1- VOI SCHERZAVATE OGGI, VERO??? QUANDO AVETE TITOLATO: “GRANDISSIMO ECO! - COME SALVARSI DA MILANO DIVENTATA CITTÀ ‘’STURM UND ’NDRANGHETA’’? FATE MOBBING! - “CI INVITANO A UNA CENA CHE SI ANNUNCIA FASTOSA? CI PROPONGONO UNA VACANZA IN BARCA? NON CI SI VA. NOTIAMO FACCE NUOVE NEL CIRCOLO CHE FREQUENTAVAMO? SI DANNO LE DIMISSIONI. NON C’È NIENTE DI MALE SE QUALCUNO SI CONCEDE UNA DOZZINA DI OSTRICHE, MA È SOSPETTO CHE LE OFFRA ANCHE A NOI E A MOLTI ALTRI, GRATIS” 2- “COME MAI NON AVETE SCRITTO CHE UMBERTO ECO È IL PRESIDENTE DELL'ALDUS CLUB, DI CUI MARCELLO DELL'UTRI È VICEPRESIDENTE? COME MAI A UMBERTO ECO NON FA SPECIE FREQUENTARE DELL'UTRI? IL MOBBING VALE SOLO PER GLI ALTRI? NON PER LUI MEDESIMO?”

1- MAIL
Voi scherzavate oggi, vero???
Come mai non avete scritto che Umberto Eco è il presidente dell'Aldus Club, di cui Marcello Dell'Utri è vicepresidente?
Come mai a Umberto Eco non fa specie frequentare Marcello Dell'Utri?
Il mobbing vale solo per gli altri? non per lui medesimo?

Cordiali saluti,
Leo Soaretti

2- Da Mangano a Umberto Eco: il Marcello bibliofilo sotto sfratto
di Davide Vecchi Il Fatto Quotidiano, 8 settembre 2012

Dopo il lago di Como, Marcello Dell'Utri lascia anche il centro di Milano: la biblioteca di via Senato, che con la Fondazione l'ex manager Publitalia presiede dal 1997, è costretta a trasferirsi a Segrate, in un anonimo centro polifunzionale. Oltre 120mila libri rari a giorni saranno portati via: non ci sono più fondi per mantenere la bellissima palazzina con giardino interno. "L'affitto non è più compatibile", ha ammesso con rammarico. Tradotto: sono finiti i soldi.

E il munifico amico di sempre, Silvio Berlusconi ha chiuso i rubinetti. L'addio è sofferto, quasi drammatico. Dell'Utri è costretto ad abbandonare l'immagine di bibliofilo colto ed esperto che ha tentato di cucirsi addosso e che gli aveva permesso di compiere il salto dallo stalliere mafioso Vittorio Mangano a Umberto Eco. Uno degli attori principali della presunta trattativa tra Stato e mafia è infatti vicepresidente dell'Aldus Club, l'associazione internazionale di bibliofilia presieduta da Eco. Vice con Dell'Utri è l'ex ministro ed esponente del Pci Gianni Cervetti, mentre il segretario generale è Mario Scognamiglio.

Una genesi incompiuta quella di Dell'Utri. Perché nel bellissimo cortile interno di via Senato, tra presentazioni di libri e pièce teatrali, è proseguito il passaggio di mafiosi di vario rango. Nell'ottobre 1998 la Dia seguì fin qui Natale Sartori, socio della figlia di Mangano in una cooperativa di pulizie e pedinato per un'indagine per droga. Anche il medico decisamente mafioso Salvatore Aragona raccontò di essere passato dal civico 14 di via Senato. "Sono stato invitato al circolo, la sede culturale e intellettuale di Dell'Utri in via Senato" disse nel maggio 2001 parlando al telefono con Giuseppe Guttadauro, il boss di Brancaccio.

