giovanni bazoli

“DAGOSPIA MI CHIAMA “ABRAMO”? NON MI OFFENDO. NON SONO SUSCETTIBILE” - GIOVANNI BAZOLI, PRESIDENTE EMERITO DI INTESA, FA 90 E SI RACCONTA A ALDO CAZZULLO – "DOPO CALVI, LA P2 CERCO’ DI OSTACOLARMI". C’E’ IL SUO ZAMPINO PURE NEL PROCESSO PER LA BANCA UBI, DA CUI È STATO ASSOLTO IN PRIMO GRADO? "NON LO CREDO. MA NON NE POSSO PARLARE PERCHÉ...” – "BERLUSCONI? LO CONVINSI A COMPRARE IL MILAN" - LO SCONTRO CON CUCCIA, LA RICHIESTA DI AGNELLI E L’IDEA DI ANDREATTA CHE LO VOLEVA COME FEDERATORE DEL CENTROSINISTRA PER SFIDARE IL CAV NEL 2001…

Aldo Cazzullo per il Corriere della Sera

 

giovanni bazoli

«Una passeggiata con mio padre Stefano e mio fratello Luigi, sui monti sopra il Tonale. Una fatica improba; ma non potevo arrendermi. A dire il vero, mi sembra di ricordare pure mia madre; anche se è impossibile».

Perché?

«Morì che avevo tre mesi».

 

Per le conseguenze del parto?

«No. Si ferì alla guancia con una rosa, nel giardino di casa, a Brescia. Con gli antibiotici o almeno i sulfamidici sarebbe guarita in sette giorni. Invece in sette giorni morì. Papà ci ha lasciato un diario dell’agonia, per raccontarci chi fosse nostra madre, Beatrice Folonari. Ancora adesso non riesco ad aprirlo senza emozione».

 

Suo padre si risposò?

giovanni bazoli

«No. Era un uomo esuberante e aveva solo 32 anni. Ci andò vicino alcune volte, ma rinunciò: non voleva darci una “matrigna”, come si diceva allora. “Tutto è morto con Bice” scrisse. Da allora visse ogni cosa con un distacco di fondo: un suo amico osservò che gli eventi gli giungevano come un “ronzio di api”. L’unica ragione di vita eravamo noi figli. Papa Paolo VI mi disse una volta di aver conosciuto mia mamma, descrivendola come una donna “bella, intelligente, buona”. In quest’ordine».

 

Paolo VI per lei era una figura di famiglia.

«Suo fratello Ludovico Montini era socio nello studio legale di papà; poi si aggiunse Gianni Martinazzoli, il fratello di Mino. Durante l’occupazione nazista eravamo nascosti a casa di Vittorio Montini, il cugino del futuro Papa».

 

Come andò?

«Mio padre era legato agli ambienti antifascisti di Brescia. Quando doveva vestirci da balilla, recitavamo una giaculatoria da lui coniata contro il Duce. Durante la guerra fu arrestato e scarcerato. Quando stavano per tornare a prenderlo e deportarlo in Germania, fuggì con me e Luigi in Val Trompia, sopra Concesio, in un rifugio quasi inaccessibile, dove si arrivava solo a piedi».

 

Concesio è il paese natale di Paolo VI.

giovanni bazoli

«Infatti il rifugio apparteneva alla sua famiglia. Quando non ce la faceva più a stare chiuso, papà saliva la montagna con la gerla da contadino sulle spalle. La domenica, mentre lui restava nascosto, mio fratello e io scendevamo in paese per la messa e il pranzo a casa Montini, dove il Papa era nato e che ora è sede dell’istituto Paolo VI.

 

Un giorno vidi un rastrellamento: i militi fascisti e le SS gettavano gli uomini a forza sui camion, le donne piangevano disperate, una scena terribile... Andavo in bici a lezione dal parroco di un paese vicino, una volta mi buttai in un fosso per sfuggire a un mitragliamento. Arrivavano notizie terribili: conoscenti impiccati o morti nei lager. Ma Radio Londra assicurava che la fine della guerra era vicina».

