ITALIA SEMPRE PIU’ INGIUSTA: SECONDA IN EUROPA, DOPO LA GRAN BRETAGNA, PER DISPARITÀ NELLA DISTRIBUZIONE DEI REDDITI

Barbara Bisazza per Ilsole24ore.com

L'Italia è tra i paesi che registrano le maggiori disuguaglianze nella distribuzione dei redditi, seconda solo al Regno Unito nell'Unione europea e con livelli di disparità superiori alla media dei paesi Ocse. Non solo: nel nostro paese la favola di Cenerentola si avvera con sempre minore frequenza, nel senso che le coppie tendono maggiormente a formarsi tra percettori di reddito dello stesso livello; inoltre, gli estremi si allontanano, ovvero i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.
E la ricchezza si sposta sempre più nei portafogli della popolazione più anziana, a scapito delle giovani generazioni. Sono queste le tendenze di fondo per l'Italia, che emergono dallo studio "Gini-Growing inequality impact" commissionato dalla Ue, nell'ambito del VII Programma quadro, a un pool di gruppi di ricerca di diverse università europee: un progetto, finanziato con oltre due milioni di euro e sviluppato per circa tre anni, i cui risultati saranno pubblicati in due volumi entro dicembre.

La disparità nella distribuzione dei redditi è stata misurata con l'indice di Gini: si tratta di un indice di concentrazione il cui valore può variare tra zero e uno. Valori bassi indicano una distribuzione abbastanza omogenea, valori alti una distribuzione più disuguale, con il valore 1 che corrisponderebbe alla concentrazione di tutto il reddito del paese su una sola persona.

Dallo studio emerge che, alla fine della prima decade degli anni Duemila, l'Italia ha un indice di Gini pari a 0,34: ovvero, due individui presi a caso nella popolazione italiana hanno mediamente, tra di loro, una distanza di reddito disponibile pari al 34% del reddito medio nazionale.

I 30 paesi considerati nello studio sono stati classificati per macrogruppi, a seconda delle dinamiche registrate tra gli anni Ottanta e la prima decade del Duemila. Ci sono i paesi continentali europei (Germania, Francia, Austria, Belgio e Lussemburgo) che presentano un indice di disuguaglianza tra 0,26 e 0,30, praticamente costante e ben al di sotto del valore italiano (si consideri che, data la struttura dell'indice, una differenza di pochi centesimi di punto si traduce in differenze di reddito significative);

un secondo gruppo è quello dei paesi nordici, che presenta un trend crescente di disuguaglianza trainato principalmente da Finlandia e Svezia, ma a partire da valori più bassi; c'è poi il gruppo delle economie di mercato (tra cui Usa, Australia, Regno Unito), tendenzialmente con un welfare poco generoso, in cui le disuguaglianze tendono a essere elevate.

L'Italia fa parte del gruppo dei paesi mediterranei, nei quali si evidenziano livelli di disuguaglianza abbastanza alti. La situazione italiana era molto meno disuguale negli anni Sessanta e, da metà anni Settanta, finché c'è stata la scala mobile (nel 1992 l'indice di Gini era di circa 0,27). Poi l'indice di disuguaglianza è schizzato verso l'alto, rimanendo in seguito abbastanza piatto. Un ultimo gruppo è quello dei paesi dell'Est: prima della caduta del muro di Berlino (1989) avevano livelli simili a quelli dei paesi nordici, poi le reazioni sono state diverse da paese a paese.

Lo studio ha considerato gli effetti dei livelli di istruzione e delle dinamiche del mercato del lavoro sulla generazione della disuguaglianza nella distribuzione dei redditi, che a sua volta incide sui comportamenti sociali e politici. La progressiva scolarizzazione nei paesi sviluppati, nell'arco dell'ultimo secolo, ha ridotto le disuguaglianze nei livelli di istruzione: in Europa le generazioni nate negli anni Venti completavano in media nove anni scolastici; quelle nate a metà degli anni Ottanta sono arrivate in media al diploma di scuola superiore (14 anni scolastici).

Ma questo non si è tradotto in una effettiva riduzione anche delle disuguaglianze nei redditi. Perché? È cambiato il mercato del lavoro: i nuovi entrati sono più istruiti, ma nel contempo meno garantiti, e quindi meno in grado di risparmiare e accumulare ricchezza, che a sua volta può nel tempo assicurare redditi da capitale e da proprietà.

 

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