LA MANINA DI LONDRA SULLA GUERRA IN SIRIA: IMPEDISCE L’EMBARGO DI ARMI PER FARE BUSINESS CON I RIBELLI

Marco Zatterin per "la Stampa"

È una non-decisione che può costare cara. Lunedì notte l'Ue ha fallito l'intesa sul rinnovo dell'embargo - in scadenza l'1 giugno - per le forniture di armi alla Siria e, in pratica, ha stabilito che dal primo agosto chi vorrà potrà approvvigionare gli arsenali degli oppositori del regime di Assad. Soddisfatti inglesi e francesi che, con toni differenti, auspicavano la revoca.

Delusi, se non furiosi, gli altri, ora preoccupati per le conseguenze del disaccordo sul tavolo negoziale che Usa e Russia stanno cercando di convocare a Ginevra. Mosca ha già detto che la mossa «può danneggiare direttamente» il processo di rappacificazione, mentre Israele promette reazioni se Putin fornirà missili a Damasco. Il quadro, se possibile, s'è fatto ancora più fosco.

«Non è stata una impresa gloriosa», ha protestato il ministro degli Esteri Emma Bonino: «Sono prevalse rigidità veramente notevoli». «Doveva andare diversamente, siamo un movimento di pace e non di guerra», le ha fatto eco Michael Spindellegger, l'austriaco che s'è battuto con foga perché l'embargo non cadesse.

Invece l'hanno spuntata gli inglesi, fautori del lancio di una sorta di ultimatum. «Importante dare ad Assad un segnale per dire che deve negoziare seriamente e che ogni opzione resta sul tavolo se non lo farà», ha tuonato il capo della diplomazia del governo conservatore di David Cameron, William Hague. Facile gioco, il suo. Occorreva l'unanimità, è bastato dire sempre «no».

Le regole dell'Europa a ventisette sono queste, una democrazia a tratti esagerata in cui il diritto di veto è un'arma potenzialmente letale. È scontato prendersela con Cathy Ashton, l'alto responsabile per la politica estera dell'Unione. Inizialmente ha cercato di conservare l'embargo, convinta che non si possa sapere esattamente a chi queste andranno a finire. Poi s'è battuta per una mediazione dimostratasi impossibile.

«Presentare solo opzioni e non una proposta su cui lavorare, non aiuta», ha commentato Emma Bonino. Alla fine, però, è l'impianto a fare acqua. Non può girare senza unanimità e allora è tutto detto. Come un ombrello che funziona solo quando c'è il sole.

Il risultato è che i ministri degli Esteri dell'Ue hanno rinnovato l'intero pacchetto di sanzioni - congelamento degli asset di Assad e i suoi, restrizioni sull'export di petrolio, limiti ai movimenti di capitale ma non l'embargo. È vero che Londra giura di non voler vendere armi ai ribelli. Ma anche che il verdetto ha scatenato un effetto domino decisamente pericoloso.

I russi, che a fatica dialogano con gli americani per la conferenza di pace ginevrina, sono contrariati. Affermano che la revoca è «illegittima» e che proseguiranno con le forniture dei missili antiaereo S-330 al regime «per dissuadere alcune teste calde dall'entrare nel conflitto». «Se i missili arriveranno in Siria, sappiamo cosa fare», replicano minacciosi gli israeliani.

«Troppo tardi e troppo poco», è il bilancio della Coalizione nazionale degli oppositori a Damasco. Il governo siriano dice: «Togliere l'embargo è un ostacolo alla pace». Gli americani, cauti, non si spingono oltre dal dire di «accogliere positivamente la decisione Ue». Ma sono innervositi dalla volontà dei russi d'invitare gli iraniani sul Lemano. I verdi dell'Europarlamento avvertono che «restano due mesi prima di scivolare nella guerra». Forse esagerano. Forse no.

 

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