LA CINA METTE AL BANDO LA SGUALDRINA - LA MORALE DEL REGIME SI ABBATTE SULLA CITTA’ BORDELLO DOVE IL BUSINESS DEL SESSO OCCUPAVA OLTRE 1 MLN DI PERSONE (PER UN GIRO D’AFFARI DI 6 MLD DI €): I RESIDENTI NON CI STANNO E SI SCHIERANO CON LE SQUILLO!

Giampaolo Visetti per ‘La Repubblica'

Il vento di Pechino si è alzato: se non si calma presto, in Cina non è finita solo per noi». La signorina Yu, fino a metà febbraio, era una delle 300 mila prostitute di Dongguan. Ora è disoccupata e passa il giorno allo smartphone con le colleghe. Quaranta amiche, giovanissime, tutte prelevate nello stesso villaggio del Guangxi: prima la fabbrica, poi la sauna per uomini d'affari.

Una vita senza scelte. «Meglio però - dice - della miseria in campagna, o delle violenze nella catena di montaggio». I neon del salone dove riceveva i clienti sono spenti. L'intera via è al buio e quasi deserta. Chiuse le bancarelle del cibo di strada, piacere sublime dopo un incontro. Sbarrate le botteghe di cosmetici, gioielli, fiori, vestiti e cellulari: nessuno acquista più regali per le ragazze. Difficile anche trovare un taxi: la sera viaggiavano solo per loro. Abbondano invece i posti in offerta sui voli per la città e nei 90 hotel di lusso le camere a prezzi stracciati restano vuote.

Sulla metropoli-bordello più grande del mondo, dove il business del sesso occupava oltre un milione di abitanti, il coprifuoco è calato anche di giorno. Un residente su dieci è senza lavoro. Molte fabbriche sono ferme, gli operai se ne vanno a Chongqing. È l'effetto del ciclone "Spazzare via il giallo", scatenato dal partito contro i «tre vizi di massa»: prostituzione, gioco d'azzardo e droga. Battaglia ciclica quanto vana, dopo che Mao nel 1949 ha dichiarato illegali le millenarie tentazioni delle dinastie imperiali, confinate ora ufficialmente a Macao.

Xi Jinping però ha un pugno diverso: nella città del vizio ha inviato 6700 agenti, perquisito 25 mila locali a luci rosse, chiuso 2 mila aziende e promesso un assedio di tre mesi. Rimossi per «complicità» capo della polizia e vice sindaco. Decine di funzionari sono stati costretti a pubbliche scuse. Solo 970 gli arresti: qualcuno ha avvisato in tempo gli amici che il nemico era alle porte. Tivù e giornali di Stato, autorizzati ed ignorare gli ordini, hanno però mostrato branchi di concubine in ginocchio, costrette a confessare in diretta la colpa.

E da Dongguan, improvvisamente eletta dalla propaganda luogo-simbolo «della decadenza capitalista e della deriva morale», la guerra «per la virtù» dichiarata dai nuovi leader dilaga ora in tutta la Cina. Sotto attacco decine di migliaia di sale massaggi, saune, karaoke, parrucchieri e alberghi di 16 megalopoli e 9 regioni, dall'estremo nord della
Manciuria al profondo Sud dello Yunnan. Una mobilitazione spettacolare, rivolta contro un esercito di sei milioni di prostitute e un giro d'affari da 120 miliardi di euro all'anno.

La paura di quindici giorni di «correzione e rieducazione» è tale che nell'epicentro del sesso a pagamento la materia prima risulta letteralmente scomparsa e i petulanti portieri degli alberghi, famosi e discreti procacciatori, giurano di non aver mai visto una donna in vita loro. «All'inizio dei controlli - dice Ou Yunqui, gestore del più elegante centro benessere di Dongguan - non capivamo il clamore dei media. Tutti devono mangiare e ad ogni cambio di potere, qui segue un riassetto anche nel settore del sesso. Questa volta però è diverso».

La capitale cinese del vizio rischia il fallimento e non è una notizia solo per gli appassionati del genere. Per trent'anni è stata la dorata "fabbrica del mondo" sul delta del fiume delle Perle, Guangdong, un'ora sia da Shenzhen che da Hong Kong. Migliaia di stabilimenti, dalle ciabatte all'iPad, 4 milioni di operaie, di migranti e di autobattezzati businessmen, il quadruplo dei residenti. La nuova e spaventosa frontiera dell'Asia: crescita media 18% all'anno, punte del 19,5%. Lo spartiacque nel 2008, quando l'Occidente è affondato. Export paralizzato, capannoni smantellati, prezzo degli immobili crollato, padroni e dipendenti in fuga verso il nuovo low cost delle tigri economiche del Sud-est. «Non c'era scelta - dice il costruttore Ye Weijie - abbiamo dovuto riconvertire».

