BOIARDO CHI MOLLA! - RIUSCIRANNO I MANDARINI DEI MINISTERI A RESISTERE ALLA ROTTAMAZIONE? IL 9 APRILE SI DECIDE TUTTO: CHI NON È CONFERMATO, DECADE

Paola Pilati per "l'Espresso"

Il change over della politica italiana scatterà il 9 aprile. Ricordate la notte dell'euro, quando le lire sono sparite dai monitor dei computer per far nascere la nuova moneta? Quel giorno Matteo Renzi vedrà sparire dall'organigramma di Palazzo Chigi la prima linea della nomenklatura ereditata dal governo Letta senza neanche la fatica di metterla alla porta: sarà azzerata dalla legge sullo spoils system, che per la Presidenza prevede la conferma entro i 45 giorni dal giuramento del nuovo gabinetto, altrimenti si è fuori. Tra i capi Dipartimento il terrore corre sul filo mentre il premier lascia che il tempo passi senza decidere che poche nomine: il resto lo farà a campo libero.

Quelle che ha già fatto, però, danno il segno dello tsunami in atto. Mauro Bonaretti , city manager di una città di 170 mila abitanti come Reggio Emilia, ha preso il posto di un consigliere di Stato di lunga esperienza come Roberto Garofoli nell'incarico di segretario generale della presidenza, posto via via occupato - e con diversa capacità di auto promozione - da personaggi come Andrea Manzella e Paolo De Joanna, Franco Frattini e Mauro Masi.

Questione di fiducia personale, certo, ma un dettaglio, dicono i maligni, è stato fatale a Garofoli: è lui il "padre" della legge anticorruzione, opera necessaria, ma agli occhi di Renzi anche il monumento di come le leggi non andrebbero più fatte: 160 articoli, più un piano nazionale di 200 pagine, più sei allegati, più svariate circolari.

La seconda testa a cadere è stata quella di Carlo Deodato , capo dipartimento affari giuridici, anche lui consigliere di Stato. Per non dire del foglio di via con cui sono stati rispediti da dove provenivano, sempre il Consiglio di Stato, i due grand commis più potenti, Filippo Patroni Griffi e Antonio Catricalà , fino a ieri mammasantissima del giro delle carriere, facitori di nomine e poltrone, indispensabili consiglieri di ministri e ministri loro stessi (oggi Catricalà non può proteggere più neanche il posto della consorte, Diana Agosti , a rischio come capo dipartimento alla Presidenza).

Se a palazzo Chigi l'operazione conversione è alle porte, nei ministeri l'attesa sarà un po' più lunga. Lo spoil system dà ai ministri novanta giorni per confermare loro la fiducia o rimpiazzarli, e quindi segretari generali e capi dipartimento, una cinquantina di persone in tutto, soffriranno fino al 25 maggio.

L'ULTIMA CROCIATA
La crociata contro i mandarini, contro la burocrazia che frena le riforme, che cioè può sabotare la politica e impedirle di raggiungere i suoi obiettivi, è stata lanciata dal presidente del Consiglio con una brutalità che non si era vista prima. E ha trovato nel Paese - e nella Rete - unanime consenso, plauso incondizionato, anzi un certo spirito di caccia alle streghe.

«Ma quando si ricorre agli stessi uomini, e quando sono proprio i ministri che vi fanno ricorso, vuol dire che c'è bisogno di quelle persone. Magari hanno svolto un ruolo di supplenza della politica, ma solo perché la politica non era in grado di guidare», ammonisce Sabino Cassese, oggi giudice costituzionale, uno dei più profondi conoscitori della macchina amministrativa: «D'altra parte», aggiunge, «ciò che chiamiamo politica nel nostro paese non ha mai avuto un carattere di continuità: in 150 anni ci sono stati 127 governi. Sottratto il ventennio di Mussolini, fa una media di un governo nuovo all'anno». E quindi?

«Portare lo spoils system agli estremi vuol dire tornare allo Stato feudale. Mentre lo Stato moderno ha bisogno di tecnici competenti e super partes, non nominati perché "in lista"».«La burocrazia esiste, ma è come il colesterolo: c'è quello buono e quello cattivo. E di quello buono c'è bisogno per far funzionare la macchina», scende in campo Giovanni Tria, presidente della Scuola superiore dell'amministrazione.

Che sia proprio in questo legame di reciproca dipendenza il problema? D'altra parte, sul fatto che in Italia non esista una scuola come la francese Ena, da cui escano tecnici su cui la politica possa contare, si sono sprecati fiumi di inchiostro. Come pure è difficile vedere i nostri superburocrati come quelle "faceless figure", figure senza volto, che in Gran Bretagna incarnano il servizio alla politica.

