IL MATTEOPARDO – STESSA MAGGIORANZA DI LETTA, STESSI ALLEATI, STESSI PALETTI DI POLITICA ECONOMICA: PER NON RITROVARSI NELLA PALUDE COME ENRICHETTO RENZIE VUOLE ROTTAMARE I BUROCRATI DI VIA XX SETTEMBRE (E DEPOTENZIARE LA RAGIONERIA DELLO STATO)

Claudio Cerasa per ‘Il Foglio'
La storia di Dorian Gray la conosciamo tutti: un ragazzo di rara bellezza che grazie a un particolare patto con il diavolo ottiene il privilegio di rimanere per sempre giovane e di far invecchiare non il suo corpo ma un magnifico dipinto che riproduce magistralmente il suo volto. Senza voler forzare con i paralleli letterari, una delle missioni impossibili di cui dovrà farsi carico il quasi presidente del Consiglio non è così diversa dalla richiesta impossibile fatta dal protagonista del romanzo di Oscar Wilde: preservare la propria purezza, la propria giovinezza, la propria freschezza, dall'inesorabile scorrere del tempo.

Nel caso di Matteo Renzi, il patto con il diavolo, il gesto da compiere per conservare la propria giovinezza e far ingrigire solo i capelli dei propri avversari, coincide con la necessità di poter passeggiare tra i corridoi di Palazzo Chigi senza avere il terrore di ritrovarsi all'improvviso con il volto di Enrico Letta riflesso negli specchi e senza correre il rischio di appendere sui muri le foto della propria squadra di governo e scoprire che le caratteristiche dell'impareggiabile Renzi 1 non sono poi così differenti dalle caratteristiche che potrebbe avere un non impareggiabile Letta bis.

Il segretario del Pd sa che la strada per non perdere freschezza e non veder asfaltata la propria giovinezza è dura. E sa che non sono pochi gli indizi che rendono il governo del Trapano così simile a quello del Cacciavite: la maggioranza è praticamente la stessa, gli alleati sono praticamente gli stessi, molti ministri potrebbero essere praticamente gli stessi (Bonino, Delrio, Franceschini, Alfano, Lupi, Mauro, Lorenzin, Bray, Orlando), i paletti di politica economica fissati dall'Europa sono sempre praticamente gli stessi e ovviamente, essendoci lo stesso presidente della Repubblica, non possono che essere le stesse le raccomandazioni che arrivano dal Quirinale: continuità nel rapporto con la Banca centrale europea, continuità nel rapporto con i partner stranieri, continuità con gli indirizzi macroeconomici degli ultimi governi e continuità con gli impegni di governo assunti dall'ex presidente del Consiglio.

Il rischio che non sia dunque il dipinto ma il protagonista del racconto a invecchiare in un lampo è forte ed è ovvio che la discontinuità tra ciò che è stato ieri e ciò che potrebbe essere domani sarà misurata osservando le scelte che verranno fatte nei tre ministeri che giustamente Renzi considera cruciali per dare al governo il senso del cambiare verso: l'Economia (il segretario continua a volere un politico), lo Sviluppo (Renzi vuole un manager con esperienza da amministratore delegato), il Lavoro (l'ex sindaco vuole un ministro che possa lavorare senza avere sul collo il fiato dei sindacati).

Ma accanto alla partita totoministri (yawn), la battaglia più significativa con la quale il premier incaricato si sta ritrovando a fare i conti riguarda il tentativo di rottamare i vecchi ingranaggi con cui ha marciato finora la macchina del governo. In due parole: la burocrazia.

La questione va analizzata afferrandola da due lati diversi: da una parte come riuscire a far galoppare il governo a una velocità moltiplicata rispetto al precedente governo (pur avendo molte caratteristiche in comune con il vecchio governo); dall'altra parte come evitare che la burocrazia si trasformi anche per Renzi in un insormontabile ostacolo per riuscire a governare.

Sul lato parlamentare, Renzi intende utilizzare l'arma della legge elettorale come una frusta per far marciare gli alleati, e per questo l'entourage del segretario fa sapere che l'Italicum dovrà essere approvato entro e non oltre la prima metà di marzo. Sul lato governativo la partita è più gustosa ed è una partita in cui si mescolano nomi, strategie, colloqui, tattiche, apparati, provvedimenti e tentativi di impostare nuovi metodi di lavoro.

Si è già detto che Renzi, per bypassare in alcuni casi il Parlamento, ha già allertato la sua squadra di costituzionalisti per capire in quali occasioni sarà possibile utilizzare due provvedimenti di urgenza come i decreti ministeriali e i così detti "Dpcm" (decreti del presidente del Consiglio dei ministri) che danno al governo pieno potere legislativo. A questo va aggiunto anche un altro elemento importante: il casting, silenzioso, organizzato in queste ore da due uomini di fiducia di Renzi, Graziano Delrio e Luca Lotti, che dalla fine della scorsa settimana hanno cominciato una complicata partita a scacchi con il Quirinale per scegliere le persone giuste da affiancare ai ministri alla guida dei dicasteri.

All'atto del giuramento di un nuovo governo, si sa, occorre decidere se confermare o rinnovare (a) le figure dei capi di gabinetto e dei capi di dipartimento dei ministeri, (b) le figure di segretario generale, vicesegretario generale di Palazzo Chigi e (c) i capi di due importanti dipartimenti della presidenza del Consiglio (l'ufficio degli affari giuridici e l'ufficio degli affari economici).