E "con Dell'Utri bisogna parlare", "alle elezioni del ‘99 ha preso impegni" con il boss Gioacchino Capizzi, ma "poi non s'è fatto più vedere". Gli impegni bibliofili si facevano stringenti, i libri di cui valutare l'acquisto diventavano sempre più importanti. In quegli anni il senatore acquista una lettera di Cristoforo Colombo: la rivenderà nel maggio 2009 per 659mila euro all'amico Marino Massimo De Caro. Un altro esperto del ramo. Commerciante di libri antichi, collaboratoredell'ex ministro Giancarlo Galan, un passato da console del Congo e un presente in carcere: ha rubato migliaia di volumi pregiati dalla biblioteca Girolamini di Napoli che ha diretto fino all'arresto, lo scorso maggio.

Irrisolto, invece, il furto avvenuto nel 2002 alla collezione Scognamiglio. "È stata una profanazione", disse. La libreria di via Rovello, frequentata da Eco, Giulio Andreotti, Oliviero Di-liberto, Cervetti, Gianfranco Dio-guardi e Dell'Utri ha visto i natali dell'Aldus Club, ma anche sottrarsi 300 tomi rari collezionati e gelosamente custoditi da Scognamiglio che si è poi dedicato alle collezioni altrui. Aiutando Dell'Utri a crearsene una sua. Ma il senatore non ne ha mai seguito i consigli, non si fidava.

Quando nel 2007 il cofondatore di Forza Italia decise di comprare i diari di Mussolini, Scognamiglio lo sconsigliò. Dell'Utri non sentì ragioni e pagò 12 milioni, certo che fossero originali. Si è dovuto ricredere: tutte le perizie calligrafiche effettuate su quei diari accertano che sono falsi. L'ultima perizia, conclusa appena tre settimane fa, certifica che l'autore in realtà è Amalia Panvini, una signora di Vercelli già condannata con la madre Rosetta per aver prodotto testi falsi di Mussolini spacciati come autografi.

L'essere caduto in errore non ha scalfito la sicurezza di Dell'Utri che ha continuato a comprare libri in giro per il mondo, dall'America alla Francia. Nell'ottobre 2007 acquista un volume per 7.000 euro sull'arte islamica all'International general rare books. Dieci giorni dopo, altri 7.000 euro alla Librairie des amateurs di Parigi. Nel febbraio 2008 firma un assegno da 9.500 euro a Montepulciano. Una settimana dopo 5.000 a Modena. La passione è incontenibile.

Infinito il conto corrente aperto presso il Credito Cooperativo Fiorentino presieduto dall'amico e collega di partito Denis Verdini. Il deposito di Dell'Utri già nel 2006 era esposto per due milioni. A coprire i buchi interveniva Berlusconi e nei momenti di emergenza era la banca a foraggiare il senatore, permettendo aperture di credito senza garanzie, esclusa la villa di Torno ipotecata fino al terzo grado. Così i libri divennero garanzie.

Quando nel febbraio 2010 Dell'Utri chiede l'ennesima proroga al fido per 400mila euro, il cda dell'istituto la concede perché "il senatore è uno dei maggiori collezionisti al mondo (ci viene detto) di libri antichi. La collezione dovrebbe avere un valore di alcuni milioni". E garantiscono: "Il senatore ha intenzione di vendere qualche libro". Lui invece compra. L'ultimo acquisto risale al 29 marzo: 17mila euro per 17 volantini delle Brigate rosse stampati negli anni Settanta. Ma i liquidi nel frattempo erano arrivati dall'amico Silvio che l'8 marzo aveva acquistato la villa sul lago di Como per 20 milioni.

L'amico di Arcore aiuta anche la fondazione di via Senato. Gli sponsor ufficiali sono da sempre quattro: Mediaset, Mondadori, Mediolanum e Publitalia 80. Manca solo il Milan, ma certo, avrà pensato Dell'Utri, una squadra di calcio non può finanziare iniziative culturali. Eppure anche l'esperienza della biblioteca è destinata a finire. Al civico 14 della centralissima via Senato rimarrà l'abitazione di Dell'Utri, che qui vive con i figli Araga e Marco Jacopo Alessandro e la moglie Miranda Ratti.

