I CICLISTI SONO MATTI – MURA: “QUEST'ANNO NIBALI HA CORSO CONTRO GLI AVVERSARI E LE ZONE D'OMBRA, DA FAVORITO CHE SI VEDE BATTUTO, QUASI UMILIATO SUL SUO TERRENO - QUANDO VINCENZO VINCE UN GIRO CHE PAREVA GIÀ PERSO’’

Dev' essere ancora più bello vincere così. Aggrapparsi agli ultimi chilometri di salita e discesa, elettrizzare il pubblico lungo i tornanti. Da quanto tempo non succedeva? Ancora Nibali, Tour 2014. E prima, ancora Nibali, Giro 2013...

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Gianni Mura per la Repubblica

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Dev' essere ancora più bello vincere così. Aggrapparsi agli ultimi chilometri di salita e discesa, elettrizzare il pubblico lungo i tornanti. Da quanto tempo non succedeva? Ancora Nibali, Tour 2014. E prima, ancora Nibali, Giro 2013. Ma lì, a ripensarci, sembrava tutto più facile: ultime due settimana in maglia rosa, lo squillo alle Tre Cime, quasi 5' sul secondo, alla fine. Una passeggiata, anche se il ciclismo non è mai una passeggiata.

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Quest' anno Nibali ha corso contro gli avversari e le zone d' ombra, da favorito che si vede battuto, quasi umiliato sul suo terreno. E che è spinto a pensare che ci sia qualcosa (un virus, una maledizione) a bloccargli le gambe. Vedi esami clinici a Milano, pochi giorni prima della rinascita a Risoul. E prima di ieri, quando Vincenzo vince un Giro che pareva già perso, bravissimo lui e tutta l' Astana.

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Bisogna stare attenti, coi ciclisti. Esaltano ma commuovono anche. Il ciclofilo segue una fede, più che un ragionamento. Per tutti questi fedeli le cattedrali a cielo aperto sono le salite: lì continuano a pedalare Pantani e Bartali, Coppi e Merckx, Massignan e Bahamontes, Ocaña e Binda, Hinault e Gaul.

 

Contro ogni evidenza e logica, chi andava sulle strade delle ultime tappe alpine aspettava Nibali. Perché si sa com' è fatto, che carattere ha. E perché la logica e la fatica in bici non hanno molto da spartire. Così abbiamo visto due Nibali molto diversi. A Risoul, sul traguardo, indica il cielo per ricordare il ragazzo morto a Messina, e poi si accascia sul manubrio, si copre con un asciugamani e si lascia andare a un lungo pianto.

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Non si vede la faccia, solo torace e schiena scossi dai singhiozzi. È il momento in cui Nibali ritrova se stesso, quello che torna a fare il vuoto in salita. È il momento in cui pensa di poter ancora vincere il Giro, o almeno provarci, perché con la forza delle gambe gli è tornato il morale. Resta da definire il piano di combattimento, le pedine da muovere, come e quando, ma lui c' è, lo sa lui e lo sanno tutti. In primis lo sa il sorridente Chaves: basta tenergli la ruota ed è fatta.

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Non è riuscito a tenerla, ha perso il Giro ma non il sorriso. Tre anni fa gli dissero che non avrebbe più potuto correre, anche il podio lo fa felice. E i suoi genitori, bella faccia da contadini, sono i primi ad abbracciare Nibali, quasi incredulo. Ma in quale altro sport poteva accadere?

 

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Anche l' abbraccio di Valverde non è come quello tra calciatori a fine partita. Con tutte le siringhe del passato, adesso in calo si spera, con tutti gli ubriachi imparruccati che cercano di rovinare il ciclismo delle cattedrali, questo sport è un erogatore di buoni sentimenti, che preferisco chiamare umanità.

 

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Con questo Giro, senza dimenticare l' impronunciabile olandese dalla faccia di bambino, abbiamo fatto il pieno di umanità, perché il ciclismo resta un paesone in cui buongiorno significa solo buongiorno. Come sarebbe piaciuto a Zavattini. "I poveri sono matti", scrisse. Anche i ciclisti, a modo loro, sono matti. Dentro ogni ciclista c' è un povero, ma ricco di spirito d' avventura. Chi non sa amarli, almeno li rispetti.

 

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