 

Com’era il vostro rifugio?

«Una casupola abbandonata, con una stanza al pianterreno, un’altra di sopra, e il bagno fuori. La notte bisognava stare al buio per non attirare le bombe di Pippo, l’aereo inglese. Sotto le coperte, alla luce di una lampadina senza pila che tenevo accesa muovendo di continuo la mano, lessi un intero libro d’avventure, “La tragedia di Mountheron”. Ogni sera nostro padre ci leggeva un capitolo del Don Chisciotte. Spesso, in risposta a una mia domanda ingenua — a cosa serve la poesia? —, recitava Dante e Manzoni».

Giovanni Battista Bazoli pier ferdinando casini

 

Come ricorda la liberazione?

«Ricordo una fila di autocarri che scendono dalla valle verso la città, pieni di partigiani che sventolano bandiere, e la gente ai lati della strada, felice, festante. Recitai a mio padre: dagli atri muscosi dai fori cadenti... Lui rispose: lo vedi a cosa serve la poesia?».

 

E la battaglia elettorale del 1948?

«Andai ad ascoltare il comizio di De Gasperi a Brescia. Non era un grande oratore, oggi forse avrebbe difficoltà a imporsi come leader; ma all’epoca conquistava la folla con le buone ragioni. Andai anche al comizio di Togliatti, ma con sospetto: era il nostro avversario».

 

Suo padre, già eletto nel ’46 alla Costituente, divenne deputato.

«Però nel ’53 la Dc bresciana non lo ricandidò. Anche mio nonno Luigi, tra i fondatori del partito popolare, nel 1919 era rimasto fuori dal Parlamento, ma per sua scelta. “Roma è pericolosa” ammoniva».

Gian Maria Gros-Pietro, presidente di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, ad, e Giovanni Bazoli, presidente onorario

 

Non c’erano donne nella sua vita?

«A parte la balia, mi fece da mamma zia Anita: una ragazza figlia di un setaiolo della Val Trompia, fallito dopo la stretta monetaria di Mussolini, che aveva messo fuori mercato la filiera della seta. Anita si era adeguata a fare lavori umili per mantenere il papà, che viveva una vita poverissima. Una santa. È morta in casa nostra a 93 anni».

Aldo Moro l’ha mai conosciuto?

«L’ho visto. Una volta accompagnai mio padre a salutarlo, a messa, a Ortisei. Un’altra volta andai a sentire una sua conferenza in un teatro di Brescia, all’uscita lo attendevano alcuni contestatori. Quando Moro passò, ebbi netta la sensazione di una tragedia incombente sul suo capo: come se fosse una vittima designata. Ho sempre avuto presentimenti».

 

Questi presentimenti l’hanno mai guidata nelle decisioni cruciali della sua vita?

gian maria gros pietro carlo messina giovanni bazoli

«No. Non vengono a comando. Spesso sono futili. E divertenti».

 

Ad esempio?

«Amo il bel calcio, e quest’anno ho seguito il Napoli, che finora ha perso una sola partita, a Liverpool. Su una punizione ho sentito chiaramente che il Napoli avrebbe segnato, ma poi avrebbe subito due gol. È finita così, anzi peggio perché poi il gol del Napoli l’hanno annullato per un fuorigioco millimetrico».

 

Dopo la laurea lei andò a vivere a Milano con Nino Andreatta.

carlo messina giovanni bazoli

«Mi ospitò in un piccolo appartamento in via Durini. Un giorno ci trovammo chiusi in casa, perché la porta aveva una serratura particolare: anche per uscire ci voleva la chiave, e Nino, genio distratto, ovviamente l’aveva persa. Allora lui si mise a cavalcioni sul davanzale della finestra, per richiamare l’attenzione dei passanti che venissero a liberarci...».

 

Nel 1982 fu Andreatta, con Ciampi, ad affidarle l’Ambrosiano dopo il drammatico fallimento.

