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LE SERIE DEI GIUSTI - NE È PASSATO DI TEMPO, EH? IN QUESTO “GOMORRA – LE ORIGINI”, COSTRUITO CON LO STESSO MARCHIO DI FABBRICA DELLE PRIME GRANDI STAGIONI DELLA SERIE USCITA 12 ANNI FA, TORNIAMO NELLA SECONDIGLIANO DELLA SECONDA METÀ DEGLI ANNI ’70 – È LA STORIA DI COME SI FECE “GRUOSSO” E DIVENNE IL “RE DI SECONDIGLIANO” PIETRO SAVASTANO, DI COME INCONTRÒ IL SUO AMORE, DONNA IMMA, E COME SI FECE LARGO NEL MONDO DELLA MALAVITA – PIACERÀ AL PUBBLICO? PENSO DI SÌ. E C’È GRANDE RISPETTO SIA PER I PERSONAGGI TRATTATI SIA PER GLI SPETTATORI CHE HANNO SEGUITO LA SERIE FEDELMENTE PER TANTI ANNI… - VIDEO

Marco Giusti per Dagospia

 

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“Io songo nato accà e accà voglio resta’…  chi se ne fotte de st’Ammerica” canta James Senese alla fine della sesta e ultima puntata, giustamente a lui dedicata, della prima stagione “Gomorra – Le origini”, supervisionata e diretta da Marco D’Amore, quattro puntate su sei, le ultime due sono Francesco Ghiaccio, scritta da Leonardo Fasoli, Maddalena Ravagli, Roberto Saviano, che vedrete dal 9 gennaio su Sky, a dodici anni di distanza dall’esordio sempre su Sky di “Gomorra – la serie”, diretto da Stefano Sollima con Marco D’Amore come Ciro Di Marzio, Fortunato Cerlino come Don Pietro Savastano, Maria Pia Calzone come Donna Imma e Salvatore Esposito come Genny Savastano.

 

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Ne è passato di tempo, eh? In questo “Gomorra – Le origini”, costruito con lo stesso marchio di fabbrica delle prime grandi stagioni della serie (il franchise è franchise, non scherziamo), la stessa squadra tecnica, la fotografia di Roberto Omodei Zorini, il montaggio di Patrizio Morone, anche se la musica è firmata non più dai Mokadelic ma da Pasquale Catalano, cresciuto dentro alla Renaissance del giovane cinema napoletano (da “Libera” a “L’uomo in più”), torniamo ancora più indietro nel tempo.

 

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Addirittura nella Secondigliano della seconda metà degli anni ’70, a pochi anni di distanza dall’uscita di un capolavoro della musica di James Senese, “Napoli centrale”, e non a caso sentiamo anche la fondamentale “Malasorte vattenne”, con la tv che trasmette “Discoring” e si prepara al colore, Sandokan, “Se bruciasse la città”, le ragazze che si depilano le ascelle e anche lì (“E’ il progresso!”), i motoscafi per il traffico di sigarette come nei film di Mario Merola e Ciro Ippolito, l’arrivo dei marsigliesi che cantano appunto “La marsigliese” e portano l’eroina, Don Raffaele Cutolo in prigione a Pomigliano, ancora sei anni all’arrivo di Maradona.

 

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“Nel 1977 Pietro Savastano ha solo 16 anni…” leggiamo all’inizio della prima puntata. Azz… Questa quindi è la storia di come si fece “gruosso” e divenne il “Re di Secondigliano” il piccolo Pietro Savastano, interpretato dal quasi inedito Luca Lubrano (nessun attore napoletano, anche bambino, è veramente inedito, lo sappiamo…), di come incontrò il suo amore, Donna Imma, interpreta qui da Tullia Venezia, di come si fece largo nel mondo della malavita seguendo un piccolo boss, Angelo ‘a sirena interpretato da Francesco Pellegrino,

 

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 di come di scontrerà con il capo di Angelo, cioè il torvo Don Antonio di Ciro Capano, che aveva esordito proprio ai tempi di Merola per trovare il suo momento di celebrità come Antonio Capuano in “E’ stata la mano di Dio”, e di come si prepara a affrontare il potere di Don Raffaele Cutulo, detto ‘O Paesano, interpreto da Flavio Furno, mischione di pazzia e di megalomania (“Io sono qui per portare un nuovo umanesimo”) nelle successive stagioni.

