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JAZZ GRAFFITI, INTRA-MEZZO! - ENRICO INTRA SI RACCONTA: “TRA GLI ARTISTI NON HO AMICI. ORA LAVORO CON I CIECHI E CON BISIO”. LE NOTTI CON JANNACCI, GABER, LA CASELLI “CAPOBANDA”, MAZZOLA E I CALCIATORI DELLA GRANDE INTER, TUTTI QUELLI CHE SONO PASSATI PER IL SUO CLUB-CABARET – "HO 83 ANNI,  IL MIO MODELLO E' GILLO DORFLES CHE È ARRIVATO A 107. FINO AI CENTO HA SCRITTO SULLA MUSICA COSE ILLUMINANTI" - VIDEO

 

Luca Pavanel per “il Giornale”

 

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Ottantatré anni e non sentirli: è il caso di Enrico Intra, pianista inesauribile ancora con la grinta di un ragazzo. E una miriade di progetti in tasca che vuole realizzare. Sarà il potere della musica, che per lui è quasi una religione. Non chiedetegli se la forza la prende dai piaceri del desco: nonostante la sua forma smagliante, non è un misterioso piatto da Superman che mangia; il suo oggetto dei desideri, nonché elisir di lunga vita - chissà - magari sono le scatolette di carne Simmenthal che consuma in quantità. «De gustibus non est disputandum» dicevano gli antichi. «Ora punto ad arrivare ai 107 anni, il mio modello è Gillo Dorfles, fino all' ultimo uomo di grande lucidità».

 

Maestro Intra, classe 1935, una vita per il jazz...

«Ho fatto tanto nella musica, ho vissuto, mi sono emozionato. Tutto è girato intorno a questo, anche se ci sono stati altri interessi. Ho scelto il jazz perché mio fratello maggiore, Gianfranco, studiava al Conservatorio e io lo scimmiottavo. A casa nostra arrivavano i dischi che venivano portati da quei musicisti che viaggiavano sulle navi, dall' America del Nord trasportavano i cosiddetti padelloni, sui quali studiavamo».

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Chi sono stati i compagni di viaggio fondamentali?

«Penso al chitarrista Franco Cerri: ci siamo conosciuti in una casa discografica, La voce del padrone, erano gli anni Cinquanta, il famoso marchio col grammofono e il cagnolino. Dopo alcuni anni, quando ci siamo rivisti, è scattato il colpo di fulmine. Abbiamo formato un gruppo che è diventato storico, il Cerri-Intra Quartet. Poi la Civica scuola di jazz a Milano che abbiamo fondato insieme».

 

Altri uomini speciali?

«Ricordo il cantautore Charles Trenet, in occasione del mio matrimonio.

Poi Charles Aznavour che mi è sembrata una persona generosa, eccezionale, disposta a dare più che a ricevere, e non soltanto musicalmente. Lui amava molto l' Italia».

 

Vuole provare a raccontarsi partendo dall' infanzia? Che ricordi ha?

«Alcune immagini forti, il giorno in cui siamo sfollati durante la seconda guerra mondiale. Papà ci ha portato a Vailate, un paesino agricolo in provincia di Crema. Che abbiamo raggiunto con un carretto trainato da un cavallo sul quale c' era la mobilia e il nostro pianoforte. Mi ricordo, verso la fine del conflitto, una lunga colonna di soldati tedeschi che, mentre si ritirava, ha travolto una vecchia signora davanti al cimitero. Una cosa che mi scioccò».

 

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E la sua famiglia?

«Mio padre, Giovanni detto Giuanin bel fioeu perché un bell' uomo, era figlio di contadini. Si era trasferito a Milano e faceva l' autista del direttore della Geigy, una ditta elvetica, e il destino ha voluto che io sposassi proprio una donna svizzera. Mia mamma si chiamava Anita, aveva grande passione per la musica. Infine i miei fratelli: Gianfranco musicista e Carlo, che faceva il ragioniere e pure lui suonava».

 

Già, il periodo della guerra: ci sono stati fatti rischiosi o dolorosi?

«Da noi veniva un maestro di piano, un certo Weiss, ebreo. La nostra famiglia, come altre, proteggeva i perseguitati dai nazisti. L' insegnante mangiava, poi dava lezioni a Gianfranco. Un momento drammatico subito dopo la guerra: tornati a Milano la mamma un pomeriggio è mancata per le conseguenze di un aborto in casa. Mi sono accorto io, avevo solo 11 anni. Ho ancora in mente lo schiaffo di mio fratello quando gli dissi che era morta. Subito dopo mi allontanarono».

 

Ma ci saranno pur stati momenti felici...

