SERBO RANCORE – PER CAPIRE CHI ERA DAVVERO RATKO MLADIC BASTANO POCHI ANEDDOTI: UNA VOLTA COSTRINSE 22 MUSULMANI A SALTARE DA UN PONTE E AI SUOI SOLDATI COMANDÒ DI “COLPIRLI IN VOLO”. IL MOTTO DEL CAPO DI STATO MAGGIORE SERBO-BOSNIACO, MORTO IERI A 84 ANNI, ERA: “BISOGNA SPARARE SENZA UNA LOGICA PER PORTARE I CIVILI SULL’ORLO DELLA FOLLIA” - A SREBRENICA, QUANDO CONVOCÒ IL COMANDANTE OLANDESE DEI CASCHI BLU, FECE LEGARE UN MAIALE E PROPOSE UN BRINDISI CON ACQUAVITE, AUGURANDO LUNGA VITA AI PRESENTI, FINCHÉ UN SOLDATO NON ESTRASSE IL COLTELLO PER INFILARLO NEL COLLO DEL SUINO, CHE LANCIAVA URLA STRAZIANTI: “COSÌ TRATTIAMO I NOSTRI NEMICI” – IL SORRISO INQUIETANTE MENTRE CAREZZAVA UN RAGAZZO A SREBRENICA, ALLA VIGILIA DEL “MACELLO” E IL DESTINO NELLA RADICE DEL NOME: “RAT” SIGNIFICA GUERRA, RATKO GUERRIERO
MLADIC, IL BOIA DI SREBRENICA CHE RIPORTÒ IN EUROPA L’ORRORE DEL GENOCIDIO
Estratto dell’articolo di Francesco Battistini per il “Corriere della Sera”
Citava sempre De Gaulle, il suo mito: «Vivrò a lungo. Ma state tranquilli: prima o poi, morirò anch’io». Alla fine, a 84 anni, Ratko Mladic è morto da solo nel carcere dell’Aia dove scontava l’ergastolo.
Il macellaio di Srebrenica riposa (chissà se) in pace, la crna bajka , la favola nera dei Balcani, durerà finché qualcuno a Belgrado continuerà a raccontarci le eroiche gesta d’«uno dei peggiori criminali» mai conosciuti dall’umanità, come scrissero i giudici internazionali.
Uno che fra i centomila massacrati della guerra di Bosnia e gli oltre ottomila genocidati a Srebrenica, ne aveva combinate così tante da rendere impossibile punirlo per tutto: sei città bombardate, i cecchini di Sarajevo, gli stupri etnici, le devastazioni più spaventose viste in Europa dopo il nazismo.
ratko mladic accarezza e rassicura un ragazzino alla vigilia della strage di srebrenica
Una volta, costrinse 22 musulmani a saltare dal ponte Brhpolje e ai suoi soldati comandò di «colpirli in volo». A una donna il proiettile d’uno snajper trapassò lo stomaco e si conficcò nella testa del bimbo che teneva in braccio. «Bisogna sparare senza una logica — il suo motto — per portare i civili sull’orlo della follia».
A Srebrenica, quando convocò il comandante olandese dei caschi blu, fece legare un maiale e propose un brindisi con la šljivovica , augurando lunga vita ai presenti, finché un soldato non estrasse il coltello per infilarlo nel collo del suino, che lanciava urla strazianti: «Così trattiamo i nostri nemici».
serbo con ratko mladic tatuato sul petto foto lapresse
«Ho potuto seppellire solo due ossa dei miei figli», gli sibilò in tribunale una madre, Munira Subasic: «Spero ti appaiano in sogno ogni notte».
[…] Era in realtà «un narcisista, presuntuoso, vanitoso e arrogante», disse di lui l’ex portavoce dell’esercito jugoslavo. O uno squilibrato, secondo i negoziatori internazionali. Da più d’un anno «il macellaio» respirava malissimo, un pacemaker e i reni andati, passando da un ictus a un infarto.
