GHEZZI AMARI - “CHI È IL VERO PADRE DI ‘’BLOB’’? A 25 ANNI DAL DEBUTTO, IL PARA-GURU SI ARRAMPICA SUGLI SPECCHI: “DETTO CHE TROVO CREATIVITÀ UNA DEFINIZIONE ORRENDA. NON È MAI STATO IMPORTANTE CHI FACESSE COSA…”

Malcom Pagani per "il Fatto Quotidiano"

Con la stessa distanza "anacronistica tra il dire e il detto" che gli imputava Aldo Grasso, per Enrico Ghezzi diventa voce fuori sincrono e manifesto esistenziale anche l'appuntamento. Tra sms che somigliano a rinunzie: "Quando si era detto come ultima ora buona domani pomeriggio per vederci?" e comunicazioni incerte come una previsione di Bernacca: "Saltata una coincidenza acquea per maltempo, trovato ora posti in Frecciarossa senza posto, arrivo alla stazione all'una e dieci", il rendez-vous con il critico è un fortunato incrocio cromatico al binario nove e tre quarti.

Roma è tutta un bianco e nero di tonache, pellegrini e canoni estetici da rispettare in vista della santificazione di Karol Wojtyla e anche Ghezzi, grazie a dio, non deroga alla regola. Lo riconosci tra i pretini che scendono dal regionale che arranca da Latina. Indossa una giacca di velluto fuori stagione e porta a tracolla borse gonfie di giornali e figli occhialuti che a dispetto del nome da combattenti, Adelchi, duellano ad armi pari con una lattina di aranciata.

Ghezzi preferisce il chinotto: "In Liguria ho ritrovato anche il Lurisia", ricorda l'epoca in cui ci si poteva perdere tra spume meno procellose delle schegge televisive e siede al tavolo di un ristorante di ascendenza messinese in cui ignorando gli anatemi semantici di Nanni Moretti: "Le parole sono importanti", in un empito suggeritorio, definisce "curiose" persino le braciole sul menu. Sul piatto, 25 anni di Blob. La celebrazione che mentre esalta, ricorda, rimpiange e quindi seppellisce. Lo inventarono due antichi amici che agitavano le notte universitarie genovesi. Con Ghezzi, c'era Marco Giusti.

I due non si parlano dal '96. Ghezzi scrisse lettere che Giusti conservò, considerandole violente scene da un matrimonio andato a male. "Sono felice che non le abbia buttate" dice Ghezzi, sostenendo di non voler parlare di contenuto e primogeniture su un programma arrivato al quarto di secolo.

I venticinque anni di Blob sono un vaso di Pandora che frantuma appartenenze e identità. Nelle schegge dell'archeotelevisione non c'è memoria condivisa anche se, giura Ghezzi: "Non è vero che i miei amici, come insinua Giusti evocando una sorta di maledizione, si siano allontanati inesorabilmente da me".

Sul tema il critico cinematografico di Manifesto e Dagospia non dubita.
Sto cercando di capire a chi si riferisca, ma non trovo nomi, volti e spalle girate al mio passaggio. L'amicizia è importante. È un valore meno fragile dell'amore perché non ha bisogno di continue conferme né di consuetudini. Se si rompe, significa che non esisteva neanche prima.

Giusti dice anche altro. Sostiene che lei abbia montato pochissime puntate di Blob e che la sua parabola dimostri una sconfortante mancanza di creatività.
Detto che trovo creatività una definizione orrenda, non ho mai pensato a Blob in questi termini. Non è mai stato importante chi facesse cosa. In quelle stanze non poteva non venirti in mente che stavi lavorando a un'idea rubata da altri. A una rielaborazione stratificata in cui l'invenzione era trapassata da milioni di teste, impulsi, suggestioni.

Quindi non ci dirà se Blob era veramente suo o di altri?
La questione, la paternità di Blob, mi genera una certa tristezza vagamente retrò. La condizione di vita più tremenda è l'invidia. Si vive male. Poi in televisione non si inventa nulla. È una legge. Non esiste mai una prima volta in tv.

Lei pensa di aver inventato qualcosa?
La Tv è una grande enciclopedia in cui puoi trovare di tutto. L'alto e il basso. Lo sprofondo e il sublime. Un'arca massacrante in cui ti puoi anche divertire a patto di essere dotato di cinismo estremo. In tv l'unico modo di essere estrosi è aiutare quelli provvisti di talento a tirarlo fuori. Altro non c'è.

