nel leggere i miei romanzi e cerco il più possibile di fare in modo che attraverso la mia scrittura possano rivivere le stesse ossessioni che ho provato io nel realizzare le mie opere».

 

 

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