d'alema renzi gentiloni

L’INTIFADA DI BAFFINO CONTRO RENZI (E GENTILONI): "IL GOVERNO RICONOSCA UNILATERALMENTE LA PALESTINA” – D’ALEMA AL VELENO SULL’APPIATTIMENTO “FILO ISRAELIANO” DELLA POLITICA ESTERA DELL’EX CENTROSINISTRA - "ISRAELE SOSTIENE I SAUDITI, IN ACCORDO CON L'AMMINISTRAZIONE TRUMP, ALIMENTANDO LA GUERRA NELLO YEMEN IN FUNZIONE ANTI-IRANIANA. L’EUROPA NON SIA PIU’ SUBALTERNA IN MEDIORIENTE"

d'alema

Umberto De Giovannangeli per www.huffingtonpost.it

 

"Per rafforzare il processo di riconciliazione nel campo palestinese e per dare maggiore autorevolezza e legittimazione internazionale alla leadership di Abu Mazen, credo che l'Italia farebbe bene a riconoscere unilateralmente lo Stato di Palestina. E l'Europa ad essere meno assente o subalterna sullo scacchiere mediorientale".

 

Così Massimo D'Alema intevistato da Huffpost. Di ritorno da una visita in Israele e nei Territori, dove ha avuto modo di incontrare personalità del mondo politico israeliano e di quello palestinese, l'ex premier italiano guarda con inquietudine agli eventi che stanno segnando l'intero Medio Oriente, in particolare il Libano. E non risparmia critiche, sull'appiattimento "filo-israeliano", alla politica estera di quello che definisce l'ex centrosinistra: "I palestinesi – rimarca l'ex titolare della Farnesina - sono abbastanza colpiti di come progressivamente, nel corso degli anni, l'Italia dall'essere uno dei Paesi più impegnati per la ricerca di una soluzione, a sostegno della causa palestinese, sia finita per diventare uno dei Paesi più allineati con le posizioni della destra israeliana".

 

DONALD TRUMP BENJAMIN NETANYAHU

Lei è reduce da una fitta serie di incontri e di seminari in Israele e in Palestina. Anche alla luce di questi incontri, le chiedo se vede ancora uno spazio per un rilancio del negoziato israelo-palestinese.

Il cosiddetto processo di pace è totalmente fuori dall'agenda degli uni e degli altri. Nessuno pensa che sia realisticamente proponibile. Innanzitutto fino a quando c'è l'attuale leadership israeliana al governo. La percezione israeliana, largamente motivata, è di non essersi sentiti mai così forti, non solo per una forza militare che ormai fa d'Israele la grande super potenza dell'area, sia per l'assoluta superiorità tecnologica sia per il monopolio delle armi nucleari. Ma questa percezione nasce soprattutto dalla consapevolezza di aver acquisito una posizione di forza politica che deriva in gran parte dai conflitti che stanno lacerando il mondo arabo; conflitti rispetto ai quagli gli israeliani non danno nessun contributo per ricercare una soluzione pacifica. Anzi. E' abbastanza chiaro che il loro interesse è che questi conflitti continuino. In questo contesto, Israele ha indubbiamente migliorato tutte le sue relazioni: non hanno più un'amministrazione americana, quella di Obama, che percepivano come ostile.

 

D'ALEMA

Oggi con Trump c'è un feeling molto forte. Tutto sommato, hanno anche buone relazioni con la Russia, hanno relazioni con i cinesi e, soprattutto in chiave anti-iraniana, perché questa è il vero focus della leadership israeliana, stanno rafforzando il loro rapporto con alcuni grandi Paesi arabi sunniti, in particolare l'Arabia Saudita e poi l'Egitto. Israele sostiene i sauditi, in accordo con l'amministrazione Trump, alimentando quindi la guerra nello Yemen in funzione anti-iraniana. E, a mio avviso, la stessa operazione saudita di destabilizzazione del Libano rientra in questo quadro.

 

Gli israeliani sono preoccupati del fatto che l'esito della guerra siriana rafforzi l'asse Assad-Iran-Hezbollah, e per questo hanno chiesto ai russi la garanzia che Mosca non consentirà a Hezbollah di installarsi ai confini siriani con Israele, perché ritengono la presenza di Hezbollah e il suo arsenale militare una minaccia per la propria sicurezza. In questa situazione, le personalità democratiche con cui ho avuto modo di discutere, sostengono che proprio perché Israele è in questa posizione di forza, è molto grave non approfittarne per andare avanti nel negoziato con i palestinesi.

