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TRUMP HA IL PISTOLINO SCARICO – IL TYCOON MINACCIA IL “COLPO” FINALE” DELL’INVASIONE DI TERRA PER LIBERARE LO STRETTO DI HORMUZ, MA RISCHIA DI FINIRE NELLE SABBIE MOBILI – L’AMBASCIATORE SEQUI: “SIAMO NELLA FASE PIÙ PERICOLOSA: NESSUNO PUÒ VINCERE RAPIDAMENTE, MA TUTTI POSSONO PERDERE LENTAMENTE. LE MINACCE TRUMPIANE PERDONO VALORE PERCHÉ NON SONO VERIFICABILI: SE OGNI ULTIMATUM PUÒ ESSERE RINVIATO, SMETTE DI FUNZIONARE COME STRUMENTO DI  DETERRENZA E L'AMERICA DIVENTA UNA POTENZA ‘SPETTACOLARE’, NON PIÙ PREVEDIBILE. UNA VOLTA LANCIATA L’OPERAZIONE DI TERRA, IL COSTO NON È PIÙ CONTROLLABILE. E L'IRAN NON DEVE VINCERE LA GUERRA: GLI BASTA IMPEDIRE AGLI USA DI CHIUDERLA…”

Estratto dell’articolo di Ettore Sequi per “La Stampa”

 

donald trump

«Aspettiamo l’arrivo dei soldati americani sul terreno». La frase del presidente del Parlamento iraniano Ghalibaf non è propaganda: è deterrenza anticipata. Trasforma l'ipotesi di operazioni terrestri in una prova della doppiezza americana – negoziato in pubblico, preparazione militare in privato – e in una minaccia: se gli Usa entreranno a terra, il costo diventerà regionale. […]

 

L'arrivo dell'Uss Tripoli, dei Marines, della 82ª Airborne e la discussione a Washington di un “final blow”, un colpo decisivo, indicano che l'opzione terrestre è ormai concreta: limitata, mirata e reale.

 

donald trump - stretto doi hormuz

Innanzitutto, il conflitto può essere letto come due guerre parallele: una campagna aerea di Usa e Israele contro il regime iraniano e una guerra dell'Iran contro l'economia globale. Entrambe sono in larga parte unilaterali: Teheran non può fermare il dominio aereo americano; Washington non riesce a riaprire Hormuz né a bloccare gli attacchi alle infrastrutture energetiche del Golfo.

 

Gli Usa sanno che, per uscire dalla guerra, devono risolvere Hormuz, ma vogliono allo stesso tempo uscire, mantenere credibilità e imporre condizioni. Queste tre cose insieme non stanno in piedi.

 

ettore sequi foto di bacco

Per questo la strategia diventa paradossale: per uscire, devono elevare la minaccia. E il risultato è ancora più evidente: gli Usa devono ora riaprire uno Stretto che prima della guerra non avevano perso. La campagna in corso ha creato un problema strategico nuovo, non lo ha risolto.

 

Secondo. La campagna aerea non basta. Non ha ottenuto i due risultati decisivi: concessioni sul nucleare e riapertura di Hormuz. Finché lo Stretto resta instabile, l'Iran mantiene una leva sproporzionata. La deterrenza non dipende solo dai danni inflitti, ma dalla persistenza della minaccia. […]

 

STRETTO DI HORMUZ - PETROLIERE

L'Iran non è sconfitto: è degradato ma ancora operativo. Si può infliggere un danno enorme senza ottenere il risultato politico decisivo. È qui che entra in gioco il terreno.

 

Terzo. Hormuz non è solo uno stretto: è un punto di sopravvivenza economica. In pochi chilometri passa una quota decisiva dei flussi globali. La sua interruzione colpisce prezzi, assicurazioni, logistica, produzione.

 

Il vero pericolo è la saldatura Hormuz–Bab el-Mandeb. Se entrambi sono instabili, il sistema energetico entra in una crisi strutturale. Anche se gli Usa riuscissero a riaprire Hormuz con la forza, il problema resterebbe: Bab el-Mandeb continuerebbe a destabilizzare l'economia globale. È la sincronizzazione dei choke points, il vero rischio sistemico.

 

benjamin netanyahu donald trump mar a lago 2

Qui emerge il nodo militare più sottovalutato. Riaprire Hormuz con la forza significherebbe una campagna lunga e rischiosa: neutralizzare minacce disperse lungo centinaia di chilometri di costa, bonificare mine, scortare il traffico marittimo in uno spazio stretto e vulnerabile.

 

Forze terrestri americane sarebbero esposte a droni, missili, artiglieria e attacchi navali e richiederebbero protezione e rifornimento continui. Non è un'operazione risolutiva. È una guerra prolungata dentro il choke point energetico del mondo.

Quarto.

 

nave cargo - stretto di hormuz

Il "final blow" è la ricerca di un gesto conclusivo che renda visibile una vittoria: riaprire Hormuz, neutralizzare capacità critiche, mettere le mani sull'uranio arricchito. Colpire Kharg significa danneggiare le esportazioni iraniane; controllare le isole significa incidere sulla navigazione globale.

 

Kharg, Larak, Abu Musa sono snodi strategici: colpirli non modifica solo il dispositivo militare, ma l'equilibrio del Golfo. Il "colpo finale" non chiude la guerra: segnala che non si riesce a chiuderla.

 

mohammad baqer ghalibaf 5

Quinto. Ghalibaf non fa propaganda: fa deterrenza. Trasforma l'ipotesi di un raid terrestre americano in un'arma politica e in una narrativa di guerra totale.  Il messaggio è netto: se gli Usa mettono piede a terra, il costo diventa regionale – basi, porti, infrastrutture del Golfo. Obiettivo: non vincere, ma impedire una vittoria americana semplice e dichiarabile.

 

Sesto. Il quadro complessivo è una contraddizione strategica aperta. Gli Usa vogliono chiudere la guerra rapidamente, ma continuano ad espandere il teatro operativo. L'Iran può resistere ma non può vincere militarmente. Israele vuole continuare ma dipende da Washington.

 

I mercati non credono a una soluzione rapida. Siamo nella fase più pericolosa: nessuno può vincere rapidamente, ma tutti possono perdere lentamente.

 

L'IRAN TIENE PER LA GOLA DONALD TRUMP - ILLUSTRAZIONE

Le minacce trumpiane perdono valore perché non sono verificabili: se ogni ultimatum può essere rinviato o rovesciato, smette di funzionare come strumento strategico o di deterrenza e l'America diventa una potenza "spettacolare", non più prevedibile. E questo ha effetti concreti: gli alleati esitano, gli avversari dubitano, i mercati reagiscono con volatilità. 

 

[…]  L'opzione terrestre, per riaprire Hormuz o per prendere l'uranio, non è più teorica. Ed è qui che cambia tutto. Perché il problema non è entrare. È che, una volta entrati, il costo non è più controllabile. E l'Iran non deve vincere la guerra: gli basta impedire agli Usa di chiuderla.

stretto di hormuz - vignetta di altan

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