Da noi il sistema, improntato a una certa reciprocità di favori, allo scambio di convenienze e di utilità tra politica e burocrazia, «porta a comportamenti adattivi», spiega Francesco Verbaro, che dai massimi ranghi della P.A. è uscito per fare il libero professionista: «Gli alti dirigenti si sentono precari perché a ogni cambio di governo attendono il rinnovo del contratto, e quindi tendono a farsi appoggiare dal sindacato, o dal gruppo parlamentare. Così non si sceglie il più bravo, ma quello più sponsorizzato. Che resta lì per anni».

Un andazzo che ha prodotto anomalie come quella di Vincenzo Fortunato , emblema di un potere personale enorme e trasversale nel ruolo di capo di gabinetto dell'Economia con Giulio Tremonti, e abnormità come quella di Ercole Incalza , che a 70 anni resta il capo della struttura di missione per la grandi opere, come a dire il dominus delle infrastrutture pubbliche più importanti, per volontà di Maurizio Lupi. Comprensibile che oggi Renzi li veda tutti come un muro da abbattere. Ci riuscirà?

Il primo test sono state le nomine degli staff dei ministri. Scorrendo l'elenco delle figure che hanno riempito la casella cruciale, quella di capo di gabinetto - l'alter ego del ministro nella relazione con la struttura del dicastero - la maggioranza sono volti noti, veri professionisti del ramo.

Qualcuno invece è una new entry, e testimonia di un primo slittamento: aumenta il peso del vivaio Camera dei deputati, diminuisce drasticamente quello della magistratura amministrativa, che fino a ieri tra Tar, Consiglio di Stato e Avvocatura, riforniva copiosamente i gabinetti ministeriali. Il secondo test, come si diceva, saranno le nomine dei papaveri, e per questo le manovre sono in pieno svolgimento. Due esempi: la possibile uscita dal Mibac (destinazione palazzo Chigi?) di Salvo Nastasi , grande elemosiniere di fondi per lo spettacolo; e la sostituzione, già decisa dal ministro della Giustizia Orlando, di Simonetta Matone , potente capo dipartimento degli affari di giustizia.

TENDENZA LETTA
Armi e bagagli, alcuni reduci di Enrico Letta hanno trovato accoglienza intorno alla scrivania di Quintino Sella. Fabrizio Pagani , Letta boy di lungo corso, è capo della segreteria tecnica, ma la figura chiave a via XX Settembre è quel Roberto Garofoli nominato l'anno scorso segretario generale alla Presidenza da Letta, ora capo di gabinetto, ruolo che ha già ricoperto alla Funzione Pubblica con Patroni Griffi: quest'ultimo oggi è in declino, ma non lo è Massimo D'Alema, di cui Garofoli è stato capo dell'ufficio legislativo agli Esteri. Ed è la frequentazione comune di "Italianieuropei", guidata dal Richelieu del líder maximo, Andrea Peruzy, che ha convinto il neoministro dell'Economia Pier Carlo Padoan a fidarsene. Come dalla commissione anticorruzione di Nicola Zingaretti il ministro ha preso a capo del legislativo Andrea Simi , grand commis di lungo corso.

Ma all'Economia si aprono partite ben più rischiose. Intanto, confermare o no i capi dipartimento nominati da Fabrizio Saccomanni, a partire dalla Ragioneria. Nel mirino di Renzi è entrata la direzione generale più importante, quella del Tesoro, guidata da Vincenzo La Via .

È il braccio destro di Matteo, Luca Lotti (oggi sottosegretario all'editoria), che sta sponsorizzando per quella poltrona il suo amico Matteo Del Fante , Toscana connection, oggi direttore generale della Cassa Depositi e Prestiti. A spingerlo nel cuore del Tesoro è anche un altro sponsor: Giuseppe Guzzetti, capo delle Fondazioni bancarie e azionista della Cdp, che così avrebbe un uomo di fiducia in un ganglio vitale.

Ma è solo un assaggio di quello che Padoan si troverà ad affrontare con il rinnovo dei vertici delle tre Agenzie fiscali. Attilio Befera (Entrate), Giuseppe Pelaggi (Dogane), e Stefano Scalera (Demanio) scadono, e mentre Pelaggi tenta il passaggio alle Entrate, Befera spera in un incarico manageriale; su Scalera, uomo di Vittorio Grilli, nessuno è pronto a scommettere.

Rischia invece, allo Sviluppo Economico, un altro uomo di Letta, ma anche di Pierluigi Bersani: il segretario generale Antonio Lirosi . Il ministro Federica Guidi, che ha preso come capo gabinetto dall'avvocatura della Camera Vito Cozzoli , area Forza Italia, non gestisce più il budget della coesione economica, passato alla Presidenza del Consiglio, e vorrà rinsaldare la presa su quello che le resta, cioè gli incentivi alle imprese.

NEW ENTRY
Un tris di giovani capi gabinetto - tutti sotto i 40 anni - per tre new entry donne del governo: Marianna Madìa ha chiamato dalla Camera Bernardo Polverari per la Funzione Pubblica; Maria Elena Boschi ha voluto alle RiformeRoberto Cerreto (anche lui dalla Camera); Stefania Giannini ha scelto Alessandro Fusacchia all'Istruzione. Polverari, simpatie a sinistra, è un esperto di legislazione del lavoro e alla Funzione Pubblica dovrà vedersela con il potente capo dipartimento, Antonio Naddeo , saldo da dieci anni grazie all'ottimo rapporto con le organizzazioni sindacali del pubblico impiego.