 

DONALD TRUMP BENJAMIN NETANYAHU

Ma questo non viene fatto, al contrario vengono prese una serie di iniziative che vanno nella direzione opposta, a cominciare dagli insediamenti, una politica che continua ad andare avanti pregiudicando nei fatti ogni soluzione fondata su due Stati. I miei interlocutori hanno provato a circoscrivere il problema, ci hanno invitato a non drammatizzare, ma quello che ho trovato più interessante in questi ambienti, anche di ex militari, di orientamento progressista, è che in realtà l'accordo tra Fatah e Hamas, al di là di qualche dichiarazione di facciata, non li sgomenta più di tanto.

 

Perché?

D'ALEMA

Perché la situazione di Gaza, davvero drammatica, è un problema anche per loro. Gli israeliani ritengono che il ritorno a Gaza dell'Autorità nazionale palestinese può aiutare a superare l'emergenza umanitaria e a creare una situazione più tranquilla. Loro insistono molto che la crescita economica israeliana abbia degli effetti positivi anche nei Territori palestinesi, il numero di lavoratori palestinesi impiegati nelle aziende israeliane è molto cresciuto e che questo determina una crescita del reddito medio disponibile delle famiglie palestinesi nella West Bank. Puntano molto su questo: migliorare la convivenza, il benessere dei palestinesi, e poi si vedrà.

 

E per Gaza?

A Gaza, ciò che Israele oggi teme di più non è tanto Hamas quanto la penetrazione dell'Isis. A questo punto, considerano Hamas come un argine a questo rischio, dopo averli considerati una organizzazione terroristica, con l'Europa a rimorchio. La loro agenda ha come priorità la crescita economica, gli scambi commerciali e in questo quadro, siccome è vero che Trump gli fa comodo ma lo considerano un interlocutore un po' 'barcollante', loro premono per un miglioramento dei rapporti con l'Europa, soprattutto la componente più progressista della politica israeliana".

 

RE SALMAN ARABIA SAUDITA

Alla luce di queste considerazioni di parte israeliana e degli incontri che Lei ha avuto con la dirigenza dell'Anp, ritiene che esista ancora sul tavolo mediorientale una "Questione palestinese"?

Sì, esiste ancora una 'Questione palestinese". Nella divisione così profonda e drammatica del mondo musulmano, la cui principale, anche se non univa, linea di frattura è quella tra sciiti e sunniti, Arabia Saudita e Iran, il paradosso è che nel riconoscere una 'Questione palestinese', si ritrova tutto il mondo musulmano. E' l'unico punto di convergenza tra iraniani e sauditi. In particolare, c'è una grandissima sensibilità in tutto il mondo musulmano sul tema dell'ebraizzazione di Gerusalemme, che è un processo in corso e, a mio avviso, è forse la cosa più grave, anche dal punto di vista simbolico, perché sostanzialmente significa ghettizzare la presenza cristiana e progressivamente fare la pulizia etnica di quella araba. E' un disegno irresponsabile, perché l'aspetto simbolico religioso è tale da poter scatenare ogni genere di violenza. E' l'esatto opposto di ciò che è necessario: avviare, cioè, un processo negoziale, a cominciare dalla Siria, che veda coinvolti l'Iran e l'Arabia Saudita.

 

D'ALEMA

Una sorta di "Jalta mediorientale".

Ma per forza. La follia saudita e americana è oggi quello di accentuare il conflitto con l'Iran, e questo, peraltro, è il punto più grande di divergenza tra la politica europea e quella americana-israeliana che punta ad una radicalizzazione del conflitto con Teheran, che però ha conseguenze devastanti sull'intera area. Parliamoci chiaro: noi abbiamo l'Iraq a maggioranza sciita, abbiamo una influenza sciita in Siria e in Libano: tenere aperto questo fronte significa tenere aperto un fronte generale di guerra civile nel mondo arabo. A questo aggiungo un altro elemento importante dal punto di vista geopolitico, e cioè che rispetto all'atteggiamento anti-iraniano degli arabi, c'è invece un avvicinamento all'Iran della Turchia. E la Turchia è diventata la grande potenza di riferimento della Fratellanza musulmana.

