GUAI A CHI TOCCA ZALONE! - MARIAROSA MANCUSO INVIPERITA CONTRO ANDREA SCANZI CHE HA OSATO CRITICARE IL COMICO BARESE (“VOLGARITÀ DIDASCALICA”): “DA LUI NON UNA PAROLA SULLA PARODIA. FORSE BISOGNA CONSULTARSI CON LA CORRENTE DEL PD DI RIFERIMENTO PER ESPRIMERE UN’OPINIONE? - QUEI CRITICI CHE GUARDANO ‘CADO DALLE NUBI’ E DICONO DI AVERE RISO UNA VOLTA IN 2 ORE TRANNE POI CONVERTIRSI DI BOTTO AL SECONDO FILM, TEMENDO IL RIPETERSI DELLA SINDROME TOTÒ”...

Mariarosa Mancuso per "il Foglio"

Partiamo senza girarci intorno. Dall'imitazione di Roberto Saviano. Viviamo nel paese del "non l'ho visto ma ne parlo, te lo spiego, quasi quasi ci scrivo su un bell'editoriale" (ultimo caso, le psicologhe Maria Rita Parsi e Silvia Vegetti Finzi interpellate su "Quando la notte", il film di Cristina Comencini vietato ai minori di 14 anni: tutte e tre schierate contro la censura a prescindere; nel frattempo i censori - al cospetto di così autorevoli pensatrici - ci hanno ripensato). Quindi in materia già esiste un ricco catalogo di opinioni orecchiate.

Chi ha sentito dire che Checco Zalone dopo Jovanotti e Giovanni Allevi sta preparando uno sketch su Saviano storce il naso per leso martirio e leso impegno, poi attende il ritorno di Serena Dandini sul divano-format (e si ostina a chiamarlo "programma di satira", che lo dovrebbe passare la mutua... oops! volevamo dire il servizio pubblico). Chi non ha intenzione di guardare Checco Zalone né oggi né mai, né a teatro né in tv, approva la scelta e anzi te la spiega con parole sue (perfino peggio del caso precedente, mette voglia di usare il metodo zanzaresco di Giuseppe Cruciani: contraddirli anche se dicono la stessa cosa che hai detto tu cinque minuti prima).

Chi non riesce neppure a sopportare l'idea di un'accoppiata Zalone-Saviano, prima segnala la circostanza come se fosse roba di tutti i giorni - come se l'Italia fosse diventata un paese di irriverenti, oltre che di poeti, santi, precari e pensionati - poi cambia argomento e fa a brandelli lo spettacolo. Intitolato, con un colpo di genio: Resto Umile World Tour.

Troppe parolacce, perdio. E però avete sentito gli applausi? In platea sanno perfino le parole delle canzoni, cantano in coro "Gli uomini sessuali" (ci saranno gli estremi per un'accusa di omofobia? informarsi presso l'ArciGay). Checco Zalone da solo riempie i Palasport e l'Arena di Verona. A Milano ha fatto il tutto esaurito per due serate. A Bari sono impazziti (per forza, è nato a Capurso, erano tutti parenti e parenti dei parenti, fino al settimo grado). A Firenze pure, però, si tenevano la pancia dal gran ridere: e allora come la mettiamo?

"Il pubblico e la critica civettuola", come scrive Andrea Scanzi sul Fatto Quotidiano, non bastano a incassare con il film "Che bella giornata" quasi quanto "La vita è bella" di Roberto Benigni, classificandosi appena dopo il "Titanic" di James Cameron. I francesi avrebbero fatto a Checco Zalone e al regista Gennaro Nunziante un monumento (come lo hanno fatto a Dany Boon per "Bienvenue chez les Ch'tis"). Da noi, un bel po' di sopraccigli alzati, anche da parte degli addetti ai lavori che distribuiscono Nastri d'argento o David di Donatello.

E dei critici che guardando "Cado dalle nubi" dicono di avere riso solo una volta in due ore. Tranne poi convertirsi di botto al secondo film, temendo il ripetersi della sindrome Totò (e ora non è più come una volta, che bisogna frugare negli archivi polverosi: tutte le nostre sciocchezze sono a portata di clic su Internet).

Andrea Scanzi, sempre lui, in qualità di critico non civettuolo accusa Checco Zalone di "volgarità didascalica" (vorrà dire "volgarità elementare"?) e di essersi guadagnato l'etichetta di comico scorretto sbertucciando gli "intoccabili" Nichi Vendola e Roberto Saviano. Non una parola sulla parodia: fa ridere? fa sbadigliare? scortica? accarezza? lusinga? (o forse bisogna consultarsi con la corrente del Pd di riferimento per esprimere un'opinione?). Basta avere osato - peraltro mettere insieme i due non rende un gran servizio a Roberto Saviano, che invoca l'ordine, il rigore e le manette molto più spesso di quanto faccia il compagno e poeta Nichi Vendola - per suscitare disapprovazione. "Compagni non rispondete alle provocazioni" si diceva una volta, nascondendo la spranga nel giubbotto.