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«I ricordi belli di quegli anni comunque sono legati alla musica, al suono delle campane del paese che mi piacevano moltissimo, un suono che mi è rimasto dentro. L' altro giorno ho sentito le campane del Duomo e la mia memoria è tornata all' oratorio che frequentavo in quel periodo».

 

Come immaginava il suo futuro?

«I miei fratelli non volevano che io facessi il musicista, si diceva che ne poteva bastare uno in famiglia. Ma lo volevo fare lo stesso. A scuola frequentavo le cosiddette commerciali, sono perito tecnico. Per guadagnare qualcosa d' estate mi facevano lavare le bottiglie o mi mandavano a lavorare in una cartoleria. Alla fine però l' ho spuntata io».

 

Ha avuto modelli o si è fatto da solo?

«Parlando di musica, non ho avuto maestri. Il modello è stato mio fratello Gianfranco che suonava molto bene il piano, è stato un ottimo jazzista. Poi c' erano i dischi di classica. Sono partito da Stravinskij e ho fatto una sorta di viaggio a ritroso, nell' ascolto e nello studio. Sentivo e poi andavo a verificare sulle partiture, analizzavo i suoni. Questo è stato il mio metodo, personale, per imparare sulla tastiera».

 

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Giovinezza fa rima con bellezza.

«Da ragazzino ho sostituito Gianfranco che suonava in un gruppo molto conosciuto all' epoca, I menestrelli del jazz. La formazione si esibiva alla Triennale di Milano, dove c' era una sala da ballo, punto di ritrovo della Milano bene e delle modelle. Ero molto corteggiato, purtroppo pure timido. Ahimè, non ne ho approfittato».

 

È vero che ha cercato di evitare il militare?

«Confesso che non lo volevo fare. Ho un piccolo difetto alla spina dorsale perciò alla visita mi sono presentato con una radiografia, non è servito a niente. Sono stato mandato a Cagliari, in un battaglione di fanteria. Per fortuna ero già conosciuto, trasmettevano in radio la mia musica. Mi hanno lasciato formare un gruppo e fare concerti. Una bella esperienza anche perché a vent' anni la vita l' è bela anche se tu non ti rendi conto».

 

Comunque le è andata bene...

«In effetti, anche per quanto riguarda il lavoro sì, ho sempre fatto il musicista senza dover ripiegare. Anche quando col jazz non guadagnavo abbastanza, ho fatto l' arrangiatore per diversi cantanti come Iva Zanicchi e Fred Bongusto. In questo periodo ho imparato a orchestrare».

E a fare cabaret.

«Be', a Milano ho fondato l' Intra Derby Club. Suonavo al Santa Tecla che all' epoca era un covo di ballerini e cantanti, dove ha iniziato Gaber. Facevo degli intermezzi da mezzanotte in poi, il jazz non andava un granché. Per farla breve, ho aperto un jazz club che è stato il primo locale meneghino dedicato al cabaret».

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Notti piene di fuoriclasse.

«In effetti al club è iniziata ad arrivare gente del cabaret. Per esempio Jannacci che aveva appena fatto il disco El purtava i scarp del tennis, c' erano Gaber, Toffolo e Lauzi solo per dirne alcuni. Un luogo che ha coinvolto pure la tv, per i programmi d' esordio.

 

Un' avventura durata tre anni dal 1963. Poi il periodo dell' Intra' s al Corso, in corso Vittorio Emanuele a Milano, dove si faceva jazz. Di sotto si ballava con un gruppo capitanato da Caterina Caselli che suonava il basso elettrico».

 

Chi erano gli altri vip?

«Si vedevano molti attori, penso a Enrico Maria Salerno, Tognazzi, la Vanoni, Buazzelli, tutti gli artisti del teatro, quelli che avevano uno spettacolo in città, alla fine arrivavano per terminare la serata. Ricordo Paolo Grassi e Giorgio Strehler. Il locale era diventato un punto di incontro. Il lunedì sera all' Intra Derby c' erano i calciatori dell' Inter, Jair, Mazzola e Corso».

 

In quel mondo è possibile avere amicizie vere?

«Credo di essere conosciuto nel mondo delle spettacolo, di amici però ne ho avuti pochissimi. È difficile avere un rapporto coi musicisti, si passa il tempo a parlare di musica, soprattutto. Fan ce ne sono diversi, tanti mi scrivono. Per il resto, che cosa posso dire, sono un Ambrogino d' oro ma non ho l' abitudine di frequentare salotti, anche se sono comodi, si mangia bene e si beve bene, insomma si sta bene».

 

Enrico Intra

Oggi cosa le fa paura?

«Il mistero di quello che mi aspetta, di che cosa morirò. Alla mia età, sempre più vicino ai cento anni che ai sessanta, è chiaro che alla morte ci si pensa. Non ho avuto il soffio della fede, credo nella vita qui, lascio aperto a tutte le possibilità e invidio chi crede.