Se non ha inventato nulla, ma c'è chi le riconosce un piedistallo da Archimede, come definirebbe il suo percorso?
Mi hanno chiesto di autodefinirmi e ho coniato una formula, magari banale, nella quale mi ritrovo.

Ce la dice?
Ri-autore. Uno capace di giocare con l'archivio, ridargli forma, linfa, nuova vita. La tv per me ha rappresentato un gioco che è durato tantissimo. Forse troppo. Ma in assoluto non credo di aver fatto nulla di speciale. In televisione, come al cinema, siamo tutti spettatori. La colpa non è quella. È fingere di non esserlo. Nei corridoi della Rai è pieno di persone simpatiche che si travestono da demiurghi. Autori senza i quali uno speciale sulla canzone napoletana o sulla Lanterna di Genova, per loro stessa pretesa, non si potrebbero neanche immaginare. Quante volte ho sentito dire: "Questo posso farlo solo io".

E non è vero?
Neanche un po'. Ma intendiamoci, non cerco scuse, io sono anche peggio.

Per Aldo Grasso, lei e Marzullo eravate i "Gemelli diversi" della tv italiana: "Così dissimili nella forma, ma così identici nella sostanza. Non si capisce mai cosa dicano".
Me lo ricordo, ma le dico la verità, non mi sono mai arrabbiato. Non ho mai reagito. A Grasso, forse, ho spedito due laconiche righe molti anni fa.

Il critico del Corriere le addebitava anche un certo ego: "Ha un narcisismo senza inibizioni".
Ammetto la vanità. Non nego di essere molto narcisistico e vano. Un peccato capitale che dovrebbe essere riconosciuto da tutti, anche da chi si guarda allo specchio e dice che è accaduto per caso. Non c'è mai il caso. C'è il volersi vedere che è sempre un'altra cosa.

Ammettere la vanità è una forma di snobismo?
Non direi. La vanità è la vanità. Nello snobismo non mi applico.

Con Blob avete giocato pesante. Politica. Contaminazioni. Guerra. Risse finte. Schiaffi veri. Sull'alterco D'Agostino-Sgarbi ballaste per settimane.
La scena dava, come nessuna, il tono di un'epoca televisiva, ma paradossalmente non era così intensa. Di intenso c'erano solo il momento acquatico e la reazione.

Sul trespolo, alle spalle di Giuliano Ferrara, Corrado Guzzanti recitava da finto Sgarbi. Il programma si intitolava L'istruttoria.
Corrado è un genio senza pari. Imitò fedelmente e a lungo anche me. Mi divertii moltissimo. A me L'istruttoria piaceva. Anzi, mi piaceva Ferrara. E anche se lo conosco superficialmente, mi piace ancora. Ha esibito la sua intelligenza in maniera evidente. Ha rischiato più di tanti altri. Non ha avuto paura di dimostrarsi instabile. Qualcuno dice che si sia venduto. Se è vero, si è venduto con gusto e passione per la teatralità.

C'era teatro anche nel dietro le quinte di Blob?
Il teatro dell'assurdo. Era molto più ampia la quota di chi invece di temere la gogna, voleva apparire a ogni costo. Telefonavano in tanti per autosegnalarsi: "Avete visto quella gaffe che ho fatto l'altroieri?". I conduttori, viziati, avevano preso a celiare in diretta: "Adesso finiremo su Blob". Per qualche tempo il microcosmo televisivo covò un sottocodice che si riferiva a Blob e soltanto a Blob. Il pubblico ci proiettava addosso un'onnipotenza assoluta, ci avvertiva come un'emanazione orwelliana, pensava che controllassimo ogni singolo secondo di televisione e quando scopriva che così non era, ci rimaneva male: "Ma quindi voi non vedete proprio tutto tutto?".

