FORGET CAMELOT – BASTA COL MITO JFK, LA VERA RIVOLUZIONE SOCIALE DOPO IL NEW DEAL FU MERITO DI LYNDON JOHNSON!

Sergio Romano per il "Corriere della Sera"

Quante vie e piazze, quanti parchi, viali e luoghi pubblici sono intitolati, nelle Americhe, in Europa e nel mondo, al nome di John Fitzgerald Kennedy, trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti? Quanti capi di Stato e di governo, principi e sovrani giunsero a Washington, negli ultimi giorni di novembre del 1963, per essere presenti ai suoi funerali? Quante biografie sono state dedicate alla sua persona?

Quante tenebrose teorie sulla responsabilità della sua morte sono state scritte o filmate? Quanti rimpianti sono stati pronunciati su tutto ciò che il giovane presidente avrebbe «indubbiamente» realizzato se la sua vita non fosse stata stroncata nel fiore degli anni? Sono queste le domande che avremmo fatto enfaticamente al lettore scrivendo l'ennesimo elogio del giovane presidente nel primo e nel secondo decennale della morte.

Oggi, a cinquant'anni dall'attentato di Dallas, quelle domande sembrano a molti intollerabilmente retoriche. Una recente indagine del New York Times segnala che il tono dei manuali di storia delle scuole americane è alquanto cambiato, che l'immagine di Kennedy, dall'inizio degli anni Ottanta, si è progressivamente appannata e che le domande a cui gli storici cercano oggi di rispondere sono altre.

Quale fu la responsabilità di Kennedy nella tentata invasione di Cuba dell'aprile 1961? Fu giusto attribuire l'installazione di missili sovietici nell'isola di Fidel Castro soprattutto alla politica aggressiva e spericolata di Nikita Kruscev? Quale parte ebbe Kennedy nel coinvolgimento degli Stati Uniti in Vietnam?

Fu Kennedy o il suo successore, Lyndon Johnson, il liberatore dei neri dallo schiavismo di fatto a cui erano ancora soggetti, soprattutto in alcuni Stati del Sud? Fu Kennedy o Johnson il padre di Medicare e Medicaid (i programmi sanitari per gli anziani e i poveri), l'architetto della Great Society vale a dire della maggiore rivoluzione sociale degli Stati Uniti dopo il New Deal?

Queste domande irriverenti appartengono alla «legge del pendolo» che regola da sempre i flussi e riflussi degli studi storici. Quanto maggiori sono i meriti attribuiti a un grande personaggio storico, tanto maggiori saranno i dubbi e le riserve con cui verrà, prima o dopo, rivisto e corretto. Il moto del pendolo è ancora più accentuato in un'epoca in cui pochi avvenimenti sfuggono alle tendenze revisioniste.

Nel caso di Kennedy conviene partire dalla sua campagna per le elezioni presidenziali. Oltre a giocare la carta generazionale della sua età e della sua accattivante oratoria giovanile, Kennedy non fece nulla per spegnere i fuochi della Guerra Fredda.

Accusò il presidente Eisenhower di avere permesso l'esistenza di un divario (in inglese gap) sfavorevole all'America, fra l'arsenale militare sovietico e quello degli Stati Uniti. Non era vero. In un libro recente apparso a Bologna presso il Mulino («La Guerra Fredda, storia di un mondo in bilico »), uno storico americano, John L. Harper, ricorda che nel febbraio del 1961, quando Kennedy era da poche settimane alla Casa Bianca, i tecnici americani sperimentarono il Minuteman, un missile balistico intercontinentale di cui sarebbero stati installati 1.000 esemplari fra il 1962 e il 1965.

Candidamente il nuovo segretario di Stato alla Difesa, Robert McNamara, ammise che il gap non esisteva. Non avrebbe potuto esprimersi diversamente in una situazione in cui gli Stati Uniti erano già in grado di minacciare il territorio sovietico con le loro basi missilistiche in Italia e in Turchia.

Sulla questione cubana, durante la campagna elettorale, Kennedy era stato altrettanto aggressivo. In un momento in cui la vittoria di Fidel Castro a Cuba appariva intollerabile alla maggioranza degli americani, il giovane candidato, come ricorda Harper, aveva accusato il suo oppositore nella corsa per la Casa Bianca, Richard Nixon, vicepresidente di Eisenhower, di non avere dato prova di sufficiente fermezza.