Darko, il figlio, voleva portarlo a casa dall’ospedale, ma giudici internazionali — l’ultima volta, venerdì scorso — hanno detto di no: come di rito, l’Onu ha ordinato un’autopsia e tanto basta a Vojislav Seselj, l’ultranazionalista già processato all’Aia, per dire che «l’hanno ucciso». Pure il presidente serbo Aleksandar Vucic, già portavoce di Milosevic, è critico sul fatto che Mladic sia stato tenuto in carcere fino all’ultimo, quando ormai campava di oppiacei.
Ha chiesto in fin di vita una pietà che non diede mai a nessuno. […]
IL MONDO NON PIANGE RATKO MLADIC, LUI SI CREDEVA UN DIO STERMINATORE
Estratto dell’articolo di Gigi Riva per “Domani”
Prima ancora del volto, fu la voce di Ratko Mladic che entrò tuonando nel libro nero della Storia, nel maggio del 1992. Era la registrazione captata dai servizi di intelligence degli ordini che il comandante dell’esercito serbo-bosniaco dava ai suoi artiglieri. Incitava a riversare su alcuni quartieri popolati di musulmani di Sarajevo, come Velesici e Pofalici, una intensa scarica di bombe.
[…] L’orrore supplementare era contenuto nell’obiettivo dichiarato: «Da im razvucemo pamet», cioè letteralmente «stirategli la mente». L’assedio della capitale era iniziato da poco e quel programma di sterminio di chiunque, donne, vecchi, bambini, militari o civili, senza distinzione alcuna, suonava come l’annuncio del peggio che si sarebbe compiuto per quasi quattro anni, una carneficina che assunse anche i connotati del genocidio.
Da voce Ratko Mladic, morto giovedì 27 agosto nel carcere dell’Aia all’età di 84 anni, diventò ben presto volto. Non che amasse i riflettori, ma quando ci finiva sotto lasciava il segno per la ferocia che emanavano la postura belluina, il labbro perennemente corrucciato, lo sguardo cattivo vòlto a incutere terrore in chiunque gli si parasse davanti.
RATKO MLADIC CON RADOVAN KARADZIC
E nell’unica occasione in cui si era aperto in un mezzo sorriso che voleva essere rassicurante riuscì a raddoppiare l’inquietudine provocata dal lupo quando si finge agnello.
Successe a Srebrenica, nel fatale e bollente 11 luglio del 1995 dopo che la città era caduta e lui parlava alla folla di morituri assicurando clemenza mentre accarezzava i capelli biondi di un ragazzo musulmano destinato come altri ottomila e più al macello: era la maschera bonaria che proprio non gli riusciva di calzare perché era palese che nascondeva il ghigno dell’assassino.
Era il destino finale di una carriera nel corso della quale si era spogliato di qualsiasi regola cavalleresca riguardo alla guerra per sposare lo sterminio sciolto dalla misura e dal codice militare.
Nella radice del suo nome di battesimo c’è la parola guerra (Rat, Ratko sta per Guerriero) infine ridotta al pure esercizio di un mattatoio di umani.
A fronte di una tale mole di provate nefandezze, era ed è incredibile come invece continuasse a godere di una popolarità positiva presso una larga fetta di correligionari. Ancora oggi[…] sulle bancarelle del centro di Belgrado come nelle cittadine e i villaggi della Bosnia serba, si vendono magliette rosse con la sua effigie, spille, tazze, tutto l’armamentario di un culto inspiegabile persino con le categorie del nazionalismo estremo.
E allora bisogna forse chiamare in causa la disinformazione su quanto successe in quei conflitti degli anni Novanta, quando l’Europa perse l’innocenza e l’illusione che si potesse realizzare la pace perpetua kantiana come risarcimento del lutto enorme della seconda guerra mondiale.
RATKO MLADIC CON RADOVAN KARADZIC
Presso i suoi, il genocida trasmuta in “patriota”, capro espiatorio di un complotto teso a demonizzare con lui i serbi tutti per quell’atavico vittimismo del popolo “celeste” che già nel Medioevo si era sacrificato per fermare gli ottomani a Kosovo Polje, il luogo della gloriosa sconfitta che aveva permesso tuttavia di impedire al nemico di penetrare nel cuore dell’Europa cristiana; del popolo che si era opposto al nazismo e agli ustascia e si era liberato al prezzo di molte vite sacrificate durante la guerra partigiana; del popolo a cui ancora un volta negli Anni Novanta del secolo breve che si allungava aveva dovuto opporsi di nuovo al neo-fascismo risorgente a Zagabria e ai turchi che rialzavano la testa a Sarajevo.
