“A SOLDATI’, QUANTO ME COSTI E QUANTO MAGNI, DUE MILIONI DE BIADA IN UN MESE. CHE C’HAI, UN SILOS AL POSTO DELLA PANZA?” – “FEBBRE DA CAVALLO” COMPIE MEZZO SECOLO: IL FILM STRACULT CON GIGI PROIETTI, ENRICO MONTESANO E MARIO CAROTENUTO È DIVENTATO UN RITO COLLETTIVO, CON BATTUTE ENTRATE NEL LINGUAGGIO COMUNE (“A MAFA', C'HO CERTI CAZZI CHE NEMMENO TU CHE SEI PRATICA LI HAI VISTI MAI”) – PROIETTI RACCONTÒ: “QUANDO USCÌ AL CINEMA, NEL 1976, RIFECE I SOLDI E BASTA. DOPO 15 ANNI COMINCIÒ AD AVERE UN SUCCESSO PAZZESCO, GRAZIE ALLE TV PRIVATE. IO NON HO PRESO UNA LIRA, SENNÒ ERO MILIARDARIO” – MONTESANO: “DURANTE GLI EUROPEI DEL 2000, IL FILM VENIVA MOSTRATO AI GIOCATORI DELLA NAZIONALE PERCHÉ...” – VIDEO
Maria Corbi per la Stampa - Estratti
Se oggi a un ragazzino citi il film Febbre da cavallo, avrà un’espressione assente, ma se pronunci la parola mandrakata, allora le cose cambiano, e afferra il senso della parola: ossia “furbata” ma anche “imbroglio”.
Una parola rubata al dialetto romanesco e indissolubilmente legata alla pellicola firmata dal regista Steno, nel 1976 e uscita nelle sale il 29 ottobre di quell’anno, nell’indifferenza della critica. La storia ha come protagonisti Gigi Proietti, nei panni dell’aspirante attore Bruno Fioretti detto “il Mandrake”, Enrico Montesano in quelli del disoccupato Armando Pellicci, alias “Er Pomata” e Felice Roversi guardiamacchine abusivo interpretato da Francesco De Rosa.
Con uno strepitoso Mario Carotenuto, l’avvocato De Marchis perennemente in bolletta. Improbabile gruppo di amici con il vizio del gioco, irriducibili e squattrinati scommettitori alle corse dei cavalli a Capannelle, l’ippodromo romano sulla via Appia che proprio oggi dedica a questo anniversario una serata amarcord presentata da Enrico Vanzina, figlio di Steno. Suo fratello Carlo, scomparso qualche anno fa, padre del filone goliardico natalizio anni’80, nel 2002 girò il sequel, Febbre da cavallo-La mandrakata sempre con Proietti, Montesano e l’inserimento di Nancy Brilli e Rodolfò Laganà.
Il film quando uscì durò poco nelle sale e furono le tv locali, successivamente, a costruire il mito del film che rende omaggio al trash e a un mondo dove il politicamente corretto aveva tutt’altro significato.
«Quando uscì al cinema, come si dice in gergo, “rifece i soldi” e basta», raccontò Proietti. «Dopo quindici anni dopo cominciò ad avere un successo pazzesco, grazie al fatto che le Tv private, negli stock di film, compravano anche Febbre da cavallo. Ha fatto una carriera da solo. Io non ho preso una lira, sennò ero miliardario. Piano piano sono nati i febbristi, che non sono fan di Proietti o di Montesano, ma sono fan del film».
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Se il cinema d’autore dell’epoca (Novecento di Bernardo Bertolucci, Todo Modo di Elio Petri, Brutti, sporchi e cattivi di Ettore Scola, Io sono un autarchico di Nanni Moretti) affrontava la tensione politica e sociale del Paese,Febbre da cavallo e il cinema disimpegnato erano senza pretese intellettuali e portavano in scena i vizi storici dell’italiano medio tra cui l’arte dell’arrangiarsi senza esclusione di colpi bassi e di truffe. Ossia l’arte della mandrakata, che nel vocabolario è definita come «trovata ingegnosa che permette di risolvere una situazione difficile».
(…) Un ritratto della “romanità”, della disperazione sconfitta a suon di stratagemmi, con una malinconia che vena ogni assurdità e cafonata dei protagonisti.
mario carotenuto in febbre da cavallo
Oggi il film potrebbe essere letto anche come una summa degli stereotipi che disegnano machismo e società patriarcale, ma quando lo si riguarda senza nessuna nostalgia, se non per la bravura degli attori (e di Catherine Spaak) più che un’apologia del maschilismo, appare come una sua resa, mostrando uomini patetici e falliti, anche nelle loro mandrakate. Risate e anche amarezza, con battute che se non sono rimaste nella storia del cinema alto, certamente nel ricordo di molti reduci di quel periodo.
Come la reclame dello spot «Un whisky maschio senza rischio». Ma anche il soliloquio di Carotenuto/ avvocato De Marchis con il suo cavallo “Soldatino”: «A Soldatì, e quanto me costi... ma quanto magni... due milioni de biada in un mese... e che c’hai, un silos al posto della panza?!».
«Durante gli Europei del 2000 Febbre da cavallo veniva mostrato ai giocatori della Nazionale perché si rilassassero prima delle partite», ha raccontato Montesano. Ma in pochi ricordano che inizialmente, il film era stato pensato come una storia drammatica, diretta da Nanni Loy, una denuncia del gioco d’azzardo, con il racconto dei disperati che si rovinavano la vita con i cavalli. Perché è sempre sottile la linea che separa la disperazione da una risata.
febbre da cavallo
IL GIOCO DELLE TRE CARTE NEL FILM FEBBRE DA CAVALLO
ALITOSI FEBBRE DA CAVALLO
steno mostra febbre da cavallo foto andrea arriga
FEBBRE DA CAVALLO STENO
febbre da cavallo