Tocca ripetersi, quindi. Spiegano i teorici - e senza i teorici ci saremmo arrivati lo stesso - che il grado zero della comicità coincide con il malcapitato che scivola sulla buccia di banana. Una piccola sciagura ma pur sempre una sciagura, c'è il rischio di rompersi l'osso del collo. Quindi per definizione la comicità non rispetta nulla: non l'impegno civile, non la lotta contro la camorra, non la vita grama di chi vive sotto scorta, non le minoranze etniche, non le femmine che sono l'altra metà del cielo, neppure le divinità che stanno lassù (nessuna esclusa, giusto per togliere di mezzo l'equivoco: "Io offendo la tua, che sei per la libertà di parola; tu non offendi la mia, che sono per il taglio della mano").

Non è mai garbata, tranne in certi film italiani che non fanno ridere, e che bisogna chiamar commedie sennò il produttore e gli attori si seccano. Dovrebbe bastare, ma c'è dell'altro. Parecchio altro: Checco Zalone è troppo intelligente per mirare alla persona di Roberto Saviano. Mira - con precisione da cecchino - al linguaggio di Saviano, in particolare al suo linguaggio televisivo, più in particolare ancora al suo stile "Vieni via con me".
Mira alle gigantografie che fan da sfondo, al tormentone "perché vi dico questo?", a quel tono serioso da paladino delle giuste cause televisive (dopo che strenuamente Fabio Fazio ha combattuto per andare in onda assieme a te, non sono tollerate leggerezze di sorta).

Mira alla trappola delle "preghiere esaudite" - "si versano più lacrime per le preghiere esaudite che per quelle respinte", ricordava Truman Capote citando Santa Teresa d'Avila). Saviano ha avuto la celebrità che da giovane reporter non osava neppur sognare, ma non una vita normale da trentenne e il successo da godere come se lo gode Paolo Giordano (qualche volta lo si potrebbe ricordare, e magari impegnare Saviano in conversazioni letterarie, senza partire sempre dalla camorra per arrivare alla camorra). Mira alle paginate che Repubblica mette a disposizione di Saviano (con il nome agente che accanto alla firma ricorda la proprietà letteraria).

E pazienza se ogni tanto - è accaduto nel caso di Nicolai Lilin - capita di fare l'elogio dell'educazione criminale. La gigantografia della vittima o del colpevole sul muro, il commento dell'esperto in studio, l'annuncio "ora ascoltiamo l'intercettazione" sono un format. Consunto ma sempre format, e come tale suscettibile di satira. Non c'entrano niente con la persona, i suoi guai, le conversazioni da scortato a scortato con Salman Rushdie, nei saloni dove si assegna il premio Nobel. Dovrebbe essere chiaro, anzi non ci dovrebbe neppure essere bisogno di spiegarlo.

Purtroppo l'unico bipolarismo riuscito in questo paese riguarda la satira: nel senso che ognuno fa battute sulla parte politicamente avversa, e siamo a posto così (tanto l'Europa su questo non ha da ridire). La parodia di Roberto Saviano (lasciamo le imitazioni ai comici di meno talento) è tra i momenti sublimi dello spettacolo Resto Umile World Tour, assieme allo sberleffo canterino a Don Verzé (sgridato al telefono da Berlusconi, perché tra tante ricerche non ce n'è mai una utile a risollevare l'ormai cedevole orgoglio virile) e alla canzone benefica "Maremoto a Porto Cervo". Sì, c'è anche Nichi Vendola con l'aureola e la falce e martello in oro applicate sulla tunica bianca, che entra in scena sulle note di Jesus Christ Superstar (l'aureola di lampadine di accende a ogni "s" e per provarla viene buono "se solo lo sapessi io sussulterei"). Sì, ci sono anche un paio di canzoni brasiliane da sballo.

Facciamola breve, si ride per due ore e il giorno dopo resta la mascella dolorante. Certo, è pieno di parolacce e scurrilità. Allegre e felici, pronunciate a piena voce o sussurrate in musica come farebbe Checco dei Modà, uno stile canzonettistico che deve al Maalox più di quanto debba al pathos: "Crampi, dal mio culo tra un minuto sono tuoni e lampi". Per i principianti e per i timidi - iscritti al corso Zalone 101 - ci sono le variazioni su Chopin andate in onda alla Radio Svizzera, Rete 2: il canale che propone cultura e musica classica, per intenderci. Dove Checco Zalone, presentato come vincitore del concorso pianistico "Chopin suonato con l'organetto Bontempi" racconta episodi poco noti della vita del musicista polacco in terra pugliese.