Alcune persone non concessero il diritto d'immagine.
Adriano Celentano, Nanni Moretti, De Gregori, Benigni e naturalmente il Papa, più per un eccesso di realismo che per una vera e propria richiesta esplicita dal Vaticano. I confini del lecito erano necessariamente incerti. La mano di Wojtyla che trema con l'ostia tra le dita era più di un'immagine. Era un segno culturale. Qualcosa che a livello inconscio si agitava dentro ognuno di noi, ben prima che apparisse in tv. Comunque, forse lo canonizzeremo anche noi, il vecchio Papa. Prepariamo una puntata di Blob difficilissima, forse in diretta, per il 6 giugno.

Lei è in Rai da 35 anni.
Vinsi il concorso per programmista regista, l'ultimo vero concorsone a sfondo regionale della Rai, nel '78, a Genova. Oreste De Fornari mi segnalò un bando su una rivista. Mancavano due giorni alla chiusura delle iscrizioni. Mi tuffai nell'ipotesi. Superai lo scritto e poi l'orale. Un mezzo miracolo.

Ricordi genovesi?
Era una città in cui l'idea dello scontro duro e della radicalità era nell'aria ogni giorno. Un luogo in cui l'attacco al cuore dello Stato godeva di inattese simpatie. Poi rapirono Moro e cambiò tutto. Uno dei tre temi proposti allo scritto del concorso Rai, non a caso, chiedeva al candidato di raccontare come avrebbe affrontato, raccontato e filmato un eclatante fatto di cronaca che prevedesse il decesso improvviso di un importante uomo politico.

Se pensa al miglior film su quegli anni immagina il Bellocchio impegnato sulla figura di Aldo Moro?
No, al Bertolucci di La tragedia di un uomo ridicolo. Anche lì c'è un sequestro, ma a differenza di Buongiorno notte, titolo magnifico, il film di Bernardo era un capolavoro. Bellocchio è uno straordinario regista istintivo, ma tra sceneggiatura e realizzazione, purtroppo, a volte risulta un po' programmatico.

La politica l'ha sempre interessata. Qualcuno le rimprovera un libro scritto su Massimo D'Alema con il consenso di Massimo D'Alema.
Si intitolava Parole a vista e a distanza di 15 anni, non c'è una sola pagina che rinneghi o di cui mi vergogni. Fu un'operazione coraggiosa.

Ghezzi sale sul cavallo di D'Alema, dissero.
Me lo ricordo. L'ipotesi che fossi salito sul carro di D'Alema, all'inizio, mi fece sorridere. Poi a un tratto non mi divertì più. Non sono mai salito sul carro di nessuno in vita mia né di D'Alema, né tantomeno, come pure scrissero, di Elisabetta Sgarbi. Non so cosa significhi. Non ne sarei capace. All'epoca di Parole a vista di tanto in tanto incontravo un toscano o un sardo che senza aver letto il libro mi accusavano delle peggiori nefandezze: "Ti sei messo al rimorchio del potere", "reggi il microfono del sovrano", cose così. Era assurdo. Di D'Alema ero stato sempre fiero antagonista. Aveva tre anni in più e aveva studiato nel mio stesso Liceo di Genova, al Do-ria. Non era un personaggio da Blob, tutt'altro. Però l'altezzosità retorica e un certo sagace dispendio di intelligenza che poi, va detto, non ha lasciato traccia, mi incuriosiva.

Renzi la incuriosisce? Riuscirà a scardinare un sistema già invecchiato in maniera irreversibile nell'immaginario collettivo?
In un certo senso l'ha già fatto e non poteva fare molto di più. Non era affatto scontato né automatico che ce la facesse ad arrivare al governo e infatti, osservandolo, riprende pigolo la mania dietrologica degli italiani: "Se è lì, così giovane, l'avrà senz'altro voluto qualcuno che non sappiamo chi sia".

E lei si accoda?
No. E quando tende la mano a Berlusconi senza ricevere la pubblica fucilazione che toccò proprio a D'Alema, io mi do una spiegazione semplice. Nessuno, a parte se medesimo, considera Renzi un uomo di sinistra. L'idea dell'Italia bipartitica, dei due moloch fotocopia che sventolando un'ideologia distante oscillano dell'un per cento, tengono in scacco il Paese e provano a superarsi di elezione in elezione è tramontata per sempre. In realtà l'aspetto più interessante di Renzi è anche il più inesplorato.

In cosa consiste?
Nell'essere, più di chiunque altro sia apparso finora sulla scena, il rappresentante di una sinistra vecchia. Di un associazionismo che viene da lontano. Di un afrore tipico del mondo Scout. Ero all'Agesci. So di cosa parlo.

