“NOI EUROPEI SIAMO FORTI E NON DOBBIAMO AVER PAURA DI OPPORCI A TRUMP” – IL PREMIO NOBEL PER L’ECONOMIA, IL FRANCESE PHILIPPE AGHION: “SERVE UN GRUPPO RISTRETTO DI PAESI VOLENTEROSI PER SPINGERE IL MERCATO UNICO, COINVOLGENDO ANCHE GRAN BRETAGNA E CANADA - MERZ E MACRON SI SONO INCONTRATI, E NOI ECONOMISTI LI ABBIAMO AIUTATI A PREPARARE UNA ROAD MAP PER ATTUARE IL RAPPORTO DRAGHI. QUANTO A MELONI, TUTTI STANNO CERCANDO DI CAPIRE QUANTO A SUA VOLTA SIA AFFIDABILE: LA QUESTIONE È IL RAPPORTO CON L’AMERICA DI TRUMP. L’ITALIA STA CON NOI O CON GLI AMERICANI? IN QUESTO MOMENTO NON È POSSIBILE TENERE IL PIEDE IN DUE STAFFE…”
Estratto dell’articolo di Stefano Montefiori per il “Corriere della Sera”
«Abbiamo fantastici ricercatori in Europa, grandi matematici e ingegneri, siamo all’avanguardia nelle ricerche sull’intelligenza artificiale. Noi europei siamo forti e possiamo, dobbiamo, tracciare linee rosse da non oltrepassare, quando trattiamo con le altre potenze». Di ritorno da Davos, Philippe Aghion è ottimista, ancora più del solito. Il premio Nobel per l’Economia vede segnali incoraggianti di quella «distruzione creatrice» che ha tanto studiato […]
Se dovesse riassumere la sua esperienza a Davos con una sola parola?
«Carney. Mark Carney, il premier canadese».
Perché?
«Perché ha pronunciato un bellissimo discorso incoraggiando noi europei ad andare avanti sulla stessa strada. Cioè, non dobbiamo avere paura di opporci a Trump, certi “no” vanno detti. E infatti sulla Groenlandia ha funzionato. E Carney ha anche parlato di nuove collaborazioni, basate sul rispetto delle regole e non sull’intimidazione».
Da sempre lei non partecipa al coro dell’autoflagellazione. Perché l’Europa può ancora farcela?
«Perché abbiamo democrazia e libertà, che altri hanno perso, guardate che cosa è successo a Minneapolis. Abbiamo un modello sociale migliore, e la nostra ricerca è di alto livello. […]».
donald trump e ursula von der leyen
Però il cliché dice che gli Usa e la Cina innovano, l’Europa regolamenta. Che cosa bisogna fare per uscirne?
«In Europa l’ottima ricerca non si traduce in grande innovazione […] Ma esistono esempi positivi ai quali ispirarsi, la Svezia per esempio ha un ottimo ecosistema finanziario. Dovremmo dotarci dell’equivalente della Darpa americana, che è un modo per fare politica industriale a favore della competizione. Se vogliamo incoraggiare l’innovazione di rottura, dobbiamo creare un sistema che consenta il fallimento e la gestione del rischio».
Ma la tradizione europea che lei vanta ha sempre puntato più sulla protezione sociale che sul rischio.
«È vero, ma anche qui ci sono già esempi ai quali ispirarci, come la flexicurity della Danimarca, che combina flessibilità e sicurezza, slancio verso il rischio e l’innovazione e rete di salvataggio. È un modo per introdurre distruzione creatrice proteggendo comunque gli individui, quando il progetto imprenditoriale va male. La Danimarca è il modello, e ce l’abbiamo in casa, noi europei, un altro vantaggio rispetto alla società americana».
Il prossimo 12 febbraio gli ex premier italiani Mario Draghi e Enrico Letta parteciperanno a un vertice europeo straordinario per rilanciare la competitività europea. È venuto finalmente il momento di applicare i loro rapporti?
«Credo che un nucleo forte di Paesi siano pronti per andare avanti sul mercato unico dei capitali. Una coalizione dei volenterosi aperta a chi ci sta: i grandi Paesi fondatori Francia, Italia, Germania, più il Regno Unito. Su questo e altri progetti, l’Europa e le altre democrazie sono pronte per collaborare».
Il Canada di Mark Carney che lei citava, per esempio?
«Certamente, credo che Carney voglia lavorare con noi e che dovrebbe essere incluso nelle nostre iniziative, nelle catene di valore. Il Canada è e rimarrà una democrazia, e la cosa interessante è che vuole fare affari con la Cina. Non ci vedo niente di male, finché la Cina gioca secondo le regole[…] ».
Intanto, però, all’interno dell’Unione europea gli equilibri stanno cambiando. ll motore franco-tedesco sembra fermo, e Berlino sembra avvicinarsi semmai a Roma. Che ruolo può avere la premier italiana Giorgia Meloni nei nuovi assetti?
«Nel settembre scorso il cancelliere Merz e il presidente Macron si sono incontrati, e noi economisti li abbiamo aiutati a preparare una road map per attuare il rapporto Draghi. Per la Germania il punto è capire quanto la Francia sia un partner affidabile, nel momento in cui il governo francese non riesce ad approvare il budget dello Stato.
[…] Quanto a Meloni, l’Italia è un Paese fondamentale per l’Europa, e tutti stanno cercando di capire quanto a sua volta sia affidabile: qui la questione è il rapporto con l’America di Trump. L’Italia sta con noi o con gli americani? In questo momento non è possibile tenere il piede in due staffe».
EMMANUEL MACRON AL FORUM DI DAVOS – FOTO LAPRESSE
[…] Emmanuel Macron è a sua volta un grande sostenitore dell’Europa, ma arriva alla fine del secondo mandato in condizioni di debolezza. Lei è stato consigliere del presidente Macron, poi vi siete allontanati. Che cosa non ha funzionato?
«[…] Macron è davvero in gamba. E certe volte, quando sei davvero o troppo in gamba, finisci per pensare di non avere bisogno di alcun consiglio. Non vuoi perdere tempo con i sindacalisti, non chiedi consiglio sulla politica estera o sociale, e magari pensi di indire elezioni anticipate all’improvviso convinto pure di vincerle. Macron è andato molto bene nel primo mandato, dal 2017 al 2022. Ha fallito il secondo per eccesso di fiducia in se stesso. […]
LA POSIZIONE ITALIANA NEI CONFRONTI DEGLI STATI UNITI - VIGNETTA BY NATANGELO
DONALD TRUMP IN VERSIONE T-REX - ILLUSTRAZIONE POLITICO
PHILIPPE AGHION



