1. IL RECLUTATORE DELLA GUERRA SANTA CHE GIRA L’ITALIA A CONVINCERE I GIOVANI: “È UN MIO DOVERE. UN GIORNO IL MONDO INTERO SARÀ UNO STATO ISLAMICO, ANCHE IL VATICANO” 2. IL BOSNIACO BILAL BOSNIC È A SUO MODO UN CACCIATORE DI TESTE DELL’ISIS, E IL SUO NOME COMPARE NELL’INCHIESTA SUI 50 JIHADISTI PARTITI DALL’ITALIA VERSO SIRIA E IRAQ 3. “LA DECAPITAZIONE DI FOLEY? ERA UNA SPIA. NELL’ISLAM È ACCETTABILE UCCIDERE SE QUESTO PUÒ FAR PAURA AL NEMICO. PUÒ SEMBRARE ATROCE MA NOI SIAMO IN GUERRA” 4. I CARABINIERI CERCANO UN BAMBINO DI 3 ANNI, FIGLIO DI UN IMBIANCHINO PARTITO DAL VAJONT PER COMBATTERE AD ALEPPO. IL PADRE È MORTO, E LA MADRE NON SA DOVE SIA 5. MINNITI, DELEGATO AI SERVIZI: “ABBIAMO SOTTOVALUTATO LA MINACCIA. L’ISIS HA DIMOSTRATO CHE PUÒ COSTRUIRE UNO STATO, AMMINISTRARE POZZI DI PETROLIO E TERRITORI”

1.IL RECLUTATORE DELLA JIHAD “COSÌ ARRUOLO GLI ITALIANI”

Giuliano Foschini e Fabio Tonacci per “la Repubblica

jihadisti isisjihadisti isis

 

Cerco i cervelli migliori per portarli alla guerra giusta, la guerra Santa». La sua missione è chiamare i giovani alla jihad. Oggi lo fa dalla Bosnia ma fino a qualche mese fa era in giro per le moschee d’Italia a incontrare le comunità islamiche. Dicono le indagini delle polizie internazionali, e lo sospettano anche i carabinieri del Ros in Italia, che questo signore, Bilal Bosnic, è a suo modo un cacciatore di teste dell’Isis. Il suo nome compare nell’inchiesta della procura di Venezia sull’imbianchino bosniaco Ismar Mesinovic, con il quale ha avuto contatti.

 

jihad isisjihad isis

Cosa ha fatto durante i suoi viaggi in Italia?

«Ho visitato i centri islamici, ho predicato, ho parlato alla nostra umma, alla comunità. Sono stato in Italia in più occasioni, fino a qualche mese fa. A Bergamo, a Cremona, ma anche a Roma. Per noi siete un Paese molto importante ».

 

Lei è accusato di aver svolto attività di reclutamento. È vero?

«Io non ho commesso alcun reato. Ma è un dovere di ogni buon islamico essere coinvolto in qualche modo nella jihad».

 

In che modo, esattamente?

«Combattendo, aiutando, dando assistenza ognuno secondo le proprie possibilità. Finanziandoci anche».

giovani reclute della jihad di isisgiovani reclute della jihad di isis

 

Dall’Italia arrivano finanziamenti ai gruppi che combattono in Siria?

«Sì. Lo so per certo, ma non so da parte di chi».

 

Ha avuto modo di parlare con giovani italiani?

«Sì, sono molti gli italiani che hanno scelto l’Islam. Ma il mio ruolo non è quello di convertirli quanto di parlarci. Devo informarli di cosa sta accadendo nei nostri territori, al di là delle bugie dei media ».

 

ismar mesinovicismar mesinovic

In questo momento ci sono italiani che combattono con l’Isis?

«Sì, tra i nostri soldati ci sono alcuni con la cittadinanza italiana. Non mi sorprende. Ripeto, è un dovere di un musulmano essere coinvolto nella jihad».

 

Chi sono gli italiani che stanno combattendo con voi?

«Cittadini comuni. Io non ne ho mai incontrati direttamente anche perché il mio compito è incontrare la nostra comunità per raccontare cosa ci stanno facendo. Come ho fatto a Bergamo».

