COMITATI D’AFFARI - PENATI TIENE IN PUGNO BERSANI E FINCHE’ RESTA AL SUO POSTO IN CONSIGLIO REGIONALE E’ IMPOSSIBILE CHIEDERE A FORMIGONI DI TOGLIERSI DAI PIEDI - IL CERCHIO MAGICO DI PENATI SALDAMENTE IN SELLA NEI POSTI DI COMANDO DEL PARTITO E NELLA SEGRETERIA DI CULATELLO - UN AFFARONE L’ADDIO AL GRUPPO REGIONALE PD: DA CAPOGRUPPO DEL MISTO BECCA PIU’ RIMBORSI…

Davide Vecchi per il "Fatto quotidiano"

Roberto Formigoni ha un nuovo insospettabile alleato: il Pd. Il Partito democratico, impossibilitato ad assolversi sul caso Penati, "è costretto all'imbarazzo". I consiglieri lombardi si dicono "in difficoltà: fin quando Filippo non se ne va dalla Regione noi come facciamo anche solo a chiedere le dimissioni di Formigoni?". Non a caso l'ex segretario politico di Pier Luigi Bersani insiste nel chiedere il rito immediato: "Prima comincia il processo e prima posso dimostrare la mia estraneità ai fatti", confidava ancora ieri Penati alla buvette del Pirellone.

Ha fretta, l'ex sindaco di Sesto San Giovanni, perché sa che dall'interno del partito le pressioni per farlo dimettere dal consiglio lombardo aumentano sui suoi uomini. A cominciare da Matteo Mauri, il giovane che ha portato (e lasciato) nella segreteria politica di Bersani a Roma, e dal fratello di Giordano Vimercati (a processo con Penati), il senatore Luigi Vimercati, a cui nel 2008 l'allora presidente della Provincia meneghina, lasciò il seggio a Palazzo Madama che avrebbe dovuto occupare lui in cambio di una garanzia: la possibilità di realizzare il sogno, poi dovuto accantonare, di diventare sindaco di Milano.

Penati, del resto, è sempre stato l'uomo forte del centrosinistra al Nord, quello che in città ha preso più voti anche di Formigoni e che si conquistò il soprannome di "leghista di sinistra" perché capace di parlare lo stesso linguaggio del Carroccio (su sicurezza e campi nomadi in particolare) e contrastare l'avanzata del movimento di Bossi nel capoluogo lombardo.

Per anni ha avuto autonomia gestionale anche del partito. Segretario regionale è Maurizio Martina, giovane bergamasco folgorato sulla via veltroniana e affidato alle cure penatiane. Per riconoscenza, quando l'ex sindaco di Sesto ha dovuto lasciare la vicepresidenza della Regione e mandare a casa i proprio collaboratori, il Pd regionale ne ha assunto uno per garantirgli uno stipendio. "Noi non lasciamo a casa nessuno", disse Martina. Quel "nessuno" però è la segretaria e assistente storica di Penati.

Assunta al Pd. Poi Penati, cacciato dal partito, si è iscritto al gruppo Misto e le cose si sono sistemate: da capogruppo, essendo l'unico iscritto, ha un tesoretto di 244.506,89 euro. Lui garantisce: "Ho speso solo 300 euro". Ha poi i rimborsi spese chilometrici, quelli magicamente apparsi in alternativa alle auto blu per tutti i consiglieri, un budget di 24 mila euro per il funzionamento del gruppo (quindi se stesso) e altri 25 mila per la comunicazione, dove ha ovviamente inserito una persona di sua fiducia da molti anni.

Ma dal Pd le pressioni si fanno sempre più forti. I possibili futuri alleati Sel e Idv hanno già chiesto le dimissioni di Penati, così come l'Udc. "Quel Penati regolarmente seduto al suo scranno nonostante la richiesta di rinvio a giudizio mi fa dire che è arrivato il momento di un profondo esame di coscienza anche all'interno del centro-sinistra", ha detto ieri Gabriele Sola del partito di Antonio Di Pietro. Lui però sembra non preoccuparsene.

"Io sono da tanto tempo in politica per non sapere che di fronte a vicende come queste si innesca una fase di polemica politica fra i partiti e dentro i partiti", ha detto ieri. "Però c'è una questione di sostanza: tutta questa polemica non può coprire il fatto che c'è urgenza di sapere se la accuse sono vere". Difesa debole, aggravata dalla provocatoria solidarietà di Formigoni. "Il centrodestra è garantista, fino a quando la magistratura giudicante non si esprime vale la presunzione di innocenza". Il Celeste difende Penati. E se stesso.

 

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