stretto di hormuz donald trump guerra iran

L'EUROPA DEVE PREPARARSI A RACCOGLIERE I COCCI DI TRUMP – L’AMBASCIATORE STEFANINI: “NEL SUO DISCORSO ALLA NAZIONE IL PRESIDENTE USA HA DETTO, SENZA MEZZI TERMINI, CHE LA RIAPERTURA DELLO STRETTO DI HORMUZ È AFFAR NOSTRO. ABBIAMO GIÀ TUTTI DETTO CHIARAMENTE CHE NON VOGLIAMO ENTRARE IN CONFLITTO CON TEHERAN. MA DOVREMO SIA NEGOZIARE SIA PROTEGGERE LA NAVIGAZIONE PER RASSICURARE ARMATORI E ASSICURATORI. COMINCIAMO A PENSARCI SUBITO. PER L'EUROPA, E PER L'ITALIA, È ORA DI IMPARARE A MUOVERSI ANCHE SENZA TRUMP…”

Estratto dell’articolo di Stefano Stefanini per “La Stampa”

 

donald trump discorso alla nazione

L'Europa deve prepararsi a raccogliere i cocci di Donald Trump. È l'unica cosa chiara dei venti minuti di discorso alla nazione in cui il presidente americano non ha detto niente. […]

 

 In queste situazioni compito dei leader è parlare chiaro su cosa l'attende. Dopo avere ascoltato il Comandante in Capo gli americani ancora non lo sanno. Problema loro. Il nostro, europeo e italiano, è l'opposto.

 

Trump ha detto, senza mezzi termini, che la riapertura dello Stretto di Hormuz è affar nostro. Volenti o nolenti, quasi sicuramente ci toccherà affrontarlo.

 

Ad eccezione di passaggi "amici" autorizzati da Teheran, Hormuz è chiuso alla navigazione da ormai più di un mese a causa della guerra di Usa e Israele contro l'Iran.

 

stefano stefanini

Ne risentono innanzitutto gli esportatori del Golfo, specie quelli che non hanno molte alternative alla via marittima - Qatar, Emirati, Bahrein, Kuwait; l'Arabia Saudita, pure in sofferenza, se la cava un poco meglio - e tutti i Paesi importatori di greggio e gas dal Golfo, in Europa, Asia e Africa.

 

[...] la chiusura di Hormuz agisce sui due fronti del mercato mondiale di gas e petrolio: quantità e prezzo. Sul primo, esauriti i palliativi temporanei – riserve strategiche, sospensione di sanzioni – sta venendo a mancare un fabbisogno pari al 10% dei consumi mondiali. Se protratto è un buco enorme.

 

stretto di hormuz

Tutti stanno correndo ai ripari con mini-provvedimenti di riduzione dei consumi che vanno dalla chiusura per due settimane delle scuole in Pakistan al rinvio del pensionamento delle centrali a carbone in Italia, dall'invito a docce più corte in Corea del Sud al trasporto pubblico gratuito in alcuni Stati australiani. La lista è lunga e si allungherà col protrarsi della stretta alle forniture.

 

Rischiamo la ricomparsa della circolazione a targhe alternate nei fine settimana, memoria ingiallita della crisi energetica degli anni '70… con ricadute negative su altre attività.

 

giorgia meloni donald trump

Da questi rischi gli Usa, non dipendenti dalle forniture del Golfo, si sentono immuni. Restano però vulnerabili quanto tutti gli altri sul secondo fronte: i prezzi degli idrocarburi sono internazionali.

 

Anche per l'America lo scenario dello Stretto chiuso non è brillante: ad eccezione delle grandi società petrolifere, le imprese risentono dei maggiori costi energetici – con minor sollievo che nel resto del mondo dalle rinnovabili, detestate da Trump -, l'inflazione riparte e i quattro dollari a gallone fanno infuriare i consumatori che andranno alle urne a novembre. Quindi Hormuz «non problema americano» – pur creazione americana con la guerra – non è vero o lo è solo parzialmente, come sempre con Donald Trump.

 

REGIME CHANGE - VIGNETTA BY STEFANO ROLLI

Resta il fatto che se egli se ne lava le mani, come ormai ripete da alcuni giorni, la riapertura dello Stretto diventa un imperativo europeo. La video-riunione di ieri, convocata da Kaja Kallas, per una «coalizione di volenterosi marittimi» che assicurino la navigazione non è una prospettiva campata per aria.

 

Potrebbe rendersi ben necessaria in uno scenario in cui gli Stati Uniti decidano di mettere fine all'intervento militare senza un accordo con Teheran su Hormuz. Lascerebbero semplicemente la palla nel campo dei Paesi importatori, ed esportatori, che è esattamente lo scenario adombrato da Trump nel discorso alla nazione.

 

Può darsi che non lo attui: la "realtà economica" è che ne pagherebbe ugualmente le conseguenze su prezzi di petrolio e gas ed effetti inflattivi. Può darsi che negozi. Può darsi che decida per un'azione di forza contro Kharg o altri obiettivi a terra, con seguiti bellici imprevedibili.

 

nave cargo - stretto di hormuz

Ma potrebbe ben essere la situazione cui far fronte verso la fine di aprile (le «due o tre settimane»). In questo caso gli europei – Italia compresa – dovranno decidere cosa fare per far riaprire lo Stretto alla navigazione. Senza molto tempo per pensarci su: più rimane chiuso più le ricadute economico-energetiche saranno devastanti.

 

[...] Abbiamo già tutti detto chiaramente che non vogliamo entrare in conflitto con Teheran. Non certo per amore di un regime violento e repressivo – checché ne dica Trump è sempre lo stesso, c'è stato solo un forzato avvicendamento ai vertici – ma per realismo politico.

 

EXPORT DI GREGGIO IRANIANO

Dovremo sia negoziare (con l'Iran che porrà condizioni di sicurezza ed economiche, con altri importatori, come Cina, India e Giappone, con i Paesi del Golfo cointeressati alla riapertura) sia proteggere la navigazione per rassicurare armatori e assicuratori.

 

Quando Donald Trump dirà, finalmente, «guerra finita» il problema Hormuz/Golfo/Iran ricadrà sulle spalle/flotte/diplomazie europee. Forse con l'aiuto americano, forse no – anche questo ha detto Donald. Cominciamo a pensarci subito. Per l'Europa, e per l'Italia, è ora di imparare a muoversi anche senza Trump. Specie se per riparare ai danni da lui causati.

donald trump discorso alla nazioneSTRETTO DI HORMUZ - PETROLIERE

 

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