 

È vero che esistono campi di addestramento per la jihad in Europa?

«Questo non lo so».

 

Cosa dice durante i suoi incontri?

ismar mesinovic con moglie e figlioismar mesinovic con moglie e figlio

«Parlo della situazione attuale dell’Islam, di cosa l’Islam sta subendo da troppi anni, delle tattiche che il mondo usa contro l’Islam. La propaganda, soprattutto per chi vive in Occidente e dunque anche in Italia, rende impossibile sapere come vanno realmente le cose. E soprattutto cosa è importante fare. Lo Stato islamico è necessario per i musulmani. È l’unico paese al mondo dove si può imporre la Sharia, l’unico che può promuovere il vero modo islamico di vivere».

 

Ha visto la decapitazione di James Foley da parte dell’Is? Non è sconvolto?

«Foley era una spia. Questo è ampiamente noto. Uccidere in alcuni casi è giustificato. Nell’Islam è accettabile uccidere un prigioniero se in qualche maniera questo può fare paura al nemico. Capisco che può sembrare atroce ma noi stiamo combattendo una guerra, è quella era una tattica di guerra».

 

ismar mesinovic con il figlioismar mesinovic con il figlio

Sa niente di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, le due cooperanti italiane rapite in Siria ormai un mese fa?

«No, ma posso intuire cosa può essere successo. Il loro era un lavoro di disturbo, di interferenza. Noi non interferiamo negli affari occidentali. Voi invece sì, praticando diversi tipi di tattiche contro l’Islam».

 

FOLEY FOLEY

A cosa fa riferimento?

«Penso ai media occidentali. Raccontano soltanto bugie e tra l’altro sono anche molto bravi a farlo. Pur di attaccare i musulmani, l’Occidente ha corrotto il loro modo di vivere diventando persino alleati di loro nemici storici come l’Iran. Oggi l’Occidente e gli sciiti stanno lavorando insieme contro l’Islam. E per combattere non usano soltanto le armi ma anche e soprattutto le bugie, le menzogne. Per questo è importante il mio lavoro: bisogna diffondere la nostra verità, la nostra parola. Rischiano di tornare i tempi di Bin Laden».

 

Che significa?

bilal bosnicbilal bosnic

«Che nessuno ha mai parlato del terrore americano contro i musulmani. Quello che ha fatto Bin Laden non è nulla rispetto a quello che l’America ha fatto al nostro popolo. Per caso Bin Laden ha mai lanciato una bomba atomica? Chi è davvero il terrorista? Una cosa deve essere chiara: il musulmano ha il dovere di difendere l’Islam, si chiama Jjhad. Io non posso giudicare Bin Laden come persona, soltanto Allah può farlo. Se era un buon musulmano, Allah lo saprà».

 

Lei sostiene che giornalisti e cooperanti sono disturbatori per i vostri territori. E allora perché continuate con il massacro dei cristiani in Iraq?

bilal bosnic bilal bosnic

«Ecco, queste sono bugie. I cristiani non vengono massacrati. Il Califfo ha offerto loro o di convertirsi all’Islam, e questo lo hanno rifiutato, oppure di pagare tasse aggiuntive, e questo invece lo hanno accettato. Se avessero rifiutato entrambe le soluzioni, allora avremmo dovuto combattere contro di loro. Ma hanno accettato le tasse. Lo Stato Islamico non li tocca, saranno trattati bene finché pagheranno le tasse come promesso».

 

 abdel majed abdel bary  4 abdel majed abdel bary 4

Le polizie temono che la Guerra santa si possa spostare in Europa. È un pericolo reale secondo lei?

«Noi musulmani crediamo che un giorno il mondo intero sarà uno Stato islamico. Il nostro obiettivo è fare in modo che anche il Vaticano sarà musulmano. Forse io non riuscirò a vederlo, ma quel momento arriverà, così è stato scritto. È questo che io spiego ai ragazzi».

 

Che altro dice loro?

«In realtà le mie parole servono a poco. È tutto scritto nel Corano. Se un uomo è abbastanza forte per accettare la verità diventerà un musulmano. Un vero musulmano. Pronto alla jihad».

