LA VENEZIA DEI GIUSTI – “15/18” DI CÉDRIC KAHN APRE IL VELO SU UN ARGOMENTO DELICATO E NON TROPPO CONSIDERATO DAL CINEMA, FORSE PERCHÉ DOLOROSO PER MOLTI E NON COSÌ SPETTACOLARE, IL DISAGIO GIOVANILE - VISTO ATTRAVERSO QUEL CHE ACCADE IN UN CENTRO PSICHIATRICO PER ADOLESCENTI, DAI 15 AI 18 ANNI DOVE PASSA DI TUTTO, TENTATIVI DI SUICIDIO, CRISI PSICOTICHE, TURBAMENTI SESSUALI DI ORIGINI DIVERSE - RARAMENTE HO VISTO UN FILM COSÌ APPASSIONATO E CREDIBILE SU QUESTO TEMA… - VIDEO
Marco Giusti per Dagospia
Volevate un film sulla realtà? “15/18”, ideato e diretto da Cédric Kahn, scritto con Kahina Le Querrec non solo lo è, ma credo abbia tutti i requisiti per piacere molto anche ai giurati del concorso di Venezia.
Perché apre il velo su un argomento delicato e non troppo considerato dal cinema, a parte vecchi titoli storici, “I pugni in tasca”, “I giorni contati”, “David e Lisa”, forse perché doloroso per molti e non così spettacolare, il disagio giovanile.
Visto attraverso quel che accade in un centro psichiatrico per adolescenti, dai 15 ai 18 anni, che fanno avanti e indietro con casa, che si muovono in un continuo corpo a corpo tra di loro, mettendo in piedi sentimenti e desideri diversi, e tra loro e i medici, gli infermieri. Passa di tutto, tentativi di suicidio, crisi psicotiche, turbamenti sessuali di origini diverse.
Il lavoro che Cédric Kahn e la sua sceneggiatrice hanno fatto prima vivendo dall’interno un centro psichiatrico, studiando i personaggi, le battute, i meccanismi di difesa e di attacco, e poi riscrivendo e ridando vita al tutto, con giovani attori favolosi, perché sembrano così reali, è decisamente straordinario.
E straordinari sono i giovani attori che interpretano i ragazzi del centro, la Eloise di Zoé Monpart, la Lucia di Malou Khebizi, l’Enzo di Kenji Peyran, la Charline di Patience Munchenbach, la Carole di Sophie Guillemin, fino allo stesso regista nei panni del dottore più vecchio, Etienne.
Non siamo di fronte a una messa in scena di una o più pazzie, staccate dalla realtà, la fosse dei serpenti dei vecchi film del secolo scorso, e neanche nella follia ribelle alla Bellocchio, quello che vediamo è parte della nostra vita, perché è quello che, in piccolo o in grande, vivono tanti ragazzi e ragazze che potrebbero essere i nostri figli e le nostre figlie.
Perché così si formano all’interno delle famiglie di oggi, alle prese con problemi reali di crescita e integrazione, sessuale, razziale. Se nel bellissimo “Soudain” di Ryusuke Hamaguchi si parla dell’importanza di Franco Basaglia e della sua idea che nessuno è diverso visto da lontano, in “15/18” si affronta sul campo il rapporto con la percezione di questa diversità cercando di superarla con la cura continua e il lavoro di gruppo.
Ne nasce un corpo a corpo continuo che può anche non dare i frutti sperati, ma raramente ho visto un film così appassionato e credibile su questo tema.