Ciò che mi proietta verso l' universo è la musica. Don Giussani diceva che il musicista non ha bisogno di cose esterne, è proiettato direttamente altrove».

 

Se fa un bilancio, di quale colore potrebbe essere?

«Non ho vissuto completamente secondo la mia idea, in certi momenti mi è sembrato di fallire, non sono riuscito a essere quello che penso, quello che dovrebbe essere una persona. A volte manca quella volontà e quell' energia necessarie a combattere le forze negative dentro di noi che si manifestano. Gli esempi drammatici sono le guerre, i ridicoli conflitti di campanile, le lotte a volte violente fra tifoserie».

 

La sua vita affettiva le sembra intonata?

«Mia moglie si chiama Fiorenza, come dicevo è svizzera. Faceva la scuola del Piccolo Teatro, ha fatto l' attrice. Alla fine del febbraio del 1964 è venuta all' Intra' s Derby Club, appena l' ho vista ho detto a Renato Sellani vai avanti tu a suonare il pianoforte che io mi sposo. E così è stato, un anno dopo».

 

Rito civile in Comune o grande marcia nuziale in chiesa?

«La prima volta a Lugano, matrimonio civile. Poi le seconde nozze quando i figli erano già grandi. Fiorenza ha avuto il soffio della fede e ci siamo sposati nella stessa città in chiesa, nella cappella del vescovo».

 

E i suoi figli? Anche loro sono personaggi da palcoscenico?

«No, hanno studiato strumento ma sono negati. Ho sette nipoti, forse la più piccola potrebbe iniziare un discorso sulla musica. Comunque mio figlio Mattia è chirurgo allo Ieo; Martina invece è un avvocato che si occupa con grande passione e impegno delle problematiche familiari, separazioni e divorzi compresi».

 

Se non si fosse dedicato quasi completamente al jazz, la sua che vita sarebbe stata?

«Non ci ho mai pensato, perché ho voluto sempre fare questo e la musica mi ha riempito totalmente l' esistenza. Mi è capitato in alcuni momenti, particolari, di aver voglia di mollare. Quando davanti all' oceano del sapere musicale, magari solo davanti a una partitura, mi sono sentito una nullità. I momenti di crisi sono stati quelli; comunque ho avuto tanta determinazione e il senso del limite. E, per quello che posso dare, do il massimo. Se c' è un riscontro nella realtà, mi sono detto, perché non andare avanti. Consapevole di essere un granello di polvere nell' universo».

 

Quando stacca la spina dalla musica, cosa fa?

«La vita della mia persona è ribaltata, mi sento un uomo libero quando lavoro, perché faccio quello che mi piace fare. Per quanto riguarda la tavola non so cucinare, ci pensa mia moglie che ha imparato a Napoli, a Procida, e lo fa molto bene. Il mio piatto preferito è fresco e molto sbrigativo. È la carne Simmenthal accompagnata da verdura. D' estate mi sento libero di non cucinare, di non farmi cucinare, così mi riempio il frigorifero di scatolette»

 

Enrico Intra

Cinema, libri, arte figurativa: a lei la scelta...

«Apprezzo il cinema inglese e francese, spesso basati sui dialoghi, poi mi piace Woody Allen. E ancora i gialli, io arrivo da Hitchcock, nei suoi film non c' è veramente azione, c' è la parola, il teatro. Leggo tanto, il mio comodino è pieno di libri. In questo periodo sono su un tomo scritto dal compositore contemporaneo Giacomo Manzoni».

 

E i suoi progetti per quando sarà grande?

Performance a sorpresa di Renato Doney insieme ad Enrico Intra al Teatro Nazionale di Milano rs

«Attraverso la mia demenza senile, realizzare progetti pazzeschi. Ho proposto di fare un film di Méliès Viaggio nella Luna all' Istituto dei ciechi. Adesso stanno preparando delle tavole per loro, in rilievo, particolari. Ci sarà un testo che verrà raccontato da Claudio Bisio. Seconda cosa, porto il jazz, che è nato nelle cantine, alla Casa della cultura di Milano. In libreria ci sarà il mio libro Il suono in famiglia e presto pubblico un libro autobiografico».

 

Fino a quanti anni vorrebbe vivere?

«Sto imitando Gillo Dorfles che è arrivato a 107 anni. Fino ai cento ha scritto sulla musica cose illuminanti. Un esempio, per me. Ha fatto riflessioni sul silenzio, sulla sua importanza. Nella musica e tra le persone significa sapere ascoltare l' altro. Il modello dunque è lui, non per l' età ma per la sua grande lucidità».

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