Veltroni ha scelto di portare Berlinguer al cinema.
Il film l'ho visto a pezzi e un giudizio non so darlo, ma lavorare sul Berlinguer televisivo è un'idea interessante. L'ex segretario del Pci è stato il più grande retore dell'Italia repubblicana. In ogni sua formula, da austerità progressista a compromesso storico fino a euro comunismo, splendeva un ossimoro. L'avanzare e il retrocedere in uno slogan solo.

Lei salta da un argomento all'altro. Seguire i suoi passi in una conversazione è complicato.
Non si può che divagare. Mi sarebbe piaciuto farlo anche con Fellini. Mi telefonava: "Ma perché non ci vediamo più spesso? Sei un personaggio così strano, mi piacerebbe parlarti, potremmo fare un Petrolini insieme, ti vedo nelle vesti di Pallido Prence".

E lei che rispondeva?
Dipende da te, Federico. Tu sei molto più occupato di me perché non fai nulla".

Registi d'Italia. Lei ha scritto cose feroci su Nanni Moretti.
Ho scritto alcune cose, sì. Scrivere è come leggere. È un flusso che non puoi fermare. Le discussioni con Nanni rimanevano teoriche, in linea di massima sul cinema, anche se una volta, ero ospite di Battiato a Milo, iniziammo una corrispondenza epistolare non serenissima a colpi di fax. Ci siamo trovati spesso di fronte.

Sul fronte Blob?
Anche. Nanni con me si è arrabbiato spesso. Una volta, in occasione di un Blob molto duro sulla strage di Bologna, mi telefonò indignato: "Queste cose infami non si fanno, avete esagerato, siete andati oltre". Si adombrò anche quando rimontammo alcune scene del suo miglior film, Sogni d'o ro , in un apologo onnicomprensivo sul declino degli anni 80. Una montatrice, una mia amica, assemblò in modo troppo verosimile l'opera di Nanni e le nostre successive interpolazioni, e lui mi chiamò seccato. Tempo dopo, mentre riprendevo la sua rassegna estiva tra i gradoni del Nuovo Sacher, alzò un dito dal palco all'aperto e mi fece sequestrare la telecamera.

Ghezzi, lei metterebbe mai la sua malattia in scena come Moretti fece in Caro diario?
Non è un problema che mi pongo. Forse me lo porrò e in ogni caso, potrei benissimo farlo scegliendo io il come e il quando comunicare qualcosa sul mio stato. In assoluto, non mi piace l'idea dell'esternazione. Del portare fuori. Dell'oggettivare uno stato di sofferenza. Forse può aiutare. Essere una cura. Ma è una soluzione che non mi convince. L'episodio della malattia di Nanni in Caro diario, l'ultimo, mi piacque moltissimo. Si sentiva che c'era qualcosa che lo aveva profondamente colpito. Una cosa vera.

Toccando non incidentalmente l'argomento, leilo intervistò anche per la Rai.
Un'intervista che affrontammo come un duello al sole, in stato semi-ipnotico. Nanni mi telefonò: "Mi piacerebbe fare un dialogo in Rai, ma non vorrei si tramutasse una delle solite interviste di Baudo". "Baudo è bravissimo" risposi. Alla fine mi convinse. E ci trovammo in uno studio. A rivedere il filmato sembriamo due ebeti. Io gli parlavo di cinema italiano con puntiglio eccessivo e lui, con il solo ausilio di un bicchiere d'acqua, rispondeva lentissimamente e teneva il punto senza cedere. Angelo Guglielmi adorava quel frammento. In effetti era notevole.

Con Freccero, Guglielmi passa per essere stata l'intelligenza massima degli ultimi trent'anni di tv.
Non dimenticherei Ricci, grande battutista e persona con cui, senza mai spingere le conseguenze fino all'estremo, ho avuto una lunga amicizia a distanza. Guglielmi e Freccero erano entrambi talenti puri. Guglielmi era autocratico, ma ha varato l'ultimo enorme esperimento culturale fatto in tv, con la grandezza di chi sa ascoltare proposte e suggerimenti. Ero sempre dietro la sua porta. Origliavo. Scambiavo informazioni. Partecipavo. Ma l'intelligenza è un marchio che quasi sempre porta all'infamia. È una dota iniqua, l'intelligenza. Un dono per cui non abbiamo alcun merito.

