L’ARMA SEGRETA DI CULATELLO? IL CACCIAVITE DI PRODI! - BERSANI IN TOSCANA SI RIVOLGE AI “CARI COMPAGNI”: “È FINITA L’EPOCA DI CHI RISOLVE I PROBLEMI CON IL MARTELLO, OGGI BISOGNA SAPERE UTILIZZARE IL CACCIAVITE” - NON NOMINA MAI MATTEUCCIO, TRANNE QUANDO GLI CHIEDONO COSA LO DISTINGUE DAL ROTTAMATORE: “LO STILE, E COME CI INSEGNANO I VECCHI SAGGI LO STILE È L’UOMO, E IO SU QUESTO MI SENTO LONTANO DA RENZI…”

Claudio Cerasa per il Foglio

Tre invece che due: e se la differenza tra Bersani e Renzi fosse tutta qui?Arrivati a meta pomeriggio, dopo una lunga mattinata trascorsa in mezzo a operai, manager, produttori, impiegati, sindacalisti e imprenditori a stringere molte mani, a firmare diversi autografi, a visitare officine e a curiosare tra le mense di alcune famose fabbriche fiorentine, Pier Luigi Bersani si presenta nel distretto industriale di Prato, esce da una vecchia Bmw grigio metallizzato, arriva di fronte al civico numero nove di via Toscana, fa due passi in mezzo a una fitta folla di simpatizzanti, accarezza una bandiera del Partito democratico, abbraccia alcuni vecchi compagni, si prende alcuni baci sulla guancia, riceve alcune vigorose pacche sulle spalle, poi si fa largo dentro un immenso capannone bianco e dopo un paio di scatti offerti ai fotografi accanto ad alcuni modernissimi e giganteschi sistemi di filatura tessile sale su un piccolo palco montato al centro della fabbrica, ringrazia tutti, impugna il microfono, prende fiato, fa una breve introduzione e finalmente si lascia andare.

"Abbiamo vinto, sì: è un giorno storico, siamo sempre più forti, le primarie ci fanno bene, stiamo continuando a crescere e se facciamo le cose come dobbiamo farle, e se la smettiamo per esempio di farci del male facendoci ogni giorno le analisi del sangue su quanto siano montiani, guardate che qui non c'ammazza più nessuno".

Sono le sedici e trenta, siamo a Prato, è lunedì pomeriggio e Pier Luigi Bersani è soddisfatto. Il segretario del Pd ha appena ricevuto da Roma i risultati quasi definitivi delle elezioni siciliane e senza stare a badare troppo ai dettagli delle consultazioni fissa i trecento operai riuniti nel salone principale della Bardazzi e continua a ripeterlo. "E' un giorno storico, ce l'abbiamo fatta e ora dobbiamo andare avanti. Ma sappiate, cari compagni e cari amici, che per andare avanti bisogna ripartire da qui".

Da "qui", già. Comincia proprio da "qui" il primo giorno di tour elettorale del segretario del Partito democratico e comincia proprio da un comizio in un'industria, da un incontro con un operaio, da un colloquio con un impiegato, da una visita a una fabbrica, da un piatto di lenticchie in una mensa e da un universo simbolico che il leader del Pd ha scelto come metafora ideale per raffigurare lo spirito della sua campagna elettorale e per spiegare le differenze tra la propria corsa alle primarie e quella del sindaco di Firenze.

La differenza tra "qui" e "là". Dove "là" sta per le convention, i riflettori, i grafici, le slide, la finanza, le Cayman, il leaderismo, i teatri, i comizi, i video, i format, i camper, lo show, i gadget, le ricette, i decaloghi e i fuochi d'artificio. E dove "qui" sta invece per il sudore, le tute, le mense, il cartellino, l'operaio, il salario, il lavoro, la fatica, la fame, gli ingranaggi, i compressori, le macchine, la produzione, i capannoni e il rumore delle turbine. Di là, insomma, il grande spettacolo. Di qua, invece, il paese vero. Di là, insomma, Matteo Renzi. Di qua, per capirci, Pier Luigi Bersani.

Ecco. Abbiamo seguìto per un giorno intero il segretario del Partito democratico e lo abbiamo pedinato durante il tour organizzato in Toscana (il primo dopo il comizio di qualche settimana fa alla pompa di benzina di Bettola) per provare a capire qualcosa di più sul senso più profondo della sua corsa alle primarie.

