IL GOVERNO “PUNISCE” I MAGISTRATI – NELLA MANOVRA ARRIVA UNA NORMA “ANTI-TOGHE”: PER EFFETTO DI UNA RIORGANIZZAZIONE BUROCRATICA, IL SISTEMA DI ADEGUAMENTO DELLO STIPENDIO DELLA MAGISTRATURA SARÀ RIVISTO AL RIBASSO – NON È UN CASO, MA UNA FORMA DI “COMPENSAZIONE” POPULISTA DOPO LA SENTENZA DEL CONSIGLIO DI STATO CHE OBBLIGA IL GOVERNO A PAGARE GLI ARRETRATI AI MAGISTRATI. E SOPRATTUTTO, UN MODO PER COLPIRE LE TOGHE, CON CUI GIORGIA MELONI COMBATTE DA TRE ANNI IN UNO SCONTRO ISTITUZIONALE PROFONDO. MA LA NUOVA NORMA È A FORTE RISCHIO COSTITUZIONALITÀ...
MANOVRA, ECCO LA NORMA ANTI TOGHE: AUMENTI PIÙ BASSI. NUOVI SCONTRI IN VISTA
Simona Musco per https://www.ildubbio.news/
Il governo non potrà eliminare dai propri conti il miliardo dovuto ai magistrati per pagare arretrati che, in alcuni casi di massima anzianità, possono raggiungere i 100.000 euro a testa, al lordo di arretrati, adeguamenti e tasse.
Un atto dovuto, imposto da sentenze del Consiglio di Stato che hanno bocciato i vecchi calcoli dello Stato e che in molti hanno interpretato come “regalo” dell'ultimo minuto, offrendo un argomento populista alla politica per attaccare di nuovo le toghe. Ma per evitare che ciò accada di nuovo, il governo ha deciso di prevenire situazioni simili per il futuro, stando a quanto recita l'Articolo 67 della Legge di Bilancio.
GIORGIA MELONI - CONFERENZA STAMPA MANOVRA - FOTO LAPRESSE.
Per comprendere l'impatto di questa norma, è necessario fare un passo indietro e capire come funzionano le retribuzioni di questa categoria.
I magistrati appartengono al personale “non contrattualizzato”. A differenza dei normali dipendenti pubblici, non si siedono a un tavolo per negoziare il rinnovo del contratto con il governo. Per legge, e a tutela della loro indipendenza, il loro stipendio si adegua automaticamente ogni tre anni, agganciandosi alla media degli aumenti ottenuti nel triennio precedente dagli altri dipendenti dello Stato. L'articolo 67 interviene proprio su questo automatismo, modificando l'algoritmo di calcolo attraverso due mosse stringenti.
GIORGIA MELONI CONTRO I MAGISTRATI DOPO LA SENTENZA SUL RISARCIMENTO A SEA WATCH
Fino ad oggi, i magistrati condividevano lo stesso paniere di calcolo con altre figure di alto livello della pubblica amministrazione, tra cui i prefetti e i diplomatici. L'articolo 67 cancella questa condivisione: queste due figure escono ora da questo sistema per seguire percorsi retributivi propri, slegati da quello dei magistrati. Isolare il comparto della magistratura permette al legislatore di circoscrivere gli effetti finanziari, evitando un “effetto domino” in cui l'aumento di una categoria trascina automaticamente verso l'alto tutte le altre carriere d'élite dello Stato.
Una volta isolate le toghe, la norma introduce il criterio della “media ponderata con la consistenza numerica”. Questo significa che l'adeguamento dello stipendio non si baserà più su una media generica tra le categorie, ma terrà conto di quanti dipendenti compongono ciascun settore. Di fatto, l'indice dei magistrati viene agganciato in modo proporzionale alla fetta più numerosa del pubblico impiego, rappresentata dal personale scolastico e dagli insegnanti. Poiché gli incrementi percentuali della scuola sono storicamente più contenuti rispetto a quelli delle carriere dirigenziali, parametrare il calcolo sulla consistenza numerica significa spingere la media complessiva verso il basso.
La terza modifica è un correttivo puramente contabile, ma dall'impatto economico decisivo. La norma stabilisce che i futuri aumenti dovranno essere calcolati al netto delle componenti arretrate. Quando i dipendenti pubblici contrattualizzati firmano un rinnovo dopo anni di blocco, ricevono una cifra una tantum che copre il passato. Fino ad oggi, l'Istat inseriva questa massa di denaro nel calcolo dello “stipendio medio”, facendo impennare l'indice e determinando, di riflesso, aumenti più ricchi per i magistrati. Escludere gli arretrati da questa base di calcolo elimina l'effetto di duplicazione dei costi, permettendo al ministero dell'Economia di mantenere i futuri incrementi su livelli significativamente più bassi.
GIORGIA MELONI - FOTO LAPRESSE
Dietro ai tecnicismi si cela però uno scontro istituzionale profondo. Da un lato, la magistratura rivendica che la tutela dell'indipendenza e dell'autonomia della giurisdizione non rappresenti una questione corporativa o un privilegio di casta, ma un pilastro costituzionale. Autonomia che passa anche da un quadro di tutele economiche certe, trasparenti e commisurate all'altissima responsabilità della funzione giudiziaria, pensato originariamente per evitare che la magistratura dovesse contrattare il proprio trattamento economico con il potere politico.
Per la politica, invece, quelli dei magistrati sono privilegi di casta, ancor più discutibili in un momento di crisi economica. Non a caso la premier Giorgia Meloni aveva usato parole dure, arrivando pure a ipotizzare di non versare alle toghe quanto stabilito dalle sentenze. Una mossa azzardata provocherebbe, in realtà, ulteriori costi per le casse pubbliche, dal momento che ciò provocherebbe la nomina di un commissario ad acta per l'esecuzione delle sentenze.
GIORGIA MELONI - VIDEO PER IL SI AL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA
Il rischio, ora, è che si arrivi a sollevare una questione di legittimità costituzionale non appena la legge entrerà in vigore. La magistratura avrà gioco facile a denunciare una modifica delle regole del gioco in modo unilaterale per “punire” la categoria dopo le sentenze a loro favore. L'ennesimo capitolo dello scontro ormai cronico tra magistratura e governo.