Freccero lo è?
Anche se nei talk show viene interpellato come oroscopista in grado di leggere passato remoto e futuro senza che nessuno gli chieda di decrittare il presente e nonostante il suo saggio sulla televisione soffra di schematismo e non mi abbia convinto, Carlo è e resta un uomo fantasioso. Siamo stati molto amici. Oggi ci vediamo di meno, ma lui è sempre affettuoso perché detesta deludere.

Le è mai capitato di deludere qualcuno?
Ogni giorno. Deludere qualcuno tocca a tutti noi. Domani, insieme a quel viaggio mai concluso sui luoghi de L'avventura di Antonioni con Michele Mancini, scriverò un libro sulle delusioni e sui grandi delusori della nostra età. Non le pare un tema interessante, la delusione?

 

ENRICO GHEZZI BERNARDO BERTOLUCCI GIUSTI E GHEZZIENRICO GHEZZI ELISABETTA SGARBI ENRICO GHEZZI ANTONIO PENNACCHI ghezziENRICO GHEZZI Marco Giusti con la moglie Alessandra Marco Giusti Aldo Grasso ALDO GRASSO CRITICO TV enrico ghezziBLOB-TVrissa-sgarbi-d'agostino.jpgADRIANO CELENTANOnanni moretti e tornato sul set De GregoriRoberto Benigni Angelo Guglielmi stefania orlando e carlo freccero

Ultimi Dagoreport

giorgia meloni ignazio la russa antonio tajani fabio rampelli roberto occhiuto marina berlusconi cirielli

DAGOREPORT – IN QUELLA POLVERIERA CHE E' DIVENTATA L'ARMATA BRANCA-MELONI, LA MICCIA E' COLLEGATA A DUE EVENTI: L’ELEZIONE SUPPLETTIVA IN CALABRIA E IL VOTO A SCRUTINIO SEGRETO ALLA CAMERA SULLA LEGGE ELETTORALE (SPUNTERANNO FRANCO-TIRATORI TRA COLORO CHE SANNO DI NON ESSERE RICANDIDATI NEL 2027? CHE DECIDERANNO LE DONNE DI FORZA ITALIA INVEPERITE PER LA MANCATA ALTERNANZA DI GENERE?) – IL CASO CALABRESE, CON IL CANDIDATO DI VANNACCI CHE RUBA VOTI A FORZA ITALIA E RISCHIA DI FAR VINCERE IL PD, PUO’ ESSERE L’OCCASIONE CHE TAJANI ASPETTAVA DA TEMPO: REGOLARE I CONTI CON IL GOVERNATORE OCCHIUTO, SUO NEMICO INTERNO, SU CUI RICADREBBE LA COLPA DELLA SCONFITTA DI FABIO ROSCIOLI, TESORIERE DI LADY BERLUSCONI – SE LA FAIDA TRA GLI AZZURRI È PALESE, IN FDI DEVONO GESTIRE I MALUMORI DEI “RAS” LOCALI. A MILANO LA RUSSA NON DIGERISCE LA PROPOSTA DI CANDIDARE A SINDACO L’AZZURRO PEREGO, NOME NON SGRADITO A VIA DELLA SCROFA - IN CAMPANIA C’È LA ROGNA DEL VISPO CIRIELLI, L'EX COLONNELLO DI GIORGIA CHE INVOCA DI IMBARCARE VANNACCI NELLA COALIZIONE - NEL LAZIO IL MENTORE DELLE SORELLE MELONI, FABIO RAMPELLI, NON SOLO SI E' AUTOCANDIDATO A SINDACO DI ROMA IN BARBA AL PARTITO, MA SCALPITA PER PIAZZARE I SUOI "GABBIANI" NELLE PROSSIME LISTE ELETTORALI - STENDIAMO UN "PELO PIETOSO" SUL'ALTRO ALLEATO, LA LEGA SPROFONDATA AL 4,5% CON SALVINI APPESO A CIO' CHE POTRA' SUCCEDERE DOMENICA PROSSIMA SUL PRATONE DI PONTIDA...