Così Ratko Mladic, al pari di Radovan Karadzic, assurgeva a una figura da ammettere nel Pantheon accanto a un Lazaro Hrebeljanovic, il principe-santo morto alla Piana dei Merli e il cui sangue alimentò l’epica serba della resistenza al sultano.
Accanto a un Marko Kraljevic, forse l’eroe più popolare della narrativa balcanica. Anche un calciatore di chiara fama e assai conosciuto da noi come Sinisa Mihajlovic cadde nella tentazione del mito se lo definì senz’altro «un patriota».
Ma i fatti sono testardi e mesi in fila, unitamente alle centinaia di testimonianze, inchiodano Ratko Mladic alle sue indiscutibili responsabilità e non bastano a giustificazione alcune pagine della sua esistenza degne di una tragedia greca.
Il segno di un’esistenza che sarà tormentata è assai precoce. […]
murale di ratko mladic imbrattato a belgrado foto lapresse
Il grande salto nel 1991 con il conflitto che esplode in Croazia e lui è alla guida del IX corpo d’armata. Il comando dei serbi di Bosnia arriva l’anno successivo e segnerà la sua esistenza. Butta all’aria tutti i codici appresi nell’Armata popolare jugoslava e si piega al macello all’ingrosso convinto di incarnare la responsabilità storica di «difendere» (!) il suo popolo facendo scempio dei nemici.
La guerra diventa un compendio del peggio che l’uomo può fare contro il suo simile, tra un assedio alle città che non ha paragoni nella contemporaneità, l’urbicidio, i cecchini contro la popolazione civile, la pulizia etnica e gli stupri etnici, più di 20mila donne vittime della soldataglia volutamente fuori controllo.
Ratko Mladic è il dio sterminatore che crede di godere di un potere assoluto. E non si ferma nemmeno quando nel 1994 la figlia Ana, cresciuta nel suo mito, si suicida in circostanze mai chiarite del tutto, anche se ogni ricostruzione fa risalire la decisione alla scoperta delle malefatte del genitore, oltretutto causa indiretta della morte al fronte del suo fidanzato.
[…] La guerra non è ancora finita quando il 24 luglio 1995 il tribunale penale per l’ex Jugoslavia emette nei suoi confronti un mandato di cattura per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. L’uomo che cacciava i musulmani a sua volta diventa la primula rossa cacciata dalla procuratrice del tribunale, la svizzera Carla Del Ponte.
La latitanza contribuisce presso i serbi ad accrescere l’alone di mito attorno al generale, campione per i suoi, boia per il resto del mondo. Lo si vuole allo stadio nel 2000 per assistere a un incontro di calcio tra la Serbia e la Cina, sulle spiagge del Montenegro, nelle caserme dei Balcani protetto dai suoi uomini, all’estero in Russia e in Grecia, due paesi ortodossi. Persino, sommo sberleffo, in un ristorante del centro di Belgrado a cena a pochi metri di distanza da Carla Del Ponte.
Alla lunga, nonostante l’immenso consenso, diventa un personaggio scomodo per la nuova classe dirigente che vorrebbe entrare in Europa e sa che la sua consegna è il prezzo da pagare. Nel 2011 la cattura, il processo durante il quale nega ogni addebito e non riconosce la legittimità dei suoi giudici. Il verdetto è: ergastolo. Si ammala gravemente. Il figlio Darko chiede a più riprese un atto di clemenza perché possa morire a casa sua, nel suo letto. Istanze respinte, l’ultima proprio ieri mattina prima che il Guerriero genocida chiudesse gli occhi e con essi l’esistenza terrena, segnala dalla culla alla tomba da lutti. Soprattutto quelli che ha inferto.
maglietta con ratko mladic foto lapresse
ratko mladic foto lapresse
RATKO MLADIC
Ratko Mladic
ratko mladic in tribunale
RATKO MLADIC
RATKO MLADIC
RATKO MLADIC
LE ACCUSE A RATKO MLADIC
ratko mladic