 

Usate le chat su Tor, considerate la più anonime e sicure del web per parlare?

«Alle volte sì».

 

 abdel majed abdel bary  2 abdel majed abdel bary 2

Oggi in Bosnia che fa?

«Incontro persone. Predico».

 

Ha interrotto i contatti con l’estero?

«No. E spero anche di tornare in Italia».

 

 

2.CINQUE JIHADISTI INDAGATI IN VENETO

Giuliano Foschini e Fabio Tonacci per “la Repubblica

 

C’è qualcosa che cova sotto la cenere, nella vasta comunità islamica italiana. In quell’area grigia dove la fede può scivolare nell’estremismo. Decine le procure che hanno indagini aperte su presunti terroristi. In Veneto c’è un’inchiesta dei Carabineri del Ros che ruota attorno a un imbianchino bosniaco di 37 anni, Ismar Mesinovic, partito dall’Italia con suo figlio di due anni per combattere contro il regime di Assad e morto il 6 gennaio scorso ad Aleppo.

 

 abdel majed abdel bary  10 abdel majed abdel bary 10

In Lombardia l’attenzione è concentrata sul gruppo di quattro siriani legati a Haisam Sakhanh, più conosciuto come Abu Omar: ha vissuto per dieci anni tra Milano e Cologno Monzese, prima di abbracciare nel 2012 la guerra santa, anche lui in Siria. Storie nuove e storie vecchie che ritornano.

 

Di certezze, nei rapporti della nostra intelligence e nelle informative di polizia, ce ne sono poche. Si sa però che c’è una lista di una quarantina di persone sotto controllo, partite per Siria ed Iraq. Di queste almeno otto sarebbero ancora all’estero. Sono quasi tutti immigrati, di prima e di seconda generazione.

 

Come era appunto l’imbianchino bosniaco Ismar Mesinovic. Arrivato nel bellunese nel 2009 dalla Germania, si era stabilito con la moglie cubana Lidia Solano Herrera a Longarone, ai piedi del Vajont. Qui ha frequentato spesso il centro culturale Assalam di Ponte nelle Alpi. Chi lo conosce lo ricorda come persona mite, almeno fino a quando ha assunto modi e idee da fanatico. Avrebbe pure picchiato la moglie perché non si voleva convertire all’Islam.

 

IRAQ - JIHADISTI DELL' ISISIRAQ - JIHADISTI DELL' ISIS

L’inchiesta della procura distrettuale di Venezia, coordinata dal pm Walter Ignazitto e condotta dai carabinieri del Ros del generale Mario Parente, è partita quando a dicembre Mesinovic ha preso il figlio di due anni ed è andato in Siria, passando dai Balcani. Gli investigatori hanno seguito i suoi spostamenti e intercettato i telefoni della sua “rete” di amicizie prima della sua morte, dedotta da alcune foto pubblicate su quotidiani bosniaci in cui si vede a terra, apparentemente senza vita.

 

Sono almeno cinque gli iscritti nel registro degli indagati con l’accusa di associazione eversiva. Tutti di provenienza balcanica e attivisti islamici: vivono tra Belluno, Treviso e Pordenone. Gli investigatori sono interessati a capire se siano stati loro ad averlo convinto a unirsi ai fondamentalisti dell’Is.

 

IRAQ - JIHADISTI DELL' ISISIRAQ - JIHADISTI DELL' ISIS

Nell’inchiesta c’è pure Bilal Bosnic, l’imam 41enne, anch’esso bosniaco, convinto sostenitore dello Stato islamico e considerato una personalità tra i wahabiti nonché sospettato di essere coinvolto nell’attentato all’ambasciata di Sarajevo nel 2011. Bosnic ha fatto diverse tappe nel Nord Italia, a Bergamo, Pordenone, Cremona, per invitare i giovani ad unirsi alla jihad. In almeno una di queste occasioni si sarebbe incontrato con il suo connazionale.

