DIAZ, FINI COME PONZIO PILATO - “CI FURONO VIOLENZE DA STATO DI POLIZIA, MA NESSUN ORDINE DALLA POLITICA: L’AVREBBERO DETTO SUBITO PER SALVARSI LA CARRIERA” – RETICENZE E DEPISTAGGI “FORSE PER SALVAGUARDARE LA GERARCHIA INTERNA” (LEGGI DE GENNARO)

Francesco Grignetti per “la Stampa

 

Gianfranco Fini nei giorni del G8 era lì, a Genova. Eccome se c’era. Sulla sua presenza, anzi, e sulla sua partecipazione alle decisioni prese in sala operativa, è nata una leggenda nera. «Una leggenda mal costruita», dice però l’ex presidente della Camera.

gianni letta angiola filipponio gianfranco finigianni letta angiola filipponio gianfranco fini


Scusi, presidente Fini, lei c’era o non c’era in quella famosa sala operativa?
«Non c’ero. E questa è storia, tanto è vero che i magistrati non hanno mai sentito la necessità di interrogarmi. È un dato di fatto che io, che ero vicepresidente del Consiglio, passai a salutare in questura e in prefettura, ma prima dei disordini, addirittura prima della morte di Carlo Giuliani. Poi è vero che rimasi bloccato per sei ore al comando dei carabinieri, al Forte San Giuliano, ma senza alcun ruolo. Genova in quel momento era messa a ferro e fuoco dai Black Bloc. Per motivi di sicurezza anche il sottoscritto rimase bloccato. La scorta voleva farmi andare via con un elicottero, ma io rifiutai. Sarebbe stata una fuga vergognosa non del sottoscritto, ma di un vicepresidente del Consiglio e questo, se permettete, era inaccettabile». 


Quindi non è vero che lei partecipò alle decisioni dalla sala operativa?
«Assolutamente no. Attesi le mie sei ore in caserma e poi andai via». 


La sentenza europea oggi ci dice che a Genova le cose andarono in maniera inaccettabile. Che cosa pensa che sia accaduto?
«Penso che dopo la morte di Giuliani la situazione dell’ordine pubblico sia scappata di mano a tutti. E qualcuno perse le staffe».

gianfranco fini saluta angiola filipponio vedova tatarellagianfranco fini saluta angiola filipponio vedova tatarella


Ci sono stati molti funzionari di polizia, anche importanti, condannati per avere tentato di fabbricare prove false sull’irruzione alla Diaz. Perché lo fecero, secondo lei?
«Io non mi schiero con la dietrologia imperante in questo Paese: di sicuro quei funzionari non si diedero da fare perché dovevano nascondere misteriosi ordini della politica. Al contrario, se ci fossero stati ordini del genere, quei funzionari lo avrebbero detto subito per salvare le loro carriere. No, penso che fecero quel che fecero per salvarsi da imputazioni maggiori e più gravi. O forse lo fecero per salvaguardare la gerarchia interna. Probabilmente qualcuno sa perché si mossero in quel modo. Ma io non lo so».


Ricorda che discuteste a palazzo Chigi di quanto accadde a Genova?
«Così su due piedi non ho memoria di una discussione tra noi. Sicuramente ci sarà stata una relazione. Non conservo memoria di questo passaggio, ma lo darei per certo. Ricordo bene che ci fu quasi subito un passaggio parlamentare. E mi lasci aggiungere, anche se non sono mai stato sospettabile di simpatie per la Lega, che Maroni, allora ministro del welfare, si rivelò poi anche un buon ministro dell’Interno». 

ELISABETTA TULIANI GIANFRANCO FINI GIANNI DE GENNARO ELISABETTA TULIANI GIANFRANCO FINI GIANNI DE GENNARO


Ma una discussione tra voi sui fatti di Genova non la ricorda?
«No». 


È un fatto che ancora manchi nella legislazione italiana il reato di tortura. E la Corte europea ci condanna anche per questo.
«In effetti è un’anomalia italiana che i responsabili di quelle violenze, che effettivamente ci furono, e che non intendo minimamente difendere, non sono stati né identificati, né sanzionati. È indispensabile che il legislatore provveda. Fossi io con compiti di governo, mi farei fare uno specchietto sulla legislazione comparata in Europa e poi provvederei. Importante, però, secondo me, è che l’introduzione del reato di tortura non diventi l’occasione per una posizione squilibrata contro le forze di polizia. Le quali eseguono un compito difficile, ancor più difficile da quanto la spending review ha colpito anche le dotazioni del comparto sicurezza, e che meritano rispetto». 

Genova G8Genova G8


Ecco, lei conferma una posizione storica della destra. Sempre e comunque con la polizia?
«È quanto dicevamo come An quando siamo arrivati al governo, e dicevamo già venti anni prima: se in Italia il cittadino può godere dei suoi diritti democratici, non lo deve solo alla magistratura, ma anche a polizia e carabinieri. Ma di questo c’era poca consapevolezza». 

Genova G8Genova G8


In conclusione, Fini, direbbe che ci fu una vostra responsabilità, non politica, ma culturale, per le violenze di Genova?
«No, ma riconosco che vi furono atti di violenza inaudita, da Stato di polizia più che da Stato democratico. Gli eccessi sono stati accertati, andavano puniti».

 

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