draghi trump von der leyen

“L’ORDINE GLOBALE È MORTO: GLI USA VEDONO NELLE DIVISIONI DELL’EUROPA UN VANTAGGIO PER I PROPRI INTERESSI” - DRAGHI SFERZA LA UE IN UN DISCORSO CHE SEMBRA LA RISPOSTA ALL'APPELLO DEL PREMIER CANADESE CARNEY E INVOCA GLI STATI UNITI D’EUROPA PARLANDO DI “FEDERAZIONE PRAGMATICA” – LA BORDATA A VON DER LEYEN PER L’ACCORDO SUI DAZI (L'EUROPA NON PUÒ FAR VALERE NÉ L'INDIPENDENZA ENERGETICA, NÉ QUELLA MILITARE E VINCE LA LEGGE DELLA POTENZA AMERICANA), LA NECESSITÀ DI UNA STRATEGIA UNITARIA SU INDUSTRIA, TECNOLOGIA E DIFESA E LE RESISTENZE DI MERZ E DEI NORDICI AL DEBITO COMUNE. MACRON È IL LEADER PIÙ IN SINTONIA CON MARIOPIO MA APPARE DEBOLE E ISOLATO – COSA ACCADRA’ AL CONSIGLIO EUROPEO DEL 12 FEBBRAIO AL QUALE PARTECIPERA’ ANCHE DRAGHI? - VIDEO

 

https://video.corriere.it/economia/l-avvertimento-di-draghi-l-europa-rischia-di-venire-divisa-e-deindustrializzata-serve-un-federalismo-pragmatico-/fdd59be2-5de9-446b-9f4d-c704d1cf7xlk

 

 

Alessandro Barbera per “la Stampa” - Estratti

 

Ad una lettura superficiale l'ultimo discorso di Mario Draghi all'università di Lovanio sembra somigliare a tutti gli altri. Più volte negli ultimi mesi l'ex premier ha invitato l'Unione a rafforzare il suo livello di integrazione per affrontare il nuovo (dis)ordine globale, ma tenendosi sempre un passo indietro rispetto alle scelte della politica. Questa volta - complice l'invito ricevuto per il Consiglio europeo del 12 febbraio - c'è un salto di qualità, nella forma e nella sostanza. Draghi invita l'Europa a farsi «potenza», un concetto fin qui mai scomodato. 

 

MARIO DRAGHI

L'ex presidente della Banca centrale europea affronta il tema cruciale del destino dell'Unione in forma di domanda retorica: «Vogliamo restare semplicemente un grande mercato, soggetto alle priorità altrui? Oppure compiere i passi necessari per diventare una potenza?». 

 

Ma che significa diventare potenza? Qui c'è già una seconda novità decisiva nell'argomentare di Draghi: «Mettere insieme piccoli Paesi non produce automaticamente un blocco potente. Questa è la logica della confederazione», quella «con cui l'Europa opera ancora in difesa, politica estera e finanza pubblica». Ma questo modello «non produce potere. Un gruppo di Stati che coordina resta un gruppo di Stati: ciascuno con un veto, ciascuno con un proprio calcolo, ciascuno vulnerabile a essere isolato uno alla volta». 

 

DRAGHI TRUMP VON DER LEYEN

Difficile non vedere in filigrana gli stessi ragionamenti di Mark Carney, il premier canadese che con un memorabile discorso al vertice di Davos ha costruito la base teorica della risposta dell'Occidente alla fine della tutela americana e alla tattica poco amichevole di Trump. Carney è stato due volte collega di Draghi - governatore della Banca del Canada prima, di quella inglese dopo - ed è noto per essere legato all'ex premier da stima e amicizia. Insomma, il discorso di Draghi appare la risposta compiuta ed europea all'appello di Carney. 

 

Quale dovrebbe essere la risposta europea? E qui arriviamo ad un nuovo distinguo fin qui inesplorato del discorso draghiano: «Il potere richiede che l'Europa passi dalla confederazione alla federazione».

