DOTTO CHAMPIONS - PER CENTOVENTI MINUTI TUTTO IL TALENTO DEL MONDO NON ERA BASTATO CONTRO TUTTA LA RABBIA DEL MONDO. SIMEONE E I SUOI SONO STATI A UN PASSO, A UN RIGORE, DALLA VENDETTA, DUE ANNI DOPO LA FINALE PERSA DI LISBONA. NON STAVA IN PIEDI, MA NON POTEVA SBAGLIARE. IL QUINTO RIGORE, QUELLO DECISIVO. CRISTIANO RONALDO

Si buttavano a corpo morto su ogni palla quelli dell’Atletico, claudicavano ma non mollavano quelli del Real. In questi casi il calcio è un furioso romanzo cavalleresco dove la fortuna, il destino e il caso congiurano come e più del talento o della forza. L’occasione sembrava quella giusta per Simeone e la sua banda. Cristiano Ronaldo a pezzi, Marcelo e Kroos che non si reggevano in piedi…

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Giancarlo Dotto (Rabdoman) per Dagospia

 

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Non stava in piedi, ma non poteva sbagliare. Il quinto rigore, quello decisivo. Cristiano Ronaldo fa la posa del pistolero. Il resto è lacrima, equamente distribuita tra felicità e strazio, tra campo e spalti. Undicesima Champions su quattordici finali per il Real Madrid e tutta la festa per Zinedine Zidane, primo allenatore francese a vincere la coppa dalle smisurate orecchie. L’aveva già vinta da calciatore, ma questa è un’altra storia.

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Per centoventi minuti tutto il talento del mondo non era bastato contro tutta la rabbia del mondo. Madrid è il mondo stasera a San Siro. Simeone e i suoi sono stati a un passo, a un rigore, dalla vendetta, due anni dopo la finale persa di Lisbona. I materassai dai colori plebei, le strisce bianche e rosse con cui si foderavano i letti della povera gente nel primo novecento, ce l’hanno messa tutta, ma proprio tutta, per spedire i riccastri del Real affranti a nanna nelle loro lussuose dimore. E invece, terza finale e terza feroce delusione. Ma l’abisso di talento e di fatturato ancora una volta non si è visto in campo tra le due anime di Madrid. Sarà dura per loro ripartire. Ma ripartiranno.  

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Alicia Keys e Andrea Bocelli avevano epicizzato l’attesa. Simeone aveva quell’aria allucinata dei pappagalli incazzati quando stanno per strappare col becco l’orecchio del nemico. Zidane sembrava calmo e già felice di essere lì. Alla fine era solo calcio da trincea. Arrivavano stremati ai rigori. Tutta una rovina di botte, crampi, spasmi, uno sfinimento di inguini, costole e muscoli.

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Si buttavano a corpo morto su ogni palla quelli dell’Atletico, claudicavano ma non mollavano quelli del Real. In questi casi il calcio è un furioso romanzo cavalleresco dove la fortuna, il destino e il caso congiurano come e più del talento o della forza. L’occasione sembrava quella giusta per Simeone e la sua banda. Cristiano Ronaldo a pezzi, Marcelo e Kroos che non si reggevano in piedi. Ma non è andata così e quelli che devono vincere per destino divino hanno vinto contro quelli che vincono solo nei sogni e nell’utopia.

 

Hanno dovuto vincerla due volte quelli del Real. Una prima volta, fino a dieci minuti dalla fine. Il gol dell’impressionante Sergio Ramos. Dopo un quarto che sarebbe d’ora se non fosse d’oro, è il suo piedone che sbuca nella mischia in più che probabile fuorigioco. Real in vantaggio. Sempre lui. Già decisivo nella finale di due anni fa e la faccia di uno che vuole esserlo anche stasera.

 

All’inizio della ripresa quella di Antoine Griezmann è, invece, la faccia di quello che sta per sbagliare un calcio di rigore. Lo sbaglia. Lo chiamano “Le Petit Diable”, ma sembrava un piccolo topo. Sua sorella era al Bataclan quella sera. Sopravvissuta. Il suo inferno è qui a San Siro. Simeone lo rincuora a modo suo. Lo strattona. Ma il francese non sarà più lui.

 

Ci pensa un belga, il subentrato Carraro, a rimettere al mondo lui e l’Atletico, a dieci minuti dalla fine e partita che ricomincia verso esiti impronosticabili. Fino a che la palla non plana sul destro di Cristiano Ronaldo, a nove metri dal portiere e uno stadio intero ammutolito. “Nessuno di quelli dell’Atletico giocherebbe titolare nel Real Madrid”, aveva detto con una certa boria Gareth Bale. A pensarci bene, il più grande complimento mai fatto a Simeone e ai suoi eroi.

 

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