I 120mila volumi andranno a Segrate, non ci sono più fondi per l'affitto. Silvio ormai ha saldato. L'amico Verdini non ha più una banca e la Procura continua a indagare scoprendo, ad esempio, che il senatore ha 70 conti correnti all'estero. Ma va dato atto a Dell'Utri di essere riuscito a far dire di sé che è un uomo colto. Come scrisse Montanelli: "Dell'Utri è un uomo colto, soprattutto sul fatto".

3- QUESTA MIA POVERA CITTÀ STURM UND 'NDRANGHETA
Umberto Eco per La Repubblica

Sono arrivato a Milano nell'autunno del 1954, conquistato dalla possibilità di andare a teatro quasi ogni sera, e siccome eravamo giovani funzionari televisivi, gli attori e i registi che venivano in Studio 1 ci trovavano sempre i biglietti omaggio. Le
Starlette di allora, annunciatrici, presentatrici, comparse, venivano dopo lo spettacolo con noi, giovanotti squattrinati, e andavamo a ballare al Santa Tecla.

Quelle tra loro che avevano bisogno di denaro facevano, accollatissime, i fotoromanzi o, in camicetta e jeans, apparivano sui muri della città mentre spalmavano il Ducotone. La peccatrice ufficiale del Santa Tecla andava vestita di nero, col trucco chiaro di luna, e si faceva chiamare Olivia l'esistenzialista. Hanno poi sposato tutte impiegati, garagisti, venditori di aspirapolvere.

Andavamo molto al cinema e vedevamo storie che si svolgevano in Sudamerica, dove il criminale passava la frontiera mettendo un biglietto da cinquanta dollari nel passaporto, l'agente incassava e lasciava passare. In quei luoghi regnava, apprendevamo, la corruzione generalizzata.

Beati noi che vivevamo in una città civile, capitale morale d'Italia, dove la criminalità era prevedibile e localizzata, un matto che uccideva a martellate la moglie e i figli dell'amante, poi verso gli anni Sessanta rapinatori quasi professionisti che emulavano i film di gangster, ma alla fine si facevano prendere, come Cavallero; e per il resto piccola malavita da Porta Romana bella, roba da commissario
Nardone. Salivano a Milano migliaia di meridionali, e i Cipputi di allora gli dicevano «Tas ti, brütt terun!», ma giocando insieme a scopone all'osteria, e gli offrivano da bere.

Di quel che accadeva al Sud si sapeva poco, e si guardava a Roma come a una sentina di vizi, coi deputati democristiani che i disegnatori comunisti rappresentavano come "forchettoni", e le follie della dolce vita. Ma il mondo dell'imprenditoria milanese viveva corazzato nelle proprie impenetrabili fortezze, i banchieri si chiamavano Cuccia o addirittura Leo Valiani, o Mattioli che a quanto mi risulta non aveva una barca ma finanziava i classici della letteratura italiana delle edizioni Ricciardi.

Gli artisti passavano le sere al bar Giamaica, e mangiavano per pochi soldi alla
table d'hôte delle sorelle Pirovini, gli scrittori conducevano vita morigerata come Montale chiuso in un ufficetto del Corriere della Sera. In televisione apparivano le prime ballerine in calze nere, ma negli studi di Corso Sempione si allestivano per i programmi di prima serata Shakespeare, Pirandello o, al peggio, Rosso di San Secondo; il giovedì sera i cinematografi sospendevano la proiezione, mettevano un televisore sotto lo schermo, e tutti seguivano con orgasmo massmediatico "Lascia o raddoppia?"; la satira politica era sommessa, ma Tognazzi e Vianello avevano osato imitare il presidente Gronchi che era caduto da una sedia alla Scala (Tognazzi cadeva e Vianello gli chiedeva: «Ma chi ti credi di essere?»). Era scoppiato uno scandalo nazionale, ma insomma. Andava in onda "Tribuna Politica", dove giornalisti e parlamentari parlavano uno alla volta.

