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LA DANZA DELLA PARANZA - I GIOVANI CAMORRISTI DI NAPOLI NEL DOCUMENTARIO DI MICHELE SANTORO “ROBINÙ”: “QUI A NAPOLI COMANDI SE SPARI. CON IL KALASHNIKOV IN MANO NON HAI PAURA DI NIENTE, TIENE 33 BOTTE, È COME CAMMINARE BLINDATO. E’ BELLISSIMO, E’ COME STARE CON UNA BELLA DONNA” (VIDEO)

 

Giovanni Bianconi per il “Corriere della Sera”

 

Un'arma in mano ti cambia la vita. Anche se non hai ancora vent' anni, e ce l' hai tutta davanti. Ma potrebbe durare pochissimo, oppure a lungo: dipende da quell' arma. Come nel Far West, come in guerra. E come a Napoli nel 2016, se hai deciso di fare il malavitoso.

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Che da quelle parti vuol dire fare il camorrista, e nel ventunesimo secolo significa sparare più degli altri, ammazzare prima che ti ammazzino, diventare capo (o provare a diventarlo) facendo fuori il capo precedente, o il rivale dalle stesse pretese.

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Ecco perché quel ragazzino col giubbotto rosso che riempie l' intero schermo e ti dice che ha imbracciato per la prima volta un kalashnikov a 17 anni con la naturalezza di chi racconta il primo calcio tirato a un pallone di cuoio, è la faccia della nuova camorra disorganizzata. Quella che continua a insanguinare Napoli e dintorni nella pressoché totale indifferenza nazionale, relegata a qualche fascicolo giudiziario e ai periodici allarmi di magistrati e investigatori. Senza che nessuno si inquieti più di tanto.

 

È la criminalità dei baby-boss, chiamati ora «barbudos» ora «paranza dei bambini», svelata dal film di Michele Santoro «Robinù», in programmazione la prossima settimana al festival del cinema di Venezia. Un racconto vivo e dal vivo di giovanissimi gangster imbevuti di un nichilismo senza aspettative e senza rimorsi. Storie vere e facce vere, come quella del giovane infatuato del mitra, u kalà : «Con quello in mano non hai paura di niente, tiene 33 botte, è come camminare blindato».

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Una scrollata di spalle: «È bellissimo, è come avere una macchina a benzina invece che a diesel. È come abbracciare Belén». Frasi che racchiudono l' intero orizzonte di quella malavita: armi, donne e motori. Nella cella di Poggioreale dove è entrato a 22 anni e dovrà trascorrere i prossimi sedici, mantenendo un sorriso che sa di rassegnazione ma anche di sfida verso chi non riesce a capire, Michele spiega che voleva avere «femmine, potere e soldi». Per questo ha «fatto i reati», compresi i conflitti a fuoco: «La 357 spara da sola, quasi...». Aspirava a diventare un capo, adesso il suo mondo sono le sbarre del carcere, «uscirò a quarant' anni, sarò peggio di prima». Uno con la sua stessa testa profetizza: «Se tieni un leone in gabbia, quando lo metti fuori che fa? Deve mangiare».

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Fuori c' è chi lo ammira, chi lo aspetta. Suo fratello Angelo no, per sfuggire a quel futuro è andato a fare il pizzaiolo a Parigi; dal carcere Michele l' ha rinnegato, «per me è morto», e Angelo quando pensa a lui piange: «Mi manca». Fuori, quel sottobosco di banditi minorenni continua ad alimentarsi di spaccio e di evasione scolastica, «mi hanno bocciato quattro o cinque volte» dice uno mentre deride i coetanei che entrano in classe e sembra che li compatisca.

 

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Lui a loro. A lui piaceva Emanuele Sibillo, morto ammazzato da latitante a luglio 2015 nella nuova faida di Forcella. Aveva 19 anni. S' era fatto crescere la barba, come gli altri del suo gruppo per i quali è divenuta un segno distintivo insieme ai tatuaggi, alcuni commercianti del quartiere gli hanno dedicato un busto in gesso e un bambino a carnevale s' è mascherato con le sue sembianze. Assomigliava a un soldato dell' Isis, e probabilmente di quel genere di terroristi invidiava la determinazione alla conquistare il potere; non importa se in nome dell' Islam o dei soldi che ti consentono di svettare su tutti gli altri.

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«Chi ha ucciso Emanuele deve morire», sentenzia una ragazza innamorata. «Se vedo uno che spende 1.000 euro, io ne voglio spendere 2.000 perché devo dimostrare di stargli sopra», dice Michele. Un altro lancia un insulto: «Pentito!», e l' offeso ribatte: «Pentito è tuo padre!».

 

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La filosofia dei baby-boss è tutta qui: prima per affermarsi bisognava aspettare di crescere; adesso non serve più, basta farsi largo a colpi di kalashnikov o di 357, e sei già grande. Comandi, diventi un capo, in attesa di farti sfidare dal prossimo aspirante. In passato lo facevano gli adulti, finiti sotto terra o in galera, adesso tocca a loro. È l' evoluzione di quel tipo di criminalità orizzontale e non verticistica chiamata camorra, un po' anarchica e senza regole, a differenza di mafia e 'ndrangheta. Forse inevitabile, difficilmente replicabile altrove.

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Chi vedrà questo film non potrà più fare finta di non sapere, alla notizia del prossimo omicidio sotto il Vesuvio. Né potrà stupirsi o scandalizzarsi.

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Gli basterà ricordare quel volto quasi inespressivo che svela: «La prima pistola l' ho avuta a 15 anni. Me l' ha data un ragazzo che mi voleva spiegare come si vive a Napoli. È morto sparato».

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