 

Marco D’Amore, forte dell’esperienza non solo da attore delle stagioni passate e di un film non fortunato, ma pieno di idee e di umori, come “Caracas”, tratto da “Napoli Ferrovia” di Ermanno Rea, cerca di mediare tutto questo con l’idea di far ripartire il franchise Gomorra.

 

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Gli anni ’70 che per ragioni anagrafiche non ha vissuto, ma ha ben presente, che formeranno la grande stagione della Napoli calcistica e cinematografica degli anni ’80, i meccanismi magari ripetitivi di Gomorra e dei suoi tanti personaggi, i tanti giovani e oscuri attori da lanciare come nuove star, dai due protagonisti, Luca Lubrano e Francesco Pellegrino, che non funzionano come Genny e Ciro, anche se il giovane Pietro vede il più grande Angelo come fosse il suo idolo, “Il sogno mio è di essere come voi, senza padroni”, le storie delle ragazze, che devono crescere in tutta questa violenza, la povertà, maggiore nella Secondigliano del tempo, come vediamo nei filmati di repertorio (“15 milioni di topi…”).

 

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Devo dire che Marco D’Amore e tutto il suo staff, malgrado una certa lentezza nel far ripartire una serie così vista, celebre e complessa, riesce nell’impresa. Anche perché rispetta il primo regolamento di chi interpreta o dirige le puntate di Gomorra, cioè crederci fermamente. E come lui ci credono, ancora una volta, con devozione assoluta, gli attori. Quando il vecchio boss Don Antonio di Ciro Capano, attore cresciuto tra i contrabbandieri dei film di Merola e i più moderni ambienti di Sorrentino, mangia gli spaghetti, tu spettatore gli credi.

 

In nessuna altra serie al mondo troverete un attore che mangia gli spaghetti con la stessa perfezione. E’ reale. Come è reale il ragazzino dickensiano Fucariello interpretato dal piccolo Antonio Incalza. O il momento delle palle ’e riso. O certe battute, dette anche con una certa teatralità (“Napoli è una sola. Intera, o è tutti quanti noi o non è niente”).

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Ma oltre a mettere in scena la credibilità dei suoi personaggi, degli ambienti e della storia, che altro non è che lo scontro per il potere in quel di Secondigliano (“Secondigliano è ’na periferia di quest’impero che è Napoli e qua comannammo noi”, dice Don Antonio), D’Amore deve darci un senso di nostalgia per la Napoli perduta e violenta degli anni ’70 in periferia e puntare sull’impotenza ben percepita dai suoi eroi che sanno di non poter fuggire dai ruoli che quel mondo sembra aver destinato a loro. Burattini, scimmiette di un gioco più grande. E pericoloso.

 

 Rispetto alle vecchie stagione, soprattutto alle prime, circola più tristezza nelle facce di questi ragazzi. Piacerà al pubblico? Penso di sì. E c’è grande rispetto sia per i personaggi trattati sia per il pubblico che ha seguito la serie fedelmente per tanti anni. Ovviamente la serie cresce quando diventa più di genere. E quando entra in gioco anche un po’ della Napoli dickensiana de “L’amica geniale”.

 

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Certo, il confronto con le Napoli violente del cinema anni ’70 ci fa capire come dopo tanti anni non sia più possibile riproporre quel tipo di racconto con la stessa freschezza o ingenuità, anche perché ti porti dietro il peso delle decine e decine di puntate precedenti. Eppure, basta farci vedere Ciro Capano che mangia gli spaghetti, o farci ascoltare “Malasorte vattenne”, o fare esplodere il muro della cella di Don Raffae’… 

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