Così, con il sostegno pragmatico del partito e la protezione complice della polizia, è nato il bordello occulto della Cina, centro di svago della regione più produttiva e sola del pianeta, ma pure colosso finanziario. Sei miliardi di euro all'anno, il 30% del valore dei servizi. «Solo grazie al sesso - dice la sociologa dell'Accademia delle scienze Li Yinhe - Dongguan e il Guangdong nel 2013 hanno mantenuto un Pil al più 9%. Obbiettivo vitale per la carriera di funzionari e poliziotti, ma pure per la stabilità nazionale del partito, o per le speranze di ripresa in Occidente. Se si spengono le luci rosse, si scenderà sotto il 7%: le pressioni per legalizzare la prostituzione saranno fortissime».

Dopo l'iniziale consenso popolare, contro la purga morale si è scatenato il web. Milioni i cinesi che, aggirando la censura, incitano Dongguan a «resistere » e criticano «un potere che mette sotto chiave anche le parti basse». Altri ironizzano: «il vero "sogno cinese" non può finire», oppure «la solita ciotola d'acqua per raffreddare il vulcano». Il Quotidiano del popolo risponde che difendere il commercio del sesso è «una disperata bestemmia contro la civiltà», ma tra i signori della Città Proibita cresce per la prima volta la sensazione di aver stappato un vaso difficile da richiudere.

«Tutti i cinesi - dice l'attivista Wu Jiaxiang - sanno che corruzione e prostituzione sono le due facce di un unico affare di Stato. Alimentano crescita e carriere pubbliche, assorbono lo sradicamento collettivo, consegnano a polizia e dirigenti un enorme potere di ricatto. Le donne arrestate e umiliate sono vittime e schiave: prima gli stupri in fabbrica, poi il bordello, infine il carcere».

Per questo i cinesi, con il cuore, sono ora dalla parte delle concubine disoccupate di Dongguan e chiedono a Pechino di «togliere i denti alle tigri vere del Paese». Sei su dieci, secondo un sondaggio riservato che allarma la leadership, si dicono «disposti ad accoppiarsi con uno sconosciuto per denaro».

«Ma il problema - dice l'antropologa Li Sipan - non è il virus del consumismo, è la Cina che non può rallentare. Deporta 400 milioni di migranti, costruisce decine di megalopoli- fabbrica, divide le famiglie: una massa di sfruttati condannati all'isolamento e una massa di schiave che devono scegliere tra le molestie sul posto di lavoro, per 300 euro al mese, o l'antico mestiere che ne assicura il triplo. Non c'è bisogno di campagne moralizzatrici, ma di un sistema che rispetti realmente tutti gli individui».

Gli ultimi dissidenti a piede libero, concordano: Dongguan per il boom del vizio esentasse, come Bo Xilai per la lotta per il potere, o l'ex capo della sicurezza Zhou Yongkang per la guerra alla corruzione, o i brand stranieri per quella anti-lusso, sono solo «i simboli fisici di un regime che riafferma l'esclusiva sui valori collettivi e sulla licenza di auto-ripulirsi dall'alto».

L'"americano" Xi Jinping sulle orme di Mao, che sollevò le masse contro i vizi che demolirono l'impero, edificando poi il proprio sui medesimi abusi. «Spazzare via il giallo», colore che i cinesi associano al meretricio, nel Guangdong si dice serva così a garantire la stabilità di un partito-Stato deciso a riconquistare il controllo totale anche sulla vita privata della gente. Il volto di questa missione è quello di Hu Chunhua, governatore della regione, stella nascente del potere e in piena lotta per la successione del presidente, dopo il 2020. «Per entrare nel prossimo comitato permanente aveva bisogno di vincere una guerra - dice lo storico Zhang Lifan - come quella che Hu Jintao fece in Tibet.

Una messinscena per la gloria, ma il sostegno inedito della propaganda prova che su una ritrovata moralità della patria, sul puritanesimo maoista e sul conservatorismo dei valori rivoluzionari, si gioca effettivamente la selezione della prossima generazione di leader».
Resta l'allarme sulla demolizione dell'economia locale: affitti meno 30%, hotel meno 65%, commercio meno 45%. La sola industria florida, ecologicamente sostenibile, in ginocchio.

«I cinesi - dice Liang Yaohi, gestore di venti karaoke a Dongguan - sanno che l'unica battaglia che Pechino ha sempre e saggiamente voluto perdere è quella contro il sesso e contro i soldi». Questa volta però è diverso: assieme al potere interno, per la prima volta è in gioco l'immagine globale dei nuovi mandarini rossi. Può, uno Stato ufficialmente corrotto e a luci rosse, guidare il XXI secolo? Prostitute, sfruttatori, funzionari, imprenditori e poliziotti della disarmata "Sex and the city" del Sud temono così che musica e vapori tarderanno a riaccendersi. E' il prezzo del successo nazionale, del "sogno" che Xi vuole imporre al popolo, ma tardi non significa mai.

«Le montagne sono alte - ripete la ballerina Liang Ping seduta sul palco vuoto della lap dance - e la capitale è lontana. Gli equilibri saranno trovati, lo scandalo della nostra faccia non servirà più e il vento di Pechino cesserà. È come la vita - aggiunge - anche se ci ripugna, continua».

 

CINA UNA CASA DI TOLLERANZA A KUNMING CINA DISTRIBUZIONE DI PRESERVATIVI ALLE PROSTITUTE CINA PROSTITUTE CINA RETATA ANTI PROSTITUZIONE A NANNING

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