La giornata di Bersani comincia alle dodici e dieci minuti a Firenze con una rapida visita a un'importante azienda del gruppo Finmeccanica, la Selex. Il segretario del Partito democratico trascorre un'oretta e mezza nell'impianto, visita alcuni laboratori, discute con il management, si confronta con i sindacati, prende un boccone in mensa, saluta alcuni impiegati e poi intorno alle quattordici si sposta con il suo staff qualche metro più a sud della città per incontrare alcuni operai nella sala conferenze di una delle aziende più famose del capoluogo fiorentino, il Nuovo Pignone.

Bersani qui si trattiene qualche minuto in più, scambia alcune chiacchiere con i capi dell'azienda, parla a braccio di fronte a circa duecento curiosi, spiega le sue idee sulle politiche del lavoro, difende l'appoggio del Pd al governo Monti, promette maggiore attenzione al mondo degli operai, eccita la folla garantendo nel futuro non fuochi d'artificio ma più diritti, più uguaglianza e più sobrietà e di fronte ai massimi vertici del Pd toscano (Enrico Rossi, presidente della regione; Andrea Manciulli, segretario regionale; Patrizio Mecacci, segretario metropolitano del Pd) inizia a lanciare le prime frecciate di giornata al suo giovane sfidante.

Bersani, forse un po' veltronianamente, ha scelto di non citare durante la sua campagna il nome "Matteo Renzi" ma nonostante ciò i riferimenti al sindaco sono chiari. Eccome se lo sono. E' Renzi che deve ricordare che "senza radici foglie non ne vengono". E' Renzi che deve ricordare che è una stupidaggine "credere che possa funzionare ancora l'idea dell'uomo solo al comando".

E' Renzi che deve imparare a capire che "non si può essere a favore di una finanza che si arricchisce da sola senza contribuire allo sviluppo del paese". E' Renzi che non può non comprendere come sia sciocco "chiedere di farsi da parte alle persone che hanno una grande esperienza nella politica".

E' Renzi che deve rendersi conto che "il dibattito su ciò che è nuovo e ciò che è vecchio è un dibattito che non ha senso". Ed è infine Renzi che deve cogliere che oggi "non si possono contrabbandare politiche sentite e risentite negli anni Ottanta che non solo sono antiche ma che hanno persino contribuito a portarci nella situazione in cui siamo oggi".

Sono le quindici e trenta, Bersani conclude il suo comizio al Pignone, poi si offre nuovamente ai fotografi, risponde ad alcune domande dei giornalisti, firma altri autografi, scambia alcune battute con un gruppo di sindacalisti della Fiom, poi si infila per alcuni minuti con Enrico Rossi e Miguel Gotor (spin doctor e super consigliere) lungo i corridoi dell'azienda e alle quindici e cinquanta è di nuovo in macchina pronto per l'incontro con gli operai di Prato.

A Prato, Bersani arriva galvanizzato per i risultati siciliani e intrattiene i suoi sostenitori per una buona mezzora. Il segretario del Pd parla sempre con tono basso e misurato e a differenza del sindaco di Firenze non ha una scenografia o un format da seguire ma parla a braccio, senza video, senza slide, senza filmati e rivolgendosi con la voce calma di chi punta a rassicurare prima ancora che a stupire e meravigliare a un popolo preciso con cui ha una certa confidenza e una certa dimestichezza; e con cui sa che bastano poche parole - lavoro, diritti, uguaglianza - per dire compagni siamo noi, ci siamo capiti, potete fidarvi di me.

A Prato si parla anche di Sicilia, naturalmente, ma il succo del discorso di Bersani (di questo e di tutti gli altri) punta ad altro e punta soprattutto a tranquillizzare il suo popolo su quello che è il vero cuore della campagna del segretario: il lavoro, il lavoro, il lavoro, il lavoro, il lavoro, il lavoro. Al momento, su questi temi Bersani ha scelto di non scendere nei particolari della sua proposta e, almeno in questa fase della sua campagna, ha deciso di offrire alle sue platee alcuni ragionamenti più che delle ricette precise. Il senso dell'offerta però è chiaro e Bersani in buona sostanza promette che se verrà scelto alle primarie e se verrà poi scelto anche per guidare il paese concentrerà la sua attenzione su un doppio fronte: quello italiano e quello europeo.

Sul fronte italiano Bersani riacciuffa il vecchio cavallo di battaglia (non fortunatissimo) dell'ultima campagna elettorale prodiana e non c'è comizio in cui non assicuri che il centrosinistra, una volta al governo, abbasserà le tasse sul lavoro e agirà sul famoso cuneo fiscale. Sul fronte europeo, invece, il segretario sostiene di essere pronto a cedere parte della sovranità dei bilanci del nostro paese all'Europa ma in cambio Bersani dice di non essere più disponibile ad accettare un'Unione europea così assonnata e tragicamente inconcludente sul mercato del lavoro.

