IN CINA, LA CRISI SI AVVICINA - I MUSI GIALLI NON CI SALVERANNO PERCHÉ STANNO MESSI MALE PURE LORO: DOPO 30 ANNI DI CRESCITA, L’ECONOMIA CINESE STA RALLENTANDO - INVESTIMENTI IN CALO, BOLLA IMMOBILIARE, GOVERNI LOCALI INDEBITATI CON LE BANCHE, SI MOLTIPLICANO SCIOPERI E SUICIDI - MICHAEL PETTIS, DELL'UNIVERSITÀ DI PECHINO: "PENSARE CHE LA CINA SIA IL MOTORE DELL'ECONOMIA MONDIALE È ILLOGICO. SONO I PAESI CHE HANNO ECCESSO DI DOMANDA CHE FANNO MUOVERE L'ECONOMIA, PAESI COME L'ITALIA” (STIAMO MESSI BENE)…

Federica Bianchi per "l'Espresso"

Non sarà la Cina il Cavaliere bianco dell'Europa in difficoltà. E non solo perché Pechino non ha mai avuto un motivo forte per acquistare titoli del debito pubblico europeo in dosi massicce, ma soprattutto perché la sua economia per la prima volta in trent'anni di crescita miracolosa sembra avere innescato un'involontaria retromarcia.

Siamo solo alle prime battute: il Pil nel 2011 è cresciuto del 9,1 per cento rispetto al 10,4 del 2010. Un livello altissimo, impensabile per il resto del mondo. Ma gli economisti prevedono un ulteriore rallentamento per quest'anno, quando l'economia potrebbe crescere ad una velocità compresa tra il 7 e l'8 per cento. Soprattutto, vedono nel 2012 l'anno in cui i nodi dello sviluppo cinese verranno al pettine.

A non funzionare più è la struttura stessa della crescita economica cinese, fondata non sul consumo interno come nelle economie mature, ma sulla domanda di beni da parte dell'Occidente e, negli ultimi anni, sempre più su investimenti in capacità produttiva, infrastrutture e immobili, alimentati da una generosa politica creditizia.

Ormai gli investimenti hanno raggiunto la metà del prodotto interno lordo, e hanno continuato a crescere anche nell'ultimo trimestre dell'anno scorso, nonostante la stretta al credito imposta in autunno dalla banca centrale. Al di là dell'effetto leva sul Pil, il rendimento di questi investimenti è sempre più dubbio, mentre certe sono le conseguenze negative: un'inflazione stabilmente al di sopra del 4,5 per cento e un insostenibile indebitamento di governi locali e imprese statali. "Il boom industriale sta raggiungendo i suoi limiti", avverte da Pechino Patrick Chovanec, professore associato di Economia e gestione aziendale dell'Università Qinghua, un prestigioso ateneo cinese.

I segnali del malessere sono chiari a tutti. Il più evidente è proprio lo scoppio in novembre della bolla immobiliare: i prezzi delle abitazioni di Pechino e Shanghai, dopo un anno di stagnazione e la costruzione di centinaia di città fantasma, sono scesi del 35 per cento in poche settimane, in alcuni casi si sono addirittura dimezzati, facendo infuriare gli investitori che avevano comprato appartamenti a prezzi vertiginosi solo quest'estate.

La débâcle del real estate ha conseguenze pesanti anche per il resto dell'economia. Certamente perché contribuisce al 10 per cento del Pil, una percentuale doppia a quella che esibivano gli Usa al momento dello scoppio della loro bolla immobiliare. Ma anche perché le possibilità di carriera dei politici locali sono fondate unicamente sul loro contributo alla crescita del Pil, ovvero su una cementificazione senza sosta. E siccome per ottenere le risorse da spendere in infrastrutture fanno affidamento sulla vendita ai palazzinari di terre espropriate ai contadini (vedi box a fianco), il crollo delle costruzioni mette a rischio la struttura stessa del loro potere.

Poi c'è un altro aspetto da non sottovalutare. Negli ultimi anni i governi locali, convinti che il boom immobiliare sarebbe finito solo con l'esaurimento fisico dei terreni, si sono ampiamente indebitati per finanziare progetti sempre più faraonici e spese personali folli, e adesso che i loro asset hanno perso valore non sanno come restituire i denari alle banche. I dati della Morgan Stanley mostrano che gli istituti di credito cinesi hanno prestato dal 2008, anno dell'inizio della crisi finanziaria, a oggi oltre 400 mila miliardi di dollari.

