filippo facci alla scala con l'ex sovrintendente carlo fontana e moglie

UN DO DI STOMACO! - FACCI ALL’ATTACCO DI MATTIOLI, FUORTES E MICHIELETTO - ‘’GRAZIE A MARIO MARTONE PERCHÉ CI REGALA UNA REGIA ‘NORMALE’ PER L’ANDREA CHÉNIER. DOPO AVER VISTO IL GENIALE ‘DAGO IN THE SKY’ SULL’OPERA CI SENTIAMO VETUSTA RETROGUARDIA DEL VERISMO OPERISTICO, PERCHÉ NON APPREZZIAMO DISCHI VOLANTI, AMMUCCHIATE ORGIASTICHE O BARITONI VESTITI DA GERARCA. E SAREMO INDULGENTI ANCHE CON L’URLATRICE CONTEMPORANEA INCICCIONITA ANNA NETREBKO’’

Filippo Facci per ‘Libero Quotidiano

 

filippo facci selfie

Grazie, regista Mario Martone, grazie per averci regalato una regia «normale» per l'Andrea Chénier di Umberto Giordano che questa sera ci sarà alla Prima scaligera: non l'abbiamo ancora vista, ma sono circolate abbastanza foto nonché qualche racconto dopo la «primina» di domenica.

 

Grazie, regista Martone, per aver ambientato nel tempo che le è proprio (metà Ottocento) quest'opera andata in scena per la prima volta alla Scala il 28 marzo 1896;  grazie per averla concessa a noi vetusta retroguardia del verismo operistico, senza che dischi volanti o ammucchiate orgiastiche o baritoni vestiti da gerarca si incaricassero di farci sentire assolutamente «contemporanei» e «pop» e «global».

opera 4

 

fuortes

Grazie, nondimeno, alla scenografa Margherita Palli e alla costumista Ursula Patzak, e grazie anche alla passione di questo Paese dove l'opera si fa meno e si fa peggio, ormai, ma in compenso è ancora incrostata di un tradizionalismo residuale che almeno non usa le opere - non sempre, cioè - come un fondale per esaltare le stronzate del regista di turno, non le usa, dunque, come colonna sonora di contorcimenti mentali che nulla spartiscono con chi l'opera scrisse.

 

regie di michieletto

Visione museale, la nostra? Già, certo, ma ci accontentiamo, e grazie lo stesso: ecco perché, questa sera, perdoneremo anche le preannunciate ovazioni per l'inciccionito soprano russo-austriaco Anna Netrebko, superstar della lirica nel senso più moderno del termine; ecco perché saremo indulgenti con questa urlatrice contemporanea che sul «bruciava» e sul «mia culla» (si parla dell'aria più celebre dell'opera, «la mamma morta» ) già in passato aveva mostrato seri problemi di intonazione: ma prima comunque l'ascolteremo, e sarà la quinta volta, la vedremo camminare sul «periglio» di un ruolo stavolta non ritagliato su misura per lei, come invece capitò con Donna Anna nel Don Giovanni (2011) e con Giovanna d'Arco di Verdi (2015). 

 

regie di michieletto

Insomma, grazie regista Mario Martone, grazie di aver rappresentato il periodo della Rivoluzione francese utilizzando per esempio una ghigliottina, una banalità che un vero regista contemporaneo non avrebbe perdonato: non quello che, nel 1998 scaligero, rappresentò il funerale di Sigfrido senza Sigfrido (e senza funerale) e non quello che nel 1998, sempre scaligero, eliminò la barca e il cigno dal Lohengrin: che sarebbe come rappresentare Il Signore degli Anelli e non mettere l'anello. Ma queste sono cose da vecchie zie destinate al camposanto, lo sappiamo.

 

MICHIELETTO

E lo sappiamo ancor di più dopo aver visto una recente puntata di «Dago in the Sky», geniale programma dell'inarrivabile Roberto D'Agostino - ciao Roberto - dove il sovrintendente dell'Opera di Roma Carlo Fuortes, il critico Alberto Mattioli (La Stampa) e l'acclamato regista Damiano Michieletto si sono esercitati in quelle che noi riteniamo modestamente - nel nostro piccolissimo - delle cazzate, delle didascaliche ma scorrevoli cazzatelle sulla capacità dell'opera lirica di produrre cultura contemporanea. Ma cazzatelle, beninteso, vincenti.