È possibile che il progetto di una invasione dell'isola, con una forza di esuli cubani addestrati dalla Cia in America centrale, sia stato comunicato a Kennedy soltanto dopo il suo ingresso alla Casa Bianca. Ma era in sintonia con i propositi della sua campagna elettorale e non venne rinviato o cancellato. Quando l'invasione fallì, Kennedy ebbe il merito di negare ai bellicosi generali del Pentagono l'intervento dell'Aeronautica militare americana.

Ma era inevitabile che la sua responsabilità fosse, per la dirigenza sovietica, evidente. È questo il quadro in cui occorre collocare la decisione dell'Urss di installare nell'isola i propri missili. Non sarebbero stati molto più lontani dalle coste della Florida di quanto quelli americani nel Mediterraneo fossero lontani dalle coste sovietiche del Mar Nero.

Durante la crisi, mentre le navi sovietiche e quelle americane si fronteggiavano nell'Atlantico, Kennedy e il fratello Robert furono prudenti e seppero sottrarsi alle pressioni di chi avrebbe voluto cogliere l'occasione per una spedizione punitiva contro le basi cubane. Ma anche in questo caso il pregiudizio favorevole dell'opinione pubblica occidentale finì per regalare al giovane presidente il merito di una vittoria che non gli apparteneva.

Kruscev rinunciò all'istallazione di missili sovietici in basi cubane, ma ottenne dagli Stati Uniti due fondamentali concessioni: l'impegno ad astenersi da altri tentativi d'invadere Cuba (ve n'erano stati quattro fra il 1906 e il 1933, per non parlare della base di Guántanamo, aperta durante la Seconda guerra mondiale, ancora oggi americana) e, in una fase successiva, il ritiro dei missili americani stanziati in Turchia e in Italia.

Il capitolo più discusso e contestato è quello del Vietnam. In un film del 1991 («JFK », in italiano «Un caso ancora aperto»), il regista Oliver Stone lasciò intendere che all'origine dell'assassinio del presidente vi fosse un complotto ordito dalla mafia, dai servizi d'intelligence, da parte della forze armate, dal complesso militare-industriale e dallo stesso vicepresidente Lyndon Johnson: tutti decisi a eliminare un uomo che voleva tagliare le unghie ai falchi della politica americana e a impedire che gli Stati Uniti diventassero prigionieri della trappola vietnamita.

Credo che un tale esercizio di fantapolitica non convinca nemmeno i più entusiasti fedeli del culto di Kennedy. In realtà il presidente, come ricorda lo studio di Harper, aveva finanziato le forze armate del Vietnam del Sud, aveva portato a circa 12.000 il numero dei consiglieri militari presenti nel Paese, aveva inviato 300 elicotteri. E aveva autorizzato la Cia a organizzare e finanziare il colpo di Stato contro il governo di Ngo Dinh Diem.


Quanto al programma per i diritti umani e civili non esistono dubbi: il merito spetta pressoché interamente alla presidenza di Lyndon Johnson. Ma uno storico britannico, Simon Schama, ha scritto recentemente sul Financial Times che Kennedy ebbe certamente il merito di pronunciare un memorabile discorso, l'11 giugno 1963, dopo la contestata ammissione di due studenti neri nell'Università dell'Alabama, in cui disse: «Nonostante tutte le sue speranze e tutti i suoi motivi d'orgoglio, questa nazione non sarà interamente libera finché tutti i suoi cittadini non saranno liberi».

Schama si chiede se in quel discorso programmatico vi fosse più retorica che azione, ma osserva che vi sono spesso in casi in cui la retorica è un necessario presupposto dell'azione. Forse dopo trent'anni di critiche e revisioni, il pendolo di Kennedy ricomincerà a oscillare nell'altra direzione .

 

 

Marilyn Monroe E John Fitzgerald KennedyHARRY TRUMAN E JOHN FITZGERALD KENNEDY LYNDON JOHNSON E LA MOGLIE LYNDON JOHNSONSergio RomanoKruscev Nikitajohn e bob kennedyESERCITO AMERICANO DURANTE LA GUERRA DEL VIETNAM FOTO DELLA GUERRA DEL VIETNAM DI CHARLIE HAUGHEY

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