Cerreto, ex segretario ds a Pisa, sta nel cuore di D'Alema, che gli ha fatto da testimone di nozze e lo ha cooptato nel solito club Italianieuropei; Fusacchia è il più eccentrico: rappresentante della generazione Erasmus che piace tanto a Renzi, si lancia con il paracadute, scrive romanzi, fa il ghost writer (Prodi e Bonino) e ha avuto incarichi discontinui tra l'Italia e Bruxelles finché Corrado Passera non lo ha preso allo Sviluppo Economico promuovendolo tra quelli che sussurrano ai ministri.

VECCHIE CONOSCENZE
Lupi ha la passione per l'usato sicuro: a parte Incalza, come capo gabinetto ha scelto Giacomo Ajello , avvocato dello Stato che ha lavorato dieci anni con la Protezione civile di Guido Bertolaso. Ferdinando Ferrara, latifondista pugliese ed ex capo dipartimento alla presidenza, assunto come capo gabinetto dell'Agricoltura con Nunzia De Girolamo, resta con Maurizio Martina, che conferma anche a capo del legislativo Marco Caputo . Agli Affari regionali approda Luigi Fiorentino , forse l'unico ancora in pista del cerchio magico di Catricalà. Un sempreverde anche Guido Carpani , Ambiente, area Udc. E al ministero dei Beni culturali Dario Franceschini si è portato un fedelissimo come Giampaolo D'Andrea , carriera politica dalla Dc alla Margherita.

PREFERISCO I MAGISTRATI
Restando sul classico, il ministro della Salute e quello del Lavoro hanno pescato nei ranghi della magistratura: consigliere del Tar è Alberto Di Nezza , capo gabinetto di Beatrice Lorenzin; magistrato della Corte dei Conti Luigi Caso , stesso incarico con Giuliano Poletti. Per il primo, il rischio "porte girevoli" si è presentato quando, da consigliere Tar, nel 2012 si è trovato a decidere sul ricorso contro un decreto fatto proprio da lui dallo staff della Salute, problema risolto cambiando relatore.

Il secondo non si è risparmiato nelle sue peregrinazioni: l'ufficio legislativo all'Economia, di palazzo Chigi, il gabinetto del presidente dell'Authority dei Lavori Pubblici... non pervenuta una competenza da giuslavorista. Tant'è che qualcuno attribuisce a ciò la cantonata presa da Poletti sulla nuova legge che allunga a tre anni i contratti dei precari, dove si è all'inizio confuso tra "rinnovi" e "proroghe", rischiando una folle frammentazione lavorativa nella precarietà. Quanto alla struttura, Poletti dovrà decidere se tenere o meno il segretario generale del ministero, Paolo Pennesi , nominato da Enrico Giovannini.

CONSIGLIERI ADDIO
La svolta culturale che questa nuova nomenklatura vuole rispecchiare ha un imprinting: Renzi non ama molto i magistrati. Non si fida, li tiene alla larga. Anzi, i ben informati dicono stia meditando un'operazione chirurgica, come quella con cui ha fatto fuori il Cnel, anche nei confronti del mondo dei giudici amministrativi, dal Tar alla paludata famiglia dei giudici di palazzo Spada. D'altra parte, la vita dei consiglieri si è fatta via via più difficile.

Ultimamente hanno dovuto inghiottire il divieto di cumulo (che permetteva di sommare stipendio di magistrato e indennità di incarico di governo, o pensione) e il divieto di collaudi e arbitrati. Così le defezioni verso il libero mercato si stanno moltiplicando: per esempio Fabio Cintioli e Alessandro Botto ora fanno entrambi gli avvocati. Ultimo stress, il ritorno di Catricalà e Patroni Griffi dopo tanti anni in giro: dove metterli, quale ruolo riconoscergli? Finisce che ci penserà Renzi: via i Tar regionali (al loro posto tre tribunali, Nord Sud e Centro), via il Consiglio di Stato. Tutti assimilati ai ruoli della magistratura ordinaria, e festa finita. Ma non chiamatela pulizia etnica.

 

 

Alfano, Franceschini,Patroni Griffi e Letta nella foto postata da Zanonato sul suo profilo TwitterVianello Patroni Griffi Antonio Catricala e moglie Catricala fabrizio pagani TREMONTI FRATTINI FRATTINI MARTINELLI BERLUSCONIMauro Masi Ingrid Muccitelli e Desiree Colapietro Foto Gio Conrad Pietro Valsecchi e Salvo Nastasi VINCENZO FORTUNATO SCUOLA ECONOMIA MATTEO RENZI E LA BOMBA A ENRICO LETTA Palazzo Chigi

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