“SE MI DICONO CHE NON FACCIO RIDERE, NON ME NE FREGA NIENTE” – GENE GNOCCHI FESTEGGIA 40 ANNI DI CARRIERA E SI RACCONTA, DALLA CARRIERA MANCATA DA CALCIATORE ALLA GIALAPPA'S: “A 17 ANNI AVEVO PASSATO LE VISITE MEDICHE PER IL MILAN. MI CHIAMAVANO ‘IL RIVERA DELLA BASSA’ - PAPÀ ERA SINDACALISTA DELLA CGIL E AI MONDIALI DEL '66, QUANDO L'ITALIA PERSE CONTRO L'URSS, CI FECE FARE UN GIRO A RIMINI SVENTOLANDO LA BANDIERA CON FALCE E MARTELLO. VOLEVANO LINCIARCI. MIA MADRE FACEVA LA PARRUCCHIERA. QUANDO ANDAVO MALE A SCUOLA CI FACEVA IL CIUFFO DA ELVIS” – "TEOCOLI DICE CHE SONO ‘METÀ SIMPATICO E METÀ STRONZO’? LUI NON CONCEPISCE NIENTE CHE NON RIENTRI NEL SUO ORDINE DI IDEE” - VIDEO
Estratto dell’articolo di Filippo Maria Battaglia per “la Stampa”
Quarant'anni di comicità lo hanno allenato a scherzare su tutto. «Se mi dicono che non faccio ridere, non me ne frega niente», spiega Eugenio Ghiozzi, alias Gene Gnocchi, seduto nel giardino di casa, a Faenza. Guai però a dirgli che non è bravo a calcio: «Divento matto. A nove anni giocavo già con quelli di terza media, a diciassette avevo passato le visite mediche per il Milan».
E poi?
«In quei mesi abolirono la Berretti, il campionato di squadre under 19. Così andai all'Alessandria, in serie C».
Ruolo?
«Trequartista. Mi chiamavano il Rivera della Bassa. Ero bravo, ma un po' lento. Dovevo scegliere: restare un giocatore di quel livello oppure finire l'università».
Cosa frequentava?
«Giurisprudenza: una facoltà che ti dava la possibilità di trovare lavoro in tempi brevi. Ero il primo di sei fratelli e non volevo pesare sul groppone dei miei, anche se col pallone qualcosa cominciavo a guadagnare».
Suo padre cosa faceva?
«Sindacalista della Cgil: era segretario della Camera del lavoro di Parma. Un tipo bizzarro, ma affascinante. Per dire: aveva sei figli ma si comprò l'Alfa Duetto».
[…] Amava anche lui il calcio?
«Ai Mondiali del '66, quando l'Italia perse contro l'Urss, ci fece fare un giro a Rimini sventolando la bandiera con falce e martello. Volevano linciarci».
Sua madre?
«Faceva la parrucchiera. Quando andavo male a scuola mi metteva sotto uno dei vecchi caschi asciugacapelli che usava per le clienti e mi faceva il ciuffo come Elvis».
Che studente era?
«Me la cavavo. Dopo la laurea diventai avvocato e mi associai a Fidenza con un civilista, Stefano Galli, che voleva rivestire le pareti di testi giuridici. Così foderò tutti i libri che aveva — pure i vecchi abbecedari — con la tipica copertina azzurra delle collane di diritto. Un giorno, davanti a un cliente, ne cadde uno a terra. Si aprì: sulla pagina c'era scritto "Due pere più due pere"».
Una figuraccia.
«Ma Stefano è una bravissima persona. Fu lui il primo a credere in me come comico e a spingermi a presentarmi allo Zelig, lo storico locale di Milano».
Come andò?
«Portai un monologo strampalato su uno che diventa torero facendo il corso della scuola Radio Elettra. Una sera vennero a vedermi Zuzzurro e Gaspare: stavano cercando comici per un nuovo programma, Emilio».
Era il 1989: la presero.
«Mi trovai in tv senza aver fatto praticamente gavetta, accanto a grandi attori come Silvio Orlando e a talenti smisurati come Teo Teocoli».
Proprio alla Stampa, di lei Teocoli ha detto: "Un uomo indecifrabile: metà simpatico e metà stronzo".
«Teo non concepisce niente che non rientri nel suo ordine di idee, ma gli voglio bene, non me la sono presa. Ci siamo divertiti un sacco, aveva la fissa di farmi ridere: veniva nel mio camerino con una finta borsa degli attrezzi, rotolandosi alla ricerca di una presa immaginaria. E ci riusciva: era esilarante».
A Mai dire gol i vostri personaggi divennero proverbiali.
«Quando proposi quello di Ninetta De Cesari – la figlia immaginaria di un giornalista del Processo di Biscardi – Marco Santin della Gialappa's mi disse: "Appena un comico comincia a travestirsi da donna, è l'inizio della fine"».
Fu per questo che se ne andò?
«Mi dispiacque, il successo di quel programma era arrivato anche grazie ai personaggi di Teo e miei».
I comici sono spesso un po' permalosi.
«Certo. E anche fragili e solitari, specie agli inizi. Dopo cambi: ti abitui a considerare le cose con la giusta distanza».
Si consolò col cinema: nel '96 venne diretto da Lina Wertmüller.
gene gnocchi e gabriella golia i vicini di casa
«Giravamo a Casalpusterlengo, d'estate: c'erano zanzare così grosse che facevano le comparse. Il film — Metalmeccanico e parrucchiera in un turbine di sesso e politica — non era granché, ma lavorare con Lina è stato un regalo: bravissima, e anche molto intransigente».
Di pallone sarebbe comunque tornato a occuparsi: con Quelli che il calcio, insieme a Simona Ventura.
«Un'amica, con un grande senso della tv. Alla prima riunione mi disse: "Fai ciò che vuoi, mi fido del tuo talento". Andavamo in onda senza che sapesse cosa avrei fatto: era in grado di gestire l'improvvisazione come poche».
Durante quel programma rischiò di tornare a giocare a calcio per davvero.
«Era da poco scoppiata calciopoli, quando proposi: perché non chiediamo alle società di serie A di farmi giocare cinque minuti? Provai con un po' di squadre, mi tesserò il Parma di Claudio Ranieri e Pepito Rossi. Solo che si salvarono all'ultima giornata e non ci fu spazio». […]
GENE GNOCCHI ALESSANDRO DI BATTISTA
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