COMPAGNI CHE SBRAITANO CONTRO LA MALA-GIUSTIZIA - L’EX SINDACO DI FIRENZE DOMENICI ATTACCA TOGHE E GIORNALI DOPO L’ASSOLUZIONE DEI SUOI EX ASSESSORI

Lettera di Leonardo Domenici a "Il Corriere della Sera"

Caro direttore, il 18 novembre 2008 è la data di inizio di una vicenda giudiziaria che nasce a Firenze, ma avrà una vasta eco nei media nazionali e si protrarrà, nelle sedi giudiziarie, per circa cinque anni. Si tratta dell'inchiesta sulla urbanizzazione dell'area di Castello, situata ai confini della periferia nord della città e proprietà della società assicuratrice Fondiaria, controllata dalla famiglia Ligresti.

Quel giorno la polizia giudiziaria si presenta in uffici pubblici e private abitazioni per perquisire e sequestrare: si sospetta che l'amministrazione comunale di Firenze, particolarmente attraverso l'operato di due assessori in carica, Gianni Biagi e Graziano Cioni, abbia favorito gli interessi del privato proprietario dei terreni, che verranno messi sotto sequestro (restandoci molto a lungo). Il clima si fa subito molto pesante. Dalla Procura fanno sapere che si sta propagando un «incendio». Molti giornali (soprattutto alcuni quotidiani e settimanali) vedono in questa inchiesta una delle prove più significative del malgoverno che alberga nelle giunte locali di centrosinistra.

Il sottoscritto (allora sindaco di Firenze e presidente nazionale dei Comuni italiani) diventa oggetto di un attacco mediatico molto violento, pur non essendo indagato né tanto meno, in seguito, imputato. Intanto, fioccano intercettazioni. Sulla base di una di queste, in cui vengo registrato anch'io, un autorevole settimanale giunge a scrivere che le mie parole «testimoniano un male che va oltre la corruzione addebitata ai due assessori di Palazzo Vecchio in rapporti troppo intimi con Salvatore Ligresti».

Il 6 dicembre 2008 vado a incatenarmi per protesta sotto la sede del gruppo editoriale L'Espresso, per difendere la dignità mia personale e la correttezza dell'amministrazione da me presieduta. Ottengo un po' di attenzione, che cerco di utilizzare per spiegare le mie ragioni. Arriva qualche attestato di stima e un po' di solidarietà (non molta e, se possibile, sottotraccia). Poi, l'inchiesta va avanti, viene finalmente chiusa, ci sono i rinvii a giudizio e parte il processo, che si conclude nel marzo del 2013 con l'assoluzione di tutti gli imputati dalla accusa di corruzione.

Perché racconto tutto questo adesso? Perché qualche giorno fa sono state rese note le motivazioni della sentenza e nel leggere quelle pagine ho sentito crescere dentro di me uno stato d'animo contraddittorio e conflittuale molto forte: da una parte, il conforto di vedere smontato in modo rigoroso, punto per punto, l'impianto dell'accusa da un collegio di giudici, che riconosce la correttezza dell'operato dell'amministrazione comunale e svolge interessanti considerazioni su questioni delicate e rilevanti (per esempio, l'uso delle intercettazioni nelle inchieste e il riconoscimento della autonomia della sfera politico-amministrativa, sottoposta in ultima istanza al giudizio della sovranità popolare).

Ma dall'altra parte, ho provato un senso di profonda amarezza per le sofferenze gratuite cui, in questa lunga vicenda, sono stati sottoposti imputati e non imputati e per la sproporzione fra il rilievo mediatico (molto ampio) dato all'inchiesta e quello (molto più limitato) della conclusione del processo e, appunto, delle motivazioni della sentenza. Si potrebbe anche parlare dell'uso cinico che si è fatto di questa inchiesta per rimuovere l'esperienza di dieci anni di governo della città di Firenze: alle volte penso che, se tutto questo fosse successo nell'Unione Sovietica di Stalin, si sarebbe provveduto a cancellare la mia immagine da tutte le foto ufficiali e mi consolo dicendomi che per fortuna viviamo in un altro mondo.

Ma in questo nostro mondo esiste comunque un problema che va affrontato e riguarda il malfunzionamento del nostro sistema giudiziario, la snervante lunghezza di processi che si svuotano di contenuto e alterano l'applicazione del principio di giustizia, l'impatto politico-mediatico delle inchieste e il ruolo del pubblico ministero. Qualcuno ha strumenti per difendersi da tutto questo. Molti vengono stritolati senza neppure potere far sentire la propria voce.
Leonardo Domenici

 

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