Renzi, pur essendo arrivato su questo fronte meno preparato rispetto alla partita giocata sui ministri, coltiva comunque una convinzione precisa: se è vero che per conquistare l'Italia era prima necessario conquistare il Pd, è altrettanto vero che per conquistare il governo bisogna prima conquistare gli ingranaggi che fanno girare il governo.

I primi due nomi proposti dal segretario per guidare la struttura più importante dalla quale dipende il corretto funzionamento del governo (la segreteria generale di Palazzo Chigi, che ha il compito di creare un raccordo tra i capi di gabinetto dei vari ministeri) sono quelli suggeriti da Delrio: Mauro Bonaretti (ex direttore generale del comune di Reggio Emilia, di cui Delrio era sindaco, e attuale capo di gabinetto di Delrio) e Marcella Castronovo (capo dipartimento di Delrio al ministero ed ex dirigente Anci). I nomi proposti non hanno però convinto del tutto Napolitano e per questo alla fine il segretario è intenzionato a dirottare la scelta su un deputato di fiducia: Angelo Rughetti.

Più che i nomi, però, conta la sostanza della sfida di Renzi: evitare che le sue scelte, soprattutto di politica economica, siano tenute in ostaggio da alcuni commissari invisibili. Come si fa? Sulla scrivania del Rottamatore ci sono tre dossier che se fossero trasformati in atti concreti potrebbero aiutare Renzi a stringere il patto con il diavolo e a veder preservata la freschezza della sua azione di governo.

Primo punto: attuare senza deroghe la legge Severino e chiedere ai magistrati fuori ruolo di liberare il proprio posto nei ministeri e tornare a fare semplicemente i magistrati (siamo sicuri che ci riuscirà?)

Secondo punto: dare al dipartimento economico di Palazzo Chigi un potere maggiore rispetto a quello avuto dai precedenti esecutivi e spostare sotto l'ombrello del premier una delega (quella alla spending review) che darebbe di fatto al presidente del Consiglio la possibilità di avere in mano le leve della spesa pubblica.

Terzo punto: il segretario è convinto che il vero punto debole del governo Letta abbia coinciso con l'incapacità di Saccomanni di vincere le resistenze delle burocrazie e per questo il piano del sindaco (chissà quanto realizzabile) è depotenziare la ragioneria dello stato (dove oggi si trova Daniele Franco, ex Bankitalia, non renziano, che il Quirinale chiede di riconfermare) e sottrarre a quest'organo il potere di veto che ha su tutti i principali provvedimenti economici.

In gergo, il potere di veto coincide con la parola "bollinatura", che è una prerogativa che dà alla ragioneria la possibilità di bloccare un qualsiasi provvedimento in nome delle coperture finanziarie (l'ultima parola su questi dossier è quella di Alessandra Dal Verme, che alla ragioneria è arrivata ai tempi di Vittorio Grilli).

E Renzi - vedremo se Giorgio Napolitano glielo permetterà - ha chiesto ai suoi collaboratori di capire quale norma occorre modificare per trasformare la ragioneria in un organo di sola consulenza e trasferire così nelle mani del Consiglio dei ministri il potere di bollinatura.

Senso politico dell'operazione: evitare che l'asfissiante triangolazione tra i burocrati e la Banca d'Italia faccia cessare la magia della rottamazione e ingrigisca rapidamente i capelli del governo. Attraverso queste partite, questi punti, queste mosse, questi desideri, il presidente incaricato crede sia possibile combattere la propria battaglia con i nemici invisibili che abitano le stanze più remote del sottogoverno ministeriale.

E non c'è dubbio che per ottenere il privilegio di rimanere giovane e far invecchiare non il proprio corpo ma quello del dipinto bisogna partire anche da qui e non solo dalla lista dei ministri. Serve al governo, serve a Renzi e serve anche al Pd. Il segretario sa perfettamente che l'unica arma con cui potrà dimostrare di non essere una copia sbiadita del nipote dello zio Gianni è governare bene, veloce, fluido, e senza fare pasticci. Serve a non invecchiare. Serve a non far comparire sullo specchio troppe rughe. Serve a non farsi inghiottire dalla palude ministeriale. Serve a tutto questo ma serve a scongiurare anche un altro pericolo che Renzi conosce bene e che gli era ben chiaro due giorni fa di fronte a Grillo: far trottare il governo a una velocità tale da evitare che nel giro di qualche tempo il vero rottamatore diventi Beppe Grillo e non più Matteo Renzi.

E qui non è lo streaming che preoccupa Renzi ma è un sondaggio segreto che la scorsa settimana è arrivato al primo piano del Nazareno, sede del Pd. Il sondaggio riguarda le Europee (25 maggio) e dice questo: Pd 28 per cento, M5s 24 per cento, Forza Italia 21 per cento, Ncd 4,5 per cento, Sel 2,5 per cento. E considerando che il giorno delle Europee ci saranno anche 4.000 comuni che andranno al voto (e 27 capoluoghi di provincia) si capisce bene perché per Renzi non ci sarebbe nulla di più spaventoso che arrivare a Palazzo Chigi, guardarsi nello specchio e riconoscere all'improvviso, oplà, il volto del caro amico Enrico.

 

 

Palazzo ChigiRENZI E LETTAEMMA BONINO E MARTIN SORRELLDELRIO ALLA LEOPOLDA LETTA ALFANO FRANCESCHINI LETTA ALFANO LUPI LORENZIN E QUAGLIARIELLO MANGIANO IL GELATO FOTO LAPRESSE Vittorio Sgarbi e Massimo Bray Enrico Letta Graziano Delrio LUCA LOTTIGRILLO A ROMABEPPEGRILLO

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