 

DONALD TRUMP - 3

Con un ma: Draghi non propone più astrattamente di "farsi Stato", un obiettivo al quale tendere ma evidentemente poco praticabile ancora per un paio di decenni. L'economista teorizza di farsi federazione per pezzi, nella logica delle "due velocità" che da anni anima il dibattito europeista. Draghi fa esempi molto concreti, per spiegare dove ha funzionato e perché è un vantaggio per tutti, ben oltre il discorso sul superamento del principio di unanimità nelle decisioni. 

 

L'ex premier parla non a caso di federalismo «pragmatico»: si va avanti «con i partner oggi disponibili, nei settori in cui è possibile fare progressi».

 

L'esempio «di maggior successo» è l'euro: la moneta unica è stata voluta ormai 25 anni fa da dodici Paesi, oggi è adottata da ventuno dei ventisette Paesi dell'Unione ed è una delle tre grandi monete globali. L'Europa è federale nella gestione della politica commerciale, e infatti ha potuto firmare due importanti accordi con India e Sudamerica per rispondere ai dazi di Trump. E però talvolta i piani si intrecciano, e singoli pezzi di federazione non bastano. 

MARIO DRAGHI

 

Dove non l'abbiamo realizzata, nella difesa, la politica industriale e gli affari esteri «siamo trattati come una somma disordinata di Stati di medie dimensioni, da dividere». 

E «dove commercio e sicurezza si intersecano, i nostri punti di forza non riescono a compensare le nostre debolezze. 

 

Un'Europa unita sul commercio ma frammentata sulla difesa vedrà il proprio potere commerciale usato come leva contro la sua dipendenza in materia di sicurezza come sta accadendo oggi». Qui Draghi non si spinge troppo in là nel ragionamento politico, ma è evidente il riferimento indiretto all'accordo (penalizzante) firmato da Ursula von der Leyen con la Casa Bianca nella cornice (umiliante) del resort di Trump in Scozia.

 

La presidente della Commissione europea ha dovuto ingoiare l'imposizione di dazi al 15 per cento sui beni europei, e prendere l'impegno ad acquistare gas liquefatto dagli Stati Uniti. Il perché di tanta sottomissione è semplice: l'Europa non può far valere né l'indipendenza energetica, né quella militare. Vince la legge della potenza americana. 

(…)

 

CHI FRENA L'EUROPA

MARIO DRAGHI URSULA VON DER LEYEN

Marco Bresolin per “la Stampa” - Estratti

 

Quando Mario Draghi si siederà al tavolo dei leader europei nel castello di Alden Biesen, il prossimo 12 febbraio verso le 11 del mattino, ripeterà i concetti espressi ieri e in tutti i suoi precedenti interventi pubblici negli ultimi anni.

 

Con ogni probabilità, davanti all'ex presidente della Bce, i capi di Stato e di governo annuiranno e diranno che è arrivato il momento di agire. Magari Viktor Orbán si alzerà per scandire che lui non consentirà mai una svolta in senso federale, ma i veri ostacoli emergeranno subito dopo – all'ora di pranzo – quando Draghi sarà invitato a uscire dalla sala e i 27 inizieranno a discutere tra di loro, prima della sessione alla quale poi parteciperà anche Enrico Letta. 

mario draghi riceve il premio Princesa de Asturias

 

È in quel momento che è i tanti nodi verranno al pettine perché lo scontro va ben al di là della dinamica sovranisti-federalisti e molti "nemici" dell'attuazione dei loro piani saranno seduti a quel tavolo.

 

A più di un anno e mezzo dal lancio delle proposte, il debito comune rimane un tabù, diversi Paesi rimangono gelosi del loro diritto di veto, l'unione dei mercati di capitali è frenata da chi non vuole rinunciare alla propria autonomia finanziaria, le divergenze in ambito fiscale rimangono significative. Inoltre, le parti sociali temono che i processi di semplificazione normativa si trasformino in deregolamentazione, i prezzi dell'energia continuano a rimanere più alti ma non per tutti, gli aiuti di Stato continuano a essere asimmetrici e l'applicazione delle norme Ue non è uniforme tra gli Stati membri, il che ostacola il funzionamento del mercato interno. 