 

 

La Fratellanza musulmana che è perseguitata in ogni parte del mondo arabo dal ritorno delle dittature militari o dal peso delle monarchie, perché tutto questo fronte israelo-americano è fatto pressoché interamente da dittatori e re, a proposito dei valori democratici, diciamo. La Turchia, invece, è da una parte il grande protettore di ciò che resta della Fratellanza musulmana, tanto è vero che anche i turchi, oltre che naturalmente l'Egitto, hanno dato un importante contributo all'accordo Fatah-Hamas, e poi l'avvicinamento di Ankara a Teheran deriva dal problema comune curdo. In questo contesto, Israele tende a spingere sull'indipendentismo curdo per destabilizzare il mondo arabo. Ora, è evidente che esiste una questione curda, ma essa andrebbe risolta attraverso un riconoscimento dei diritti di autonomia dei curdi ma senza mettere in discussione le frontiere esistenti, perché se le si mettono in discussione si va ad una totale destabilizzazione.

 

D'ALEMA

 

Siria, Iraq, Yemen, Libano. Il Medio Oriente è formato da Stati falliti e dall'affermarsi di "piccole patrie" identitarie?

Quello della frammentazione è un rischio, indubbiamente. Se parte una deriva di frammentazione su base etnico-religiosa, questa deriva non si sa dove potrebbe portare. La vera, grande sfida è creare le condizioni di Stati plurietnici e plurireligiosi in grado di avere dei meccanismi di accettazione reciproca, di convivenza. Sotto questo profilo, il Libano rappresentava una esperienza interessante, perché dopo le guerre civili libanesi, quello che si era costruito era un assetto che prevedeva un equilibrio tra cristiani, sciiti, sunniti, persino attraverso un bilanciamento garantito costituzionalmente.

 

La destabilizzazione del Libano è una operazione veramente grave. Quello che sta avvenendo all'interno della monarchia saudita è molto preoccupante, per il tipo di tendenze che possono prevalere, per il carattere evidente di uno scontro drammatico: l'arresto contemporaneo di 10 principi e l''incidente' di elicottero che ha visto la morte di un altro principe, e tutto questo in due giorni, sono segnali abbastanza preoccupanti di ciò che si sta muovendo nella realtà saudita, e le spinte di tipo nazionalistico, aggressivo, sono molto forti.

D'ALEMA

 

 

Lei ha motivato i perché esista ancora una "Questione palestinese" ma esiste una leadership palestinese in grado di farla vivere e su quali priorità?

La leadership palestinese ha una agenda di cui non fa parte la ripresa di un negoziato con Israele, ritenuto non praticabile. In questo c'è un perfetto parallelismo: né gli uni né gli altri ritengono che vi siano le condizioni per negoziare. Anzitutto, loro hanno un'agenda infrapalestinese. Considerano la riconciliazione palestinese una componente molto importante ai fini del dare credibilità alla prospettiva di uno Stato palestinese. Fino a quando i palestinesi sono divisi in due entità, questo rende la prospettiva dello Stato ancor più aleatoria.

 

Riconciliazione palestinese come condizione per arrivare alle elezioni, quindi ad una rilegittimazione democratica; accordo, che hanno raggiunto, su un sistema elettorale proporzionale, il che dovrebbe ridurre l'influenza di Hamas; intesa con Hamas perché faccia parte del futuro Governo; l'idea di mantenere un patto di Governo fra Fatah e Hamas come condizione di stabilità e di unità, con un peso nel governo proporzionale al peso elettorale che loro saranno in grado di acquisire. E poi un programma d'interventi su Gaza, di miglioramento della situazione sociale. Sullo sfondo, c'è la delicatissima questione della successione ad Abu Mazen; questione su cui non c'è ancora un accordo.

 

Matteo Renzi ascolta Massimo D Alema

Questa agenda palestinese è la precondizione per poter poi muovere verso altri obiettivi. E poi hanno un'agenda araba. Perché nel caos del mondo arabo, la loro scelta è quella di rafforzare il rapporto con alcuni Paesi-chiave, a cominciare dall'Egitto. E' chiaro che il gruppo dirigente di Fatah non ha visto male la caduta dei Fratelli musulmani in Egitto, anche perché questo ha indebolito Hamas. Il rapporto dell'Egitto, le relazioni con i Paesi del Golfo, fondamentali specie dal punto di vista finanziario. Cercano di muoversi in una posizione neutrale, di stare fuori dai conflitti ma di sviluppare rapporti con tutti. E poi sperano ritengono che il negoziato bilaterale non ha spazio, bisogna ripartire da una Conferenza internazionale, come quella che aveva indicato l'allora presidente francese Hollande e che i palestinesi sperano non sia abbandonata da Macron e dall'Europa.