Ogni sera si poteva trovare un dibattito o alla Casa della Cultura, o al Circolo Turati o, poi, a quello di Via De Amicis, ma anche dai gesuiti del San Fedele. Dal centro di fonologia musicale di Corso Sempione si diffondevano le nuove esperienze di musica elettronica e, sia pure tra qualche fischio, alla Scala apparivano Schoenberg, Webern e poi Luciano Berio.

Era Milano centro di cultura, sede delle grandi case editrici, ombelico del mondo produttivo. Era una città bianca che non prendeva ordini neppure dal Vaticano e faceva il carnevale in una data tutta sua, ma poteva mandare al governo della città i socialisti storici.

Milano ha cominciato a mutare volto col Sessantotto, e poi con la città che si svuotava a sera nel periodo del terrorismo, ma questo non metteva in questione la tenuta dei partiti e dello Stato. E la vita era ripresa negli anni Ottanta con qualche cedimento a un "edonismo reaganiano" e con quella che solo dopo sarebbe stata chiamata la "Milano da bere".

All'inizio degli anni Novanta si era scoperto che nella capitale morale si era sviluppata una politica fatta di bustarelle e tangenti, ma anche allora si pensava che i corrotti - e in grandissima parte era vero - praticassero la corruzione non per arricchire se stessi bensì per foraggiare la propria parte politica.

Il male però si era diffuso e si è avvertito in quei decenni un calo dell'attività culturale, nel senso che scomparivano i centri di discussione e di dibattito. Milano sonnecchiava. Ricordo che durante l'amministrazione leghista di Formentini si era tentato un rilancio della gloriosa Triennale (uno dei vanti della città), ma da una riunione a cui aveva partecipato tutto il mondo culturale milanese erano rimasti assenti e il sindaco e l'assessore alla cultura (anche se bisogna ammettere che il rilancio della Triennale è poi avvenuto a opera delle successive amministrazioni di centro destra).

Eppure l'idea di una Milano come sorgente di innovazione aveva convinto molte persone rispettabili che persino la discesa in campo di Berlusconi fosse un tentativo di introdurre nell'agone politico, agonizzante dopo Mani Pulite, il mondo sano dell'imprenditoria. Illusione durata pochissimo, ma anche questa illusione aveva testimoniato del mito di una Milano sana contro la capitale corrotta che infettava la nazione.

Anche i più ingenui si sono poi accorti che una nuova forza che si basava sul conflitto d'interessi, e quindi sulla difesa dell'interesse privato, non poteva essere che fonte di successiva corruzione - e i meno ingenui hanno avvertito che si apriva per loro l'epoca di una Italia da bere.

Così è accaduto quello a cui stiamo assistendo, scandalo dopo scandalo, con la scoperta che Milano era sorella di Roma nell'introdurre nel gioco uomini che si davano alla politica nel solo intento di arricchirsi personalmente. Ma ancora lì, per molto, si pensava che Milano non fosse tuttavia Palermo, era forse diventata una
città di disonesti ma non di mafiosi.

Ed ora eccoci al rendimento dei conti: non solo la politica milanese si trova compromessa con la 'ndrangheta ma addirittura ormai appare che non è la politica a usare la 'ndrangheta bensì la 'ndrangheta a usare la politica, che prende ordini dai suoi sgherri, piange e si umilia di fronte alle loro minacce, ha creduto di emulare politici romani che sapevano sfruttare la mafia, ma di quelli non avevano l'astuzia e il pelo sullo stomaco. Milano che non voleva prendere ordini da Roma ladrona
e disprezzava il meridione, si è ridotta a prendere ordini dal peggio del profondo Sud.