EMMANUEL MACRON - MARIO DRAGHI

 

(…)

La Germania di Friedrich Merz ora in questa direzione e nei giorni scorsi ha lanciato un'iniziativa in ambito economico finanziario coinvolgendo soltanto i ministri dei sei Paesi più grandi. Ma Berlino è forse il principale oppositore di uno dei cavalli di battaglia di Draghi: il debito comune per finanziare gli investimenti congiunti, osteggiato anche dalla Finlandia e dagli altri nordici. 

 

La Germania ha sin qui avuto un atteggiamento ambivalente sull'unione dei mercati di capitali che continua a far emergere resistenze tra i governi Ue, soprattutto quelli che non vogliono rinunciare alla loro autonomia normativa in ambito finanziario. Il Lussemburgo è il capofila di chi si oppone al rafforzamento di Esma per trasformarla nel supervisore unico sui mercati finanziari, ben sostenuto da Stati come Malta e Irlanda che non vogliono rinunciare alle loro prerogative nazionali, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti fiscali.

MARIO DRAGHI URSULA VON DER LEYEN - RAPPORTO COMPETITIVITA UE

 

Anche i Paesi Bassi, in questo campo, hanno sin qui remato nella direzione opposta a quella indicata da Draghi, ma ora il nuovo governo (di minoranza) guidato da Rob Jetten potrebbe cambiare rotta. 

 

L'unico aspetto su cui c'è grande sostegno tra i governi è l'agenda di semplificazioni normative avviata dalla Commissione in linea con i suggerimenti di Draghi. Ma il percorso degli Omnibus nel passaggio all'Europarlamento è piuttosto accidentato: di recente ci son stati alcuni inciampi e la fragilità dell'attuale maggioranza potrebbe riservarne altri. 

donald trump e xi jinping meme by edoardo baraldi

 

 

DRAGHI SFERZA LA UE "SERVE UNA FEDERAZIONE O VERREMMO SOTTOMESSI" 

Francesco Manacorda per “la Repubblica” - Estratti

 

L'ordine globale è «defunto», alla cooperazione internazionale e al libero scambio si sostituisce una competizione potenzialmente distruttiva. Dunque, per restare nel nuovo mondo, all'Europa oggi serve potere. E questo, dice Mario Draghi ricevendo un dottorato honoris causa a Lovanio, «richiede che l'Europa passi dalla confederazione alla federazione». 

 

MARIO DRAGHI URSULA VON DER LEYEN - RAPPORTO COMPETITIVITA UE

Il punto di rottura non sta dunque in ciò che quell'ordine è stato, ma in ciò che non riesce a correggere. Con l'ingresso della Cina nel Wto, «i confini tra commercio e sicurezza iniziano a divergere».

 

Alcuni Stati - in primo luogo proprio la Cina - perseguono «un vantaggio assoluto attraverso strategie mercantilistiche», imponendo ad altri «la deindustrializzazione», mentre «i benefici che restano vengono condivisi in modo diseguale». Ecco «il contraccolpo politico che affrontiamo». 

 

Il rischio, tuttavia, non è la fine dell'ordine globale in sé, ma ciò che lo sostituisce. Da un lato c'è «un'America che enfatizza i costi che ha sostenuto ignorando i benefici che ha raccolto», che «impone dazi all'Europa» e, per la prima volta, «vede nella frammentazione politica europea un vantaggio per i propri interessi». Dall'altro c'è «una Cina che controlla nodi critici delle catene globali del valore» ed è «disposta a sfruttare quella leva», «inondando i mercati» o «trattenendo input essenziali». 