 

 

In questa chiave, il riconoscimento unilaterale di uno Stato di Palestina da parte dell'Italia e di altri importanti Paesi europei, potrebbe dare più forza e legittimazione interna e internazionale ad una leadership palestinese che comunque si muove in direzione del dialogo?

Parliamoci chiaro: i palestinesi si avviano quest'anno a superare in quantità di popolazione che vive all'interno dei confini del '67, la popolazione israeliana. La presa d'atto che lo Stato palestinese non si può fare, tende a crescere molto nell'opinione palestinese. Naturalmente questo è visto in modo negativo dall'establishment israeliano, perché mette in discussione il carattere ebraico dello Stato e quant'altro. Questo è il grande interrogativo che sta sullo sfondo: da una parte gli israeliani hanno interesse ad avere uno Stato palestinese anche per preservare il progetto sionista di uno Stato ebraico nella regione, e dall'altra parte fanno tutto per distruggerne le basi e le condizioni. E' il paradosso della posizione israeliana, pensando, alcuni, più o meno lucidamente, in realtà di confinare i palestinesi in una sorta di bantustan.

Massimo D'Alema

 

 

Mantenere lo Stato ebraico confinando i palestinesi in queste aree chiuse, cacciarli da Gerusalemme. Questo è un disegno neocoloniale, di tipo sudafricano, sostanzialmente. Se poi loro vogliono chiamare queste 'riserve indiane' lo Stato palestinese, lo facciano pure. Da questo punto di vista, l'occupazione sistematica di Gerusalemme, il rastrellamento dei beduini per allargare l'insediamento di Maale Adumim...c'è un'azione coerente che procede in questa direzione. Dove possa portare questo, se non verso altri conflitti, nuove lacerazioni, nuove sofferenze, è difficile immaginarlo. Io trovo che sia una politica totalmente irresponsabile. Se la comunità internazionale ritiene che bisogna tenere aperta e rilanciare la prospettiva dei due Stati, è evidente che il riconoscimento unilaterale dello Stato palestinese, come atto politico, va in questa direzione.

RENZI dalema

 

Sotto questo profilo, l'atteggiamento italiano è stato particolarmente ambiguo, contraddittorio e fiacco, e i palestinesi sono abbastanza colpiti di come progressivamente, nel corso degli anni, l'Italia dall'essere uno dei Paesi più impegnati per la ricerca di una soluzione, a sostegno della causa palestinese, sia finita per diventare uno dei Paesi più allineati con le posizioni della destra israeliana. E questa è una posizione che ha coinvolto non solo la destra berlusconiana ma anche l'ex centrosinistra.

 

Il che ci porta, a conclusione, a un giudizio sulla politica italiana nel Mediterraneo e in Medio Oriente.

MASSIMO D'ALEMA

Io sono molto critico col tanto celebrato accordo che abbiamo fatto con la Libia che sta fallendo, come dimostrano i fatti. In più, l'unico effetto di quell'operazione è di avere cacciato le Ong dal Mediterraneo. Un accordo fragilissimo, negoziato con gruppi, bande, attraverso elargizioni in parte palesi e in parte occulte. Il Governo italiano preso dal terrore dell'emergenza, degli sbarchi, e dalla paura che tutto questo potesse aiutare la destra, ha congegnato un'operazione in un modo alquanto precario, anche per la precarietà degli interlocutori libici. Credo che vi sia un evidente appannamento del ruolo italiano.

 

Certo, gli israeliani si compiacciono del fatto che, dall'Unesco al Giro d'Italia che parte da Gerusalemme, che il nostro Paese appaia tra i più zelanti alleati d'Israele, ma al di là di questo compiacimento, che poi non va al di là di questo, per il resto cosa dire: basta vedere come ci ha trattato l'Egitto nella vicenda Regeni...Francamente non mi pare che oggi l'Italia abbia un peso e un riconoscimento effettivo nella Sponda Sud del Mediterraneo.

 

 

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