 

L’inchiesta è delicatissima perché di mezzo c’è un bambino, Ismail Davud, il figlio che Mesinovic si è portato dietro. Forse è ad Aleppo e i carabinieri stanno lavorando per riportarlo a casa. In Siria è finito anche Haisam Sakhanh, ex animatore del Coordinamento siriani liberi di Milano, come proverebbe un video pubblicato dal New York Times un anno fa in cui Repubblica aveva identificato la sua sagoma tra il gruppo di sicari che hanno ucciso con un colpo alla nuca sette soldati lealisti presi prigionieri.

 

iraq   l'avanzata dei jihadistiiraq l'avanzata dei jihadisti

 

3.MARCO MINNITI, DELEGATO AI SERVIZI: “NEL CUORE DELL’EUROPA MIGLIAIA DI COMBATTENTI PRONTI A ENTRARE IN AZIONE”

Daniele Mastrogiacomo per “la Repubblica

 

«Certo, gli jihadisti stranieri preoccupano anche la nostra intelligence. Non tanto quelli italiani che conosciamo e seguiamo quasi in tempo reale; preoccupano gli europei in generale che sono liberi di circolare nei paesi della Ue e di venire anche qui da noi». Il sottosegretario alla Presidenza Marco Minniti, con delega ai Servizi segreti da oltre un anno, segue attentamente lo scenario internazionale. Lo fa di raccordo con i colleghi delle altre agenzie. Sono tutti preoccupati. «Per la prima volta», osserva, «il mondo si trova a fronteggiare cinque grandi focolai di guerra».

 

La preoccupa più l’Ucraina oppure il fronte jihadista?

«Entrambi. Perché sono nel cuore dell’Europa o hanno comunque effetti diretti su di essa».

 

Si è molto sottovalutato l’Is. Poi, davanti alla decapitazione di James Foley, c’è stata l’ondata di orrore.

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«L’Is rappresenta una minaccia senza precedenti per almeno due motivi: è un vero esercito con armi tradizionali impegnato in una guerra simmetrica. Ma è in grado anche di agire con azioni terroristiche, come si è visto, quindi in una guerra tipicamente asimmetrica, difficile da contrastare. Dovremo fare i conti con questi combattenti almeno per i prossimi dieci anni».

 

Perché?

“Perché l’Is ha dimostrato di poter costruire uno Stato, di conquistare e amministrare un territorio vastissimo. Perché controlla una quindicina di pozzi e di raffinerie petrolifere con i quali incassa ogni giorno due milioni di dollari. Quando hanno conquistato Mosul, i combattenti hanno svuotato i caveau delle banche e si sono trovati in mano 500 milioni di dollari in contanti».

 

Si stima che siano meno di 50 i jihadisti italiani impegnati nella guerra in Siria e Iraq.

Sappiamo chi sono?

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«Li conosciamo. Ma sono gli altri, quelli con passaporti europei, che ci preoccupano. Sono migliaia. Solo della metà sappiamo l’identità e i movimenti. Provengono dal nord Europa ma anche dai Balcani. Sono proprio questi che allarmano di più la nostra intelligence».

 

L’estate scorsa si discuteva se bombardare o meno la Siria di Assad. Un anno dopo si prepara il terreno per colpire i nemici del rais di Damasco.

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«Lo scenario è cambiato così in fretta da capovolgere la strategia. Ma è anche il sintomo che l’Occidente e l’Europa, ancora una volta, non hanno capito cosa stava accadendo in quell’area».

 

Molti paesi in Medio Oriente stanno reagendo. Eppure sono gli stessi che hanno sostenuto e fomentato il jihadismo.

«La Turchia svolge un ruolo importante nell’area. Eppure fa parte della Nato. Al vertice di settembre chiederemo che prenda una posizione chiara e netta».

 

Lo scontro è più militare o ideologico?

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«Militare sul terreno ma ideologico nel suo complesso. L’attrazione per la jihad nasce anche dal fallimento espresso dal modello europeo e occidentale. Di fronte a questa spaventosa crisi mondiale, l’Europa è stata capace di rinviare di un mese la formazione del nuovo governo. Appare stanca, con le sue radici inaridite. Ha bisogno di ripensare ai suoi valori, di rifondarli. Oggi rincorriamo i cessate- il-fuoco, le tregue. Abbiamo rinunciato alla parola pace ».

 

Marco Minniti Marco Minniti

 

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