ALBERTO MATTIOLI 400

 

L'abbiamo vista e rivista, quella puntata. Secondo Mattioli l'opera rimane «pop» ed è «il primo esempio di spettacolo multimediale, inventato dagli italiani... c'è la musica, c'è il teatro, la parola, la scenografia... uno spettacolo globale di inaspettata popolarità». Mattioli, in altre parole, ha scoperto il cinema: o - restando a culture poco pop - ha scoperto il Gesamtkunstwerk wagneriano, l'opera d'arte totale, anche se il Wagner probabilmente si sarebbe suicidato piuttosto che assistere al suo «Anello dei nibelunghi» nella versione di Patrice Chereau del 1976, cioè la regia che inventò le regie contemporanee che poi tanto contemporanee non sono più, visto che sono passati 41 anni.

 

MICHIELETTO 4

Parliamo di quel Wagner - parentesi - a cui la moglie Cosima sopravvisse per ben quarantasette anni passati interamente a preservare l’ortodossia dell'opera: l'osservanza delle tradizioni, la scenografia che non mutò sino agli anni Trenta e con essa la presenza di animali veri (vivi) nelle scene in cui Wagner li aveva previsti. Poi dal 1976 arrivò la regia contemporanea, meno male, e si arriva sino a oggi, con Alberto Mattioli a spiegarci che finalmente «è cominciata la rivoluzione dell'opera, quindi la maniera di farla e soprattutto il pubblico che la frequenta... è diventato uno dei tanti modi in cui raccontare il mondo moderno contemporaneo».

opera 2

 

Il sovrintendente Fuortes, sempre nel programma di Roberto D'Agostino, aggiunge che il pubblico italiano però è considerato tradizionalista, fischia dagli spalti, «difficilmente accetta un'opera dalla dodecafonia in poi». Strano, eh? All'estero, invece, per ascoltare Berio fanno a cazzotti. Ma Fuortes pensa che nell'opera «si debba parlare la lingua dei giorni nostri, non quindi la lingua del tempo in cui opera è stata scritta», altrimenti «si fa una liturgia, la tradizione del presepe, e basta».

PUCCINI IL TRITTICO MICHIELETTO

 

Quindi guardare un vecchio film è presepe, e ci si attacca alle regie perché tutto il resto è immutabile ed esatto: le partiture, i libretti incomprensibili (che i cantanti di un tempo sapevano far comprendere, ma poi sono arrivate le urlatrici) e altre cose intoccabili: ma con la regia in compenso si può tutto, anche distrarre dall'opera anziché servirla. Pensarla diversamente, secondo Mattioli, significa fare «conservatorismo che imbalsama l'opera», perché «l'opera non è un museo, non è una cosa polverosa che si tiene sotto una teca e che si va a guardare ogni tanto come commosso omaggio alla povera zia che l'amava e si commuoveva... l'opera dice che una cosa di ieri che parla all'oggi».

Damiano Michieletto

 

Bene, ma che cosa dice? Chi si incarica di tradurre la visione di grandissimi compositori per restituirla secondo l'uzzolo del presente contemporaneo? Il regista? Beh sì, il regista: secondo il quale - dice Damiano Michieletto - l'opera rappresenta un fare teatro con la musica. Cioè: la musica è quella, non puoi toccarla, tutto il resto sì. Parole sue: «Quando si vuole fare la regia di un opera è come per un pittore, voglio fare tabula rasa e avere la tela bianca di modo che l'approccio, di fronte al materiale, sia vergine».

OPERA DA TRE SOLDI MICHIELETTO 1

 

il barbiere di siviglia di michieletto a parigi

Cioè: c'è della musica cantata a zonzo per un palcoscenico, chi se ne frega di chi l'abbia composta e perchè, del resto è una cosa di ieri che parla all'oggi, e quello che dice oggi lo decide Damiano Michieletto. Se ai giovani piace - qualsiasi cosa sia - allora va bene, perché produce cultura contemporanea. Non è che ai giovani piace per merito dell'autore, per l'ambientazione, per quel suono fisico e non elettrificato a cui intere generazioni non sono assolutamente abituate, non è che piace perché è qualcosa che immerge con inattuale lentezza (ah, la lentezza) nella macchina di un tempo che fu. Macché. E' tutto merito delle regie contemporanee. E allora grazie, regista Mario Martone, per la tua vecchiezza. A questa sera.

FALSTAFF MICHIELETTO 8opera 15opera 14opera 12la presa per l'occulto 8la presa per l'occulto 9opera 13IL FALSTAFF DI DAMIANO MICHIELETTO

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