roberto vannacci elly schlein giorgia meloni legge elettorale ballottaggio

DAGOREPORT! LA NUOVA LEGGE ELETTORALE È INCOSTITUZIONALE? MONTA IL DIBATTITO CON 160 COSTITUZIONALISTI CHE ANDRANNO AVANTI CON I RICORSI ALLA CORTE COSTITUZIONALE - LA SCOMMESSA DELLA MELONI: UNA VOLTA APPROVATA LA LEGGE, ANDARE AL VOTO A MAGGIO PER EVITARE IL GIUDIZIO DI INCOSTITUZIONALITA' DELLA CONSULTA – LA PROTESTA DEL CIVICO ONORATO SULLE FIRME RICHIESTE PER PRESENTARE LE LISTE (6MILA PER OGNI COLLEGIO): UNA NORMA CHE IN REALTA’ FA COMODO A FORZA ITALIA E NOI MODERATI IN FUNZIONE ANTI-ONORATO MA ANCHE ALLA SINISTRA, CHE SI METTEREBBE AL RIPARO DALLE NUOVE CREATURE POLITICHE (TIPO GRILLO) – VANNACCI AL 99% NON DOVREBBE AVER BISOGNO DI RACCOGLIERE LE 6MILA FIRME - L’ABNORME PREMIO DI MAGGIORANZA PER CHI ARRIVA AL 42%: NON NE PARLA NESSUNO NEL PD PERCHE’ FA COMODO ANCHE A SCHLEIN…

elly schlein giuseppe conte dario franceschini

DAGOREPORT - CONTRORDINE, COMPAGNI, LE PRIMARIE SI FARANNO INDIPENDENTEMENTE DALLA LEGGE ELETTORALE! CONTE HA DATO UN AUT AUT AGLI ALLEATI DEL CAMPO LARGO METTENDO I GAZEBO COME “CONDICIO SINE QUA NON” PER ESSERE NELL'ALLEANZA CON IL PD – MA LE PRIMARIE, OLTRE A ESSERE DIVISIVE, SONO UN GRAN CASINO SUL FRONTE REGOLAMENTARE: SARANNO APERTE O CHIUSE? CI SARA’ IL VOTO ONLINE? E PREVEDERANNO UN BALLOTTAGGIO? - PER ELLY, CHE TREMA PERCHÉ CONTE CON LA POSIZIONE SULL’UCRAINA DRENA VOTI AL PD SCESO AL 20%, I GAZEBO SONO DIVENTATI UN PROBLEMA ANCHE ALL’INTERNO DEL PARTITO (AL PUNTO CHE NON HA POTUTO CONCEDERE L’ENDORSEMENT A MARIO CALABRESI, CANDIDATOSI A SINDACO DI MILANO, PERCHÉ HA PAURA DI PERDERE I VOTI DI PIERFRANCESCO MAJORINO). COSI’ PER BLINDARSI E’ COSTRETTA A STRINGERE ACCORDI CON RENZI, FRANCESCHINI E ALTRI CAPATAZ DEM. MA NON ERA LEI CHE DICEVA “NON VOGLIAMO PIÙ CAPIBASTONE E CACICCHI?”

giorgia meloni tommaso longobardi giovanbattista fazzolari gian marco chiocci filini

DAGOREPORT - COME MAI GIORGIA MELONI HA FATTO “ROTOLARE LA TESTA” DEL SUO STRATEGA SOCIAL, TOMMASO LONGOBARDI? A POCHI MESI DALLE ELEZIONI, CON I SONDAGGI CHE DANNO IL CAMPO LARGO IN VANTAGGIO E VANNACCI CHE SCIPPA CONSENSI A DESTRA, LA DUCETTA SI È ACCORTA CHE LA PROPAGANDA DI PALAZZO CHIGI NON FUNZIONA PIÙ – LONGOBARDI ERA GIÀ FINITO NEL MIRINO DEL “CERCHIO TRAGICO” DELLA SORA GIORGIA DOPO LA DISFATTA AL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA, DOVE ERANO STATI DECISIVI I VOTI DEGLI ELETTORI PIÙ GIOVANI PER IL “NO” – ORA LA DUCETTA VUOLE UNA SVOLTA NELLA COMUNICAZIONE DEL GOVERNO E RICICCIA L’IDEA DI ASSOLDARE COME PORTAVOCE IL DIRETTORE DEL TG1, GIAN MARCO CHIOCCI. PICCOLO PARTICOLARE: CHIOCCI, FIN TROPPO AUTONOMO ED ESPERTO, SAREBBE UN “ACQUISTO” INDIGESTO PER FAZZOLARI E FILINI, IL DUO CHE GESTISCE LA MACCHINA COMUNICATIVA DI FDI – SI VOCIFERA CHE PALAZZO CHIGI PENSI A GINO ZAVALANI, VOLTO DI ESPERIA, PER RILANCIARE I SOCIAL – LA PRECISAZIONE DI ZAVALANI