Ed è più o meno questo quello che intende il segretario quando durante i comizi, durante le discussioni, durante le interviste utilizza frasi come "prima di tutto il lavoro", "bisogna ripensare il lavoro", "dobbiamo ripartire dal lavoro", "non possiamo governare senza badare al lavoro".

Alle diciassette e trenta Bersani saluta i suoi simpatizzanti, attraversa tutta la fabbrica, concede altre brevi interviste, poi monta sulla Bmw e parte verso Arezzo dove intorno alle diciotto e trenta è atteso sul palco di piazza Risorgimento per il comizio più importante della giornata. A trenta chilometri da Arezzo la macchina di Bersani si ferma in un'area di servizio e il cronista, a quel punto, prova a inseguire il segretario per fargli qualche domanda.

Bersani sale le scale dell'Autogrill ("il Chianti") seguìto da Mecacci, da Manciulli, da due uomini della scorta e da una addetta stampa (Chiara Muzzi), ordina una piccola chiara alla spina al bancone e mentre il cronista addenta una rustichella si avvicina a Bersani con alcune domande. Il segretario in mattinata, come detto, ha ironizzato molto sui continui esami del sangue chiesti ai dirigenti del suo partito sul tema "ehi tu ma quanto sei montiano da uno a dieci?", e il cronista cerca di avere una risposta definitiva sull'argomento dal leader del Pd. Bersani beve un sorso di birra e prova a spiegarsi, una volta per tutte.

"E' passato quasi un anno dalla scelta che ha fatto il Pd di appoggiare un governo tecnico e io, sinceramente, sono orgoglioso di aver contribuito con il Partito democratico alla nascita di questo esecutivo. Ci sono alcune cose che non condivido dell'approccio di Monti e non è un mistero che sulle tematiche del lavoro se io fossi stato al governo mi sarei comportato diversamente, e non avrei mai creato un pasticcio come quello degli esodati.

Detto questo però sono convinto che se il nostro paese non avesse avuto uno come Monti a rimettere a posto le macerie lasciateci in eredità da chi ha governato negli ultimi dieci anni l'Italia, ci saremmo imbarcati tutti da chissà quanto tempo a Brindisi per raggiungere i nostri amici greci. Ecco, lo voglio dire chiaramente: Monti tutto quello che poteva fare lo ha fatto e lo sta facendo e noi che siamo persone serie lo appoggeremo fino alla fine della legislatura e dopo di che proveremo a migliorare la sua agenda inserendo, come detto, più lavoro, più diritti e più equità. Questo è quello che penso di Monti, il resto sono solo chiacchiere".

Completate le analisi del sangue sul montismo, il cronista chiede al segretario quali sono le prime cose che farebbe Bersani se fosse a capo del governo. Bersani tira giù un altro sorso di birra e risponde con una mezza risposta. "La prima cosa che farei è una legge che permetta a chi è nato in Italia di essere italiano. Sull'economia invece non mi sentirete mai dare una ‘ricetta per salvare il paese'. Non è il momento.

Adesso invece è il momento di spiegare che noi, a differenza di altri, non vogliamo illudere nessuno di avere la bacchetta magica ma vogliamo semplicemente dimostrare di voler cambiare registro e impostazione. In che senso? Nel senso che per noi è importante costruire un nuovo approccio nelle politiche del nostro paese; e insomma per capirci la priorità per noi è rilanciare una politica industriale rivoluzionaria. Una politica in cui i protagonisti vogliamo che siano anche quei corpi intermedi che questo governo invece non sembra amare fino in fondo".

E Renzi? Durante tutta la giornata Bersani è stato attento a non citare il sindaco di Firenze ma a domanda diretta il leader del Pd ammette che c'è una cosa sulla quale si sente distante dal Rottamatore. Una in particolare. "Lo stile - dice Bersani muovendo il bicchiere di birra sul bancone come per volerlo fare quasi ossigenare - e come ci insegnano i vecchi saggi ‘lo stile è l'uomo', e io su questo mi sento lontano da Renzi".

Bersani beve l'ultimo sorso di birra, paga il conto, si avvicina all'uscita, accende al buio e quasi scottandosi un sigaro di fronte all'ingresso dell'Autogrill e mentre poggia sulle spalle un lungo cappotto nero ascolta l'ultima domanda. La domanda è semplice e Bersani prova a rispondere con un ragionamento articolato.