Se a questa cifra si sommano i prestiti erogati al di fuori del sistema bancario ufficiale, soprattutto nell'ultimo anno di stretta creditizia, allora il credito totale del Paese si aggirerebbe sui 600 mila miliardi di dollari. Secondo l'agenzia di rating Fitch almeno un terzo sarebbe composto da prestiti in sofferenza.

Non solo. Il monte dei prestiti che non potranno essere ripagati è destinato a crescere di pari passo con la crisi economica europea, altro tasto dolente per l'economia cinese. "Pensare che la Cina sia il motore dell'economia mondiale è illogico", spiega Michael Pettis, professore di finanza all'Università di Pechino e una delle voci più ascoltate sull'evoluzione dell'economia cinese: "La Cina è il principale componente aritmetico della crescita mondiale perché è il paese che contribuisce in maniera maggiore al Pil globale, ma sono i paesi che hanno eccesso di domanda che fanno muovere l'economia, paesi come l'Italia".

E se in questi luoghi la domanda si ferma allora saranno i paesi che sono esportatori netti come la Cina (ma anche la Germania, primo partner commerciale europeo della Cina) e il Brasile, diventato ricco vendendo commodity alla Cina, a essere seriamente colpiti. È esattamente quello che sta accadendo.

Secondo i numeri di Clarkson Securities, uno dei maggiori agenti marittimi mondiali, il prezzo delle spedizioni verso l'Europa, la principale destinazione delle esportazioni cinesi, è diminuito del 40 per cento dalla fine di agosto. "Se vedi che stanno diminuendo le tariffe di trasporto allora vuol dire che la domanda europea è davvero in caduta libera", spiega Rahul Kapoor, un analista della banca d'investimento e broker marittimo Platou Markets.

In rialzo sono invece le rivendicazioni operaie nelle grandi fabbriche costiere, una situazione che complica ulteriormente il quadro economico cinese. La nuova generazione di tute blu ha rotto ogni legame con la campagna e ha preso coscienza dei propri diritti. Come hanno dimostrato gli ultimi episodi, non si tratta più e solo di richieste di aumento del salario ma anche di tutela dei propri benefit e di salvaguardia di un orario di lavoro accettabile.

Tante e tali sono le loro rivendicazioni che a fine dicembre il governo centrale ha deciso di istituire comitati di mediazione interni alle fabbriche per cercare di ricomporre i conflitti tra imprenditori e operai prima che paralizzino l'attività produttiva (il 70 per cento della forza lavoro è impiegata nel settore delle esportazioni), e mettano anche a repentaglio la stabilità del regime. Una certezza resta: per le aziende il costo del lavoro continuerà a salire, e lo farà proprio in una fase di debolezza economica.

A controbilanciare il calo del saldo commerciale e il rallentamento degli investimenti avrebbero dovuto pensarci i consumatori cinesi. Almeno questo era il piano di Pechino. Contrariamente alle attese però, la crescita dei consumi interni continua a diminuire come percentuale del Pil da almeno dieci anni (nonostante cresca lentamente in termini assoluti).

D'altra parte è difficile vedere come i cittadini possano dedicarsi agli acquisti se il rendimento dei depositi bancari è altamente al di sotto del tasso d'inflazione (a detrimento dei risparmiatori e a beneficio di banche e investitori), il peso della fiscalità poggia soprattutto sulle fasce più deboli, e i rudimenti di un sistema di welfare sono solo un progetto.

"Se il commercio cade, il consumo interno non cresce abbastanza e gli investimenti interni non sono più possibili a causa dell'ammontare del debito allora la crescita economica dovrà per forza arrestarsi significativamente", sottolinea Pettis, che vede la crescita dell'economia cinese ridursi al 3 per cento entro la fine del decennio. "Per non collassare, la Cina è obbligata ricalibrare la sua economia, spostando la ricchezza dallo Stato e dagli investitori ai consumatori. Purtroppo al momento sono pochi i segnali che puntano in questa direzione".