Nel corso avanzato bisogna dimostrare di conoscere almeno un film di Checco Zalone, preferibilmente "Cado dalle nubi" (il secondo, "Che bella giornata" ha incassato di più, ma a noi è rimasta una nostalgia per il primo, più ruspante e oltraggioso). E bisogna ripassarsi le battute sui gay. "Non è colpa loro se invece della coppia di cromosomi XY hanno la coppia D&G". La battuta ricorda Sacha Baron Cohen in "Bruno": il bambino africano adottato, dopo scambio con l'iPad, ha un abbecedario appeso nella cameretta, dove si legge "A come Armani, C come Chanel, D come Dolce, G come Gabbana).

Menzione speciale per chi ricorda il pugliese di fresca immigrazione a Milano, che usa la cocaina come stucco per riparare il rubinetto del bagno (tanti saggi di sociologia urbana riassunti in una scena fulminea). Lode per chi cita una o più canzoni, anche prese dal vecchio repertorio come "La mazurka della tette grosse", a imitazione dell'orchestra spettacolo Raul Casadei. Le canzonette infatti non sono un intervallo, o un ricordo di Zelig - quando Checco era "quello con la maglietta rosa". Ma un modo per sbeffeggiare in contemporanea due linguaggi: "Me ne sbattu dea ragazza di Ipanema", cantata sulla musica della ragazza di Ipanema, fa godere due volte.

"La taranta del centro destra" non è solo una serie di rime scurrili sui nomi delle ministre. E' anche un atto di giustizia verso una musica che - dice Checco - dopo dieci minuti fa imbestialire, figuriamoci ascoltarla una notte intera come vorrebbero gli assessori al turismo (era la Pro Loco, una volta, almeno il concetto era chiaro). Ce n'è anche per il jazz, certo. Non è vero che lo hanno inventato i neri nei campi di cotone per alleviare le sofferenze della schiavitù. I neri sono stati ridotti in schiavitù DOPO che avevano inventato il jazz. Per punizione. Checco il jazz l'ha suonato e lo conosce, quindi lo può dire: sono come le barzellette antisemite raccontate dagli ebrei.

Lo spettacolo ha la sua band di musicisti - i Mitili Ignoti - e le sue ballerine con ombelico in vista, tanga e pennacchietti da Oba Oba. Molto più carine, eleganti, brave a cantare: si chiamano "Seconda chance", perché sono le ragazze scartate da Tarantini nei suoi casting festaioli. Il duetto a Cuba - italiano in gita turistico-sessuale, serata rovinata dall'annuncio in tv che "Fidel sta male" - spiega con parole semplici e inequivocabili la differenza tra dittatura e democrazia.

In democrazia uno può scopare quanto gli pare, anche nei giorni di lutto nazionale, mentre le mignotte cubane non la danno per rispetto, quando si ammala Fidel. Rocco Papaleo fa lo speaker, bevendo Cuba Libre: "Non cambiate canale, tanto ne abbiamo uno solo". Fa da cornice allo show la fidanzata di Checco che si vuole far sposare a tutti i costi, mentre lui tira fuori una foto di Henry Ford e spiega: "Le donne sono come le macchine: le esci dal concessionario e valgono il 30 per cento in meno. Lo stesso quando le esci dalla chiesa". Cederà a precise condizioni: "mi preparerai il borsone per andare a giocare a calcetto, e se di notte il bambino mi sveglierà, a piangere sarete in due".

"Maremoto a Porto Cervo" spiega che le canzoni benefiche vengono sempre brutte, giacché si fanno dopo le catastrofi, in fretta e furia. Bisogna farle in anticipo, e Checco offre il suo contributo con la partecipazione straordinaria di Al Bano (quello vero), che tira fuori tutta la sua voce per garantire: "In Sardegna / tornerà la fregna". Non pago di avere corrotto il cantante più per famiglie che c'è con una rima indecente, arriva una specie di double take, la risata in due tempi dei comici americani. Checco si gira verso il pubblico e sussura, in un "a parte": "L'unico in Italia che non sa cosa vuol dire fregna". "Una piaga, una calamità..." sono i compaesani che lo appaludono. Bossi junior detto "Il trota" viene inchiodato alla sua afasia con un siparietto da querela: i nostri preferiti.

Donne, gay, neri, sinistra, destra, buoni sentimenti, eroi, nazionale cantanti, e cantanti tout court: nessuno rimane illeso. A Gianni Morandi che era in platea all'arena di Verona, Checco Zalone disse "dammi la mano... no non ti muovere dal posto che ci arrivi lo stesso". Ogni cinque minuti lo spettatore è rassicurato: "Tranquilli, le volgarità arriveranno...". Un pensiero anche ai bambini: "So che poi crescerete, e imparerete molte altre parolacce, ma non dimenticatevi di chi vi ha insegnato le basi". C'è di che consolarsi, anche se il Bagaglino ha chiuso i battenti.

 

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