 

EMMANUEL MACRON - MARIO DRAGHI

L'Ue può farcela a livello economico: resta «il più grande esportatore e importatore mondiale» ed è «il principale partner commerciale di oltre 70 Paesi». Le imprese europee controllano «il 100% della litografia ultravioletta estrema» che serve a fare i microchip. Ma serve altro.

 

Dove l'Europa ha già federato — «sul commercio, sulla concorrenza, sul mercato unico, sulla politica monetaria» — «viene rispettata come una potenza e negozia come un soggetto unitario». Dove non lo ha fatto — «sulla difesa, sulla politica industriale, sugli affari esteri» — «è trattata come un'assemblea fluida di Stati di medie dimensioni, da dividere e gestire di conseguenza». E «quando commercio e sicurezza si intersecano», conclude, «i nostri punti di forza non riescono a proteggere le nostre debolezze». 

 

(…)

 

LA MISSIONE CON LETTA AL VERTICE EUROPEO PER CHIEDERE UN PASSO AVANTI POLITICO 

Filippo Santelli per “la Repubblica” - Estratti

 

DONALD TRUMP E XI JINPING

Per chi non lo aveva capito, Mario Draghi lo ha ribadito ieri: il vero passo che l'Europa deve fare è politico. Diventare una federazione, superando le divisioni e il vincolo dell'unanimità che la condannano all'impotenza. Era anche la condizione base del suo citatissimo rapporto, rimasto lettera morta nei settori chiave delle politiche industriali, tecnologiche e di difesa.

draghi von der leyen

 

E quindi Draghi la ribadirà al Consiglio informale sulla competitività del 12 febbraio in Belgio, dove è invitato insieme a Enrico Letta, autore dell'altro rapporto sul mercato unico. «Federalismo pragmatico», la formula che l'ex banchiere centrale declinerà in azioni, significa che – come fu per l'euro – bisogna andare avanti sui vari temi con chi ci sta, lasciando aperta la porta per chi si vorrà unire dopo. Approccio selettivo - solo dove è necessario -, funzionale - cioè non ideologico - e graduale. 

 

Il formato del ritiro nel castello belga racconta dell'urgenza percepita dai leader europei, di fronte alle minacce di Trump e Putin. Servono risultati. Il problema è che i messaggi di Draghi e Letta, in questa Europa di nazionalismi e leader fragili, sono controcorrente, anche per chi a parole si richiama a loro. Basta vedere il "non paper" prodotto dal recente vertice tra la premier Meloni e il cancelliere tedesco Merz, che pochi giorni fa ha anche incontrato Draghi.

merz meloni

 

(...) «Quel documento è ritagliato sulla base dei vincoli nazionali tedeschi, e in parte italiani: manca la volontà politica di attraversare delle linee rosse su politiche e fondi comuni», dice Marco Buti, già direttore generale della Commissione e oggi professore all'Istituto europeo di Firenze. 

 

In Belgio Letta proporrà una tabella di marcia per arrivare entro il 2028 ad unificare i mercati dei capitali, telco ed energia. E rilancerà il famoso "28esimo regime", un passaporto societario che permetta alle aziende di operare in tutta la Ue. 

 

VIKTOR ORBAN E DONALD TRUMP A DAVOS - FOTO LAPRESSE

Draghi aggiungerà una parte ancora più divisiva, la necessità di una strategia davvero unitaria su industria, tecnologia e difesa, finanziata in parte con debito comune e sostenuta con clausole di "acquisto europeo". Macron è il leader più in sintonia, ma appare debole e isolato. 

 

Il modello Draghi non è quello del piano di riarmo, di fatto condotto a livello nazionale, né quello della coalizione dei volenterosi sull'Ucraina, se l'accordo tra governi non crea nuove istituzioni europee. È il modello dell'euro e del Pnrr, o di una cooperazione rafforzata come quella che ha appena portato la Ue a stanziare 90 miliardi per Kiev, dando la possibilità ai contrari di chiamarsi fuori. Strumenti comuni, rischi condivisi, decisioni più rapide: si è già fatto. Può diventare regola? 

draghi von der leyen

 

 

 

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