Il problema è che sono i leader attuali e i loro soci coloro che hanno maggiormente da perdere da una tale trasformazione. Così il cambiamento rischia di essere posticipato a lungo, con l'inevitabile conseguenza che il rallentamento potrebbe assumere le fattezze di un brusco tracollo, come pronostica Jim Chanos, il manager di hedge fund che aveva predetto il tracollo del colosso Usa Enron e che è da sempre scettico sul miracolo cinese: "La caduta della seconda economia mondiale sarà mille volte peggiore dello scivolone che ha subito Dubai".

Ma gli economisti più ottimisti, tra cui la Banca mondiale (dove è capo economista un cinese) e Standard & Poor's, fanno notare che il Paese ha ancora un quinquennio per gestire l'inevitabile rallentamento, e non dubitano che la prossima generazione di leader sarà all'altezza del compito, complice l'uso di metodi autoritari. Considerato che il 2012 sarà l'anno della grande transizione politica che sostituirà non solo il presidente ma anche sette dei nove membri del comitato guida del Paese, le grandi riforme economiche dovranno probabilmente aspettare il 2013. Sempre che non salti fuori l'imprevisto. E la crisi dell'euro ci ha insegnato a non sottovalutarne l'eventualità.

2 - PIÙ CONTROLLI SUL MALUMORE OPERAIO
Da "l'Espresso"

C'è grande confusione sotto il cielo di Cina. Ma, contrariamente a quanto disse Mao Tsedong, la situazione non appare eccellente. Alla fine dell'anno le province meridionali del Paese sono state inondate da una serie di scioperi e proteste di portata superiore a quelle che un anno e mezzo fa culminarono nella serie di suicidi alla Foxconn, la gigantesca fabbrica di apparecchi elettronici che produce i prodotti Apple.

Qualche esempio: il 17 novembre i 7mila operai della taiwanese New Balance hanno incrociato le braccia per protesta contro la decisione di spostare la fabbrica in un'altra provincia con un costo del lavoro più basso; cinque giorni più tardi mille lavoratori hanno fermato la produzione a un fornitore della Hp per impedire il prolungamento di straordinari forzosi; migliaia di lavoratori della PepsiCo hanno addirittura organizzato via Internet una protesta in cinque province contro la riduzione di posti di lavoro.

"Stiamo assistendo a un aumento dell'attivismo dei lavoratori che supera quello del 2010", delinea da Hong Kong Geoffrey Crothall di China Labour Bullettin, un'associazione che monitora il mercato del lavoro in Cina. "Gli imprenditori continuano a considerare gli operai alla stregua di robot", racconta da New York Li Qiang, direttore di "China Labour Watch": "Non si rendono conto che questa nuova generazione di lavoratori non intende più farsi sfruttare".

Sun Liping, un professore di sociologia della celebre università Qinghua di Pechino, molto seguito sul web, ha stimato il numero delle rivolte e degli scioperi nel paese in circa 180 mila. Le cifre ufficiali si fermano agli 87 mila del 2005, anno a partire dal quale Pechino si è rifiutata di fornire qualsiasi informazione al riguardo.

I numeri del professor Sun includono non solo le agitazioni degli operai nelle fabbriche ma anche quelle dei cittadini esasperati dall'inquinamento e dalla corruzione, e quelle dei contadini a cui i governi locali da anni espropriano le terre in cambio di una stretta di mano (nel migliore dei casi) per rivenderla con ampi profitti ai palazzinari dagli occhi a mandorla.

Il caso più eclatante è stato, a fine dello scorso anno, quello degli abitanti del villaggio di Wukan, nella ricca provincia del Guangdong, che per giorni sono stati posti sotto assedio fino a quando la leaderhip provinciale è stata costretta a scendere a patti. "Le rivolte non si arresteranno a meno che il governo non si decida a dare ascolto alle voci di tutti i suoi cittadini", spiega Li.

L'impressionante espansione cinese degli ultimi vent'anni ha inasprito le tensioni sociali, l'incubo del regime fin dai tempi del massacro di piazza Tiananmen nel 1989. E se allora i contadini rimasero al margine delle proteste, oggi il loro progressivo impiego nei cantieri e nelle fabbriche del Paese (la popolazione urbana ha superato nel 2011 quella delle campagne) ha reso la forza lavoro più unita e più cosciente dell'incommensurabile divario che la separa dalle élites dominanti. Lo sa bene il governo centrale che ha infatti manifestato a dicembre l'urgenza di costruire un più raffinato "sistema di controllo sociale". Soprattutto in vista degli inevitabili rovesci del rallentamento economico.

 

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