Come se ne esce, come purificare una città in cui il potere criminale, quasi indistinguibile da certe frange del potere politico, è imprendibile, non facilmente identificabile e nessun commissario Nardone è in grado di spezzare una orrenda catena di complicità? Siamo entrati nella fase sudamericana della Lombardia di Berchet, Cattaneo, Manzoni? E ci rendiamo conto che tutto questo produrrà disaffezione per la politica, astensionismo e quindi dittatura di coloro che l'hanno provocato?

Una delle domande che circolano in questi giorni è: "Che cosa possono fare gli onesti?". Dico subito che la nozione di "onesti" mi pare inapplicabile, visto che i ladri non hanno più il ghigno riconoscibile di Cavallero ma siedono accanto a noi al ristorante, vestiti da persone per bene. Di qui il senso di disorientamento che coglie moltissimi. Non è come in quei casi di rapina, stupro, malavita notturna che puoi (sia pure per decisione criticabilissima) costituire pattuglie di vigilantes. Non sai dove colpire e da chi guardarti.

Non credo si possano costituire gruppi di cittadini obbedienti alle leggi che in qualche modo, con attività culturali, appelli morali, nuovi impegni politici, possano fare un proselitismo che quasi suona a ideale deamicisiano. Viene da pensare a quel romanzo ingiustamente dimenticato di Giovanni Mosca, "La lega degli onesti", dove alla fine i presunti onesti, definendosi come tali, diventano peggio dei disonesti.

Sto pensando - come ultima spiaggia - a una serie di reazioni individuali, al richiamo certamente moralistico a una vita proba e riservata. Non sappiamo ormai chi siano gli onesti, che vediamo persino andare a messa, ma ciascuno può sapere con certezza se paga le tasse, non ha mai dato o ricevuto bustarelle, e fa il suo mestiere come si deve. E allora bisogna essere astuti come colombe, vivere una vita più ritirata e isolare in qualche modo coloro di cui sospettiamo.

Ci invitano a una cena che si annuncia fastosa? Ci propongono una vacanza in barca? Non ci si va. Notiamo facce nuove nel circolo che frequentavamo? Si danno le dimissioni. Ci invitano all'inaugurazione di un ente benefico? Se proprio non siamo sicuri di che si tratti, ci si defila. Non c'è niente di male se qualcuno si concede una dozzina di ostriche, ma è sospetto che le offra anche a noi e a molti altri, gratis.

Riduciamo le nostre frequentazioni, stabiliamo - se tutti parteciperanno a questo richiamo ascetico - una sorta di mobbing nei confronti di tutti coloro che ci paiono spendere con troppa disinvoltura o cambiano macchina con troppa frequenza, anche se il nostro sospetto può essere ingiusto.

Secondo Wikipedia il mobbing è "un insieme di comportamenti violenti (abusi psicologici, angherie, vessazioni, dimensionamento, emarginazione, umiliazioni, maldicenze, ostracizzazione, etc.) perpetrati da parte di uno o più individui nei confronti di un altro individuo, prolungato nel tempo e lesivo della dignità personale e professionale nonché della salute psicofisica dello stesso". Troppo. Si può esercitare il mobbing senza mettere in opera comportamenti violenti, abusi psicologici o maldicenze: basta attuare forme di emarginazione.

Fare mobbing si può ridurre a dire "io con te non ci parlo", e lo si può dire anche stando zitti. Si potrebbe arrivare, a lungo andare, alla manifestazione evidente del comportamento di una parte della popolazione che non accetta più certe frequenze, che si sottrae con noncuranza all'interessamento spesso affettuoso di chi ci vorrebbe a copertura della propria vita pubblica e privata. Fare il deserto intorno ad alcuni.

E attenersi in ogni circostanza al detto aureo che mi comunicava mio padre: «Se qualcuno vuole darmi qualcosa che non mi pare aver meritato, tanto per cominciare io chiamo i carabinieri».

 

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