Insomma, caro Bersani: lei che potrebbe essere il primo postcomunista eletto a Palazzo Chigi ci vuole dire in che cosa non si sente più comunista? Bersani fa un sorriso, poggia il sigaro tra le labbra, fa una pausa di una decina di secondi e poi, volando molto alto, la mette così.

"Non so come dire, ma per me il discorso è elementare e quando penso a una ragione per cui non mi sento più comunista penso a questo. Penso che per me essere di sinistra significa andare oltre il costruttivismo del Pci. Penso che per me essere di sinistra e non più comunista significa non avere un'ideologia al servizio di una visione. Penso che per me essere di sinistra e non più comunista significa che non esistono tracciati già costruiti e che non esistono idee che vengono prima delle realtà.

Ecco. Per me non essere più comunista significa questo. Significa che la politica deve avere delle regole e delle idee non astratte e non teoriche ma aderenti alla realtà. Ci sono dei problemi e poi si agisce. E non si agisce perché c'è un libro mastro che ti dice di fare in quel modo. Io la penso così, e se uno non capisce questo non può capire neppure perché oggi a differenza di ieri la parola ‘liberalizzazioni', per esempio, è diventata davvero una roba di sinistra".

Sono le diciotto e dieci, il tempo è scaduto e Bersani rimonta in macchina. Quindici minuti e il segretario e la sua squadra arrivano ad Arezzo, in piazza Risorgimento, dove ad aspettare il candidato ci sono circa mille persone. La piazza è piena, c'è molto freddo, molto entusiasmo, molti colpi di tosse, molti capelli bianchi, molti baveri rialzati, molti compagni, molti volontari che distribuiscono gli opuscoli di Bersani con le dieci idee per cambiare l'Italia (opuscoli di dodici pagine colorati di rosso, di bianco e di verde con molti link ai siti del segretario ma nessun simbolo del Pd), una giovane ragazza di colore sul palco che domanda a Bersani perché pur essendo italiana non è ancora italiana e un giovane del comitato aretino che chiede a Bersani di non fare scherzi e non lasciare il centrosinistra "nelle mani di chi sappiamo".

Bersani comincia a parlare, promette al suo popolo "un partito del nuovo secolo", dice di non voler cambiare la riforma Fornero ma di voler risolvere il problema degli esodati, promette di mettere al centro della sua campagna elettorale "lenzuolate di democrazia, di onestà e di sobrietà", difende ancora Monti, dice che le tasse che ci sono piovute sul collo sono un'eredità di Berlusconi e di Tremonti e non di questo governo, si lancia in alcune metafore delle sue ("perché è finita l'epoca di chi risolve i problemi con il martello, oggi bisogna sapere utilizzare il cacciavite"), cita molto la storia del padre benzinaio e racconta cosa significava ai suoi tempi la parola "lavoro".

Sono le diciannove e quaranta e Bersani finisce di parlare. Alcune persone si tuffano sul palco per stringere la mano al segretario. Bersani sorride, invita i ragazzi a posare con lui e si offre per alcuni minuti ai fotografi. Solo alcuni istanti, il tempo di un ultimo saluto ad Arezzo e poi via al ristorante con i compagni Manciulli e Mecacci.

Il palco rimane vuoto e al centro di tutto resta il solito sfondo rosso che accompagna i comizi di Bersani. Uno sfondo rosso con al centro un logo di due righe con su scritto "Bersani" e "2013". Un logo semplice, ma diverso da quello di Renzi: "Matteo 2012". Un numero di differenza, già. Ma un numero simbolicamente significativo che porta con sé un messaggio elementare. Duemiladodici contro duemilatredici. Come per voler dire che "Adesso" c'è Renzi, sì. Ma dopo di che tranquilli compagni: domani ci sarà Bersani.

 

PIERLUIGI BERSANI E MATTEO RENZI BERSANI RENZIRENZI-BERSANIPIERLUIGI BERSANI SORSEGGIA UNA BIRRA IN AUTOGRILLVIGNETTA BENNY DA LIBERO - BERSANI COLPITO DALL'INCUDINE RENZIBersani con i giovaniBersaniRENZI E BERSANI sagomejpeg jpegRENZI AL CONSOLATO ITALIANO A BOSTON MATTEO RENZIRENZI MATTEO RENZI ALLE SFILATE MATTEO RENZI E GIORGIO ARMANI BERSANI E DALEMA SBIRCIATINA ALLUNITA bersani grillo BERSANI E LA BIRRA Bersani PIERLUIGI BERSANI

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