giorgia meloni antonio tajani maurizio lupi alessandro onorato giuseppe conte matteo renzi roberto vannacci ignazio la russa

DAGOREPORT! - GIORGIA MELONI HA PAURA DI TORNARE ALLE URNE E VUOLE UNA NUOVA LEGGE ELETTORALE CHE AZZOPPI GLI AVVERSARI, A PARTIRE DALL’EMENDAMENTO “AMMAZZA-CESPUGLI” SULLA RACCOLTA DELLE FIRME - IL BLITZ E' UTILE A TAJANI, CESA E LUPI PER FERMARE ONORATO CHE POTREBBE ROSICCHIARE VOTI A FORZA ITALIA, UDC E NOI MODERATI - L'APPOGGIO DI CONTE ALL'ASSESSORE DI ROMA SEMBRA UN "BACIO DELLA MORTE": "PROGETTO CIVICO" STA DIVENTANDO "PROGETTO PEPPINIELLO"? - GLI OCCHI DEGLI ADDETTI AI LAVORI SULLE ELEZIONI SUPPLETIVE DI REGGIO CALABRIA PER IL SEGGIO ALLA CAMERA: VUOI VEDERE CHE IL CANDIDATO DI VANNACCI TOGLIERA' VOTI AL CENTRODESTRA E FARA' VINCERE IL PD?

vecchione renzi ranucci sgrena mancini draghi conte gabrielli carlo parolisi

TRA LE PIEGHE DELL’AFFAIRE LAVITOLA-RANUCCI, RICICCIA UNO DEI TANTI MISTERI ALL’ITALIANA: IL FAMOSO SERVIZIO DI ‘’REPORT’’ DEL MAGGIO 2021 SULL’INCONTRO IN AUTOGRILL TRA MATTEO RENZI E MARCO MANCINI, UNO DELLE FIGURE PIÙ CONTROVERSE DELL’INTELLIGENCE ITALIANA - ALL’ORIGINE DEL RENDEZ-VOUS AUTOSTRADALE, FORSE C’ENTRA DI PIÙ IL FATTO CHE STAVA CADENDO IL SECONDO GOVERNO CONTE, A CAUSA DEL RITIRO DALL'ESECUTIVO DI ITALIA VIVA. QUALCUNO DEVE AVER SCOMMESSO SULLE DOTI AFFABULATORIE DI NEGOZIATORE DI MANCINI PER CONVINCERE RENZI A TROVARE UNA QUADRA PER MANTENERE IN PIEDI CONTE – UNA VOLTA CHE LA MISSIONE E' ANDATA A VUOTO, PERCHE' RANUCCI MANDO' IN ONDA IL SERVIZIO RENZI-MANCINI BEN CINQUE MESI DOPO LA SEPOLTURA DEL GOVERNO CONTE II? A CHI GIOVAVA? - BEN SAPENDO DI QUANTO MANCINI SIA DETESTATO DAI SUOI COLLEGHI, RENZI DEFINI' LO SCOOP UN "REGOLAMENTO DI CONTI INTERNO AI SERVIZI SEGRETI" – GLI ''ADDETTI AI LIVORI'' AGGIUNGONO ALTRE DUE IPOTESI: CHI PARTENDO DAL BURRASCOSO RAPPORTO TRA RENZI E RANUCCI, CHI CONSIDERANDO LA VOGLIA DI CONTE DI REGOLARE I CONTI CON COLUI CHE SI VANTA DI AVERLO SLOGGIATO DA PALAZZO CHIGI E DI AVER CONVINTO DRAGHI A PRENDERE IL SUO POSTO…