MONTI, L’INCOMPRESO: “IN ITALIA NON MI RICONOSCONO” (E MENO MALE, SE NO SAI LE LEGNATE…)

Francesco Borgonovo per "Libero"

Mario Monti è una rockstar. Anzi, un divo del cinema. Tutti, fuori dall'Italia, lo conoscono e lo amano. A sentire ciò che l'ex premier ha dichiarato ieri mattina ad Agorà vien da pensare che prima della diretta gli abbiano servito un caffè corretto con troppa Sambuca. Ma, effettivamente, ha detto proprio così: «Mi basta varcare il confine per essere così riconosciuto, che non verrebbe più voglia di tornare in Italia. Qui ci vorrà qualche mese in più perché questo avvenga».

Insomma, il nostro è una celebrità. Appena varca il confine a Chiasso, orde di ammiratori lo assalgono per estorcergli un autografo o un consiglio su come gestire un Paese. In vari Stati sparsi nel globo terracqueo sono spuntati come funghi i «Mario Monti Fan Club», dotati di tshirt e spillette con impresso il volto del Grande Leader.

Tutti lo vogliono, tutti lo cercano. Si dice che nei prossimi mesi verrà candidato, nell'ordine: al premio Nobel per la Pace, l'Economia e la Letteratura (con grande scorno di Claudio Magris che lo attende invano da ere geologiche); all'Oscar per il miglior attore e la migliore attrice; al Pallone d'oro; agli Mtv Music Awards (categoria miglior brano ballabile latinoamericano); alla Legion d'onore e perfino all'Aringa di platino conferita dalla celebre Sagra del capitone di Sasso d'Ombrone.

Del resto, lui è talmente «riconosciuto » che non si può non amarlo. Alcuni bene informati sostengono che un giorno i Rolling Stones siano sbarcati all'aeroporto a New York e non abbiano trovato alcun ammiratore ad attenderli. Erano tutti davanti all'aereo a fianco: quello di Mario Monti. Il quale, intervistato in mondo visione qualche ora dopo, ha dichiarato come John Lennon: «Sono più famoso di Gesù Cristo».

Su tale smisurato successo, tuttavia, grava un'ombra scura. Monti - parole sue - non è compreso in Italia. La colpa, ovviamente, è degli indigeni incivili che la popolano, cioè noi italiani, vil razza dannata, volgo infame e irriconoscente. Ecco, forse al caro Mario sfugge il lato positivo di tutta la faccenda: se tutti i connazionali lo riconoscessero, come lui si augura, probabilmente dovrebbe guardarsi dagli assalti degli esodati agli angoli della strada o difendersi dalle aggressioni di cittadini imbufaliti armati di settequaranta utilizzato a guisa di manganello.

Ma, oltre l'involontaria comicità, le sparate del leader di Scelta Civica rivelano parecchio dell'uomo. L'immagine è quella caravaggesca del Narciso che si specchia nell'acqua e, rapito dall'amor di sé, vi cade dentro. Ce lo vediamo, Monti, a riflettersi nei voluminosi padiglioni auricolari di Giarda, mentre domanda: «Orecchio, orecchio delle mie brame, chi è il più figo del reame?».

La sua parabola discendente - da acclamato salvatore della patria a capoccia di un partitino bastonato alle elezioni - è probabilmente figlia dell'arroganza che gli fa proferire le assurdità di cui sopra. Il tecnico con data di scadenza a un certo punto si è convinto di essere invincibile e indispensabile, dunque ha fatto di tutto per inchiodarsi alla sedia.

Adesso non si lamenti perché il popolo lo snobba: sempre meglio di essere ricordato come l'uomo che ha adottato un cane in diretta televisiva e l'ha chiamato Utopia (del povero cucciolo preferiamo ignorare la triste sorte).

Comunque sia, visto che a Monti piace così tanto l'estero, potrebbe compiere il bel gesto e restarci. Magari un giorno impareremo dai nostri errori, cambieremo finalmente mentalità assumendo quella che lui voleva inculcarci, e lo rimpiangeremo. Intanto, nel dubbio, l'emigrazione ci sembra un buon compromesso.

 

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