«Era una sera di fine luglio. Nel salone delle assemblee della Banca d’Italia, con il governatore e il direttorio, c’erano i rappresentanti delle sette banche che avevano accettato la proposta respinta dalle grandi banche milanesi: farsi carico dell’Ambrosiano dopo il crac e la morte di Calvi. Quando fu annunciato che il nuovo presidente era Bazoli, tutti si guardarono attorno: non mi conosceva nessuno».

E lei?

«Mi alzai in piedi e dissi: Bazoli sono io. Ma non ho ancora accettato, anzi ho molte riserve».

Chi la convinse?

«Ciampi e Andreatta mi presero sottobraccio e mi portarono in giro nei corridoi della Banca d’Italia. “Non posso accettare, sono un giurista non un economista” dicevo. “Se è per questo io sono laureato in lettere” rispose Ciampi. “E poi per il lavoro che l’attende la sua preparazione giuridica tornerà utilissima”. Ma la frase che mi convinse fu un’altra».

 

Quale?

chiara bazoli con il padre giovanni

«Andreatta disse, con aria delusa: “Pensavo che fosse venuto anche per te il momento di uscire dalla tua vita riservata e tranquilla, di fare qualcosa per il tuo Paese. Ma se non ti senti di assumere questa responsabilità, non insisto”. Ci rimuginai per ore. E accettai».

 

Per Ciampi e Andreatta.

«Non solo. Allora si parlava di Sindona e di Calvi come di “banchieri cattolici”. Mi proponevo di dimostrare che un cattolico si può occupare di finanza in modo corretto. All’epoca ero più ingenuo di oggi, più convinto che gli esempi servissero. E volevo dare un esempio non solo di legalità, ma anche di non avidità».

 

Qualcosa avrà pur guadagnato.

giovanni bazoli

«Certo, quanto mi permette di vivere bene. Ma ho rinunciato all’avvocatura, e in alcuni decenni ai vertici del sistema non mi sono arricchito. Le disuguaglianze eccessive stanno distruggendo la democrazia».

 

Nella costruzione di quella che sarebbe diventata la più grande banca d’Italia, lei si scontrò con Cuccia. La Comit voleva comprare la sua Ambroveneto; alla lunga ha comprato lei la Comit. Come andò?

«Dopo l’aggressione fallita della Comit nel 1994, tra me e Cuccia erano iniziati colloqui riservati. Venne anche a casa mia a Brescia. Due anni dopo, nell’ottobre del ‘96, fu messa in vendita la Cariplo. L’acquisto si presentava molto interessante sia per noi sia per la Comit. Ma erano passate poche settimane dalla morte improvvisa di mio fratello, e non me la sentivo di affrontare un’altra battaglia con Comit e Mediobanca. Così pensai di chiedere a Cuccia se sarebbe rimasto neutrale».

 

E lui?

«Gli confidai subito il mio stato d’animo, così angosciato da farmi pensare di ritirarmi dalla banca. Cuccia mi interruppe: “La posso comprendere, Bazoli. Due giorni fa, dopo sessant’anni di vita insieme, ho perso mia moglie”. La notizia era stata tenuta riservata; e lui non aveva disdetto l’appuntamento. Profondamente commosso, mi alzai. Ci abbracciammo».

Con Berlusconi che rapporto ha avuto?

giovanni bazoli (3)

«Non ci siamo mai scontrati, nonostante le mie idee politiche, che notoriamente non coincidono con le sue, e l’amicizia con Prodi. Conosco Berlusconi da quando era soltanto un imprenditore di successo. Lo incoraggiai a comprare il Milan».

 

Berlusconi non voleva?

«Temeva, comprando una squadra, di perdere la simpatia dei tifosi delle altre; e lui voleva piacere a tutti. Gli feci notare che, come dimostrava Agnelli, possedere una squadra non impediva di essere ammirato, anzi».

 

È vero che Agnelli le affidò il Corriere in punto di morte?

«Lo vidi per l’ultima volta quando era molto grave e sofferente. Era il giorno in cui si presero a Torino decisioni drammatiche per la Fiat: fu respinta l’idea di Mediobanca, che voleva affidarla a Bondi e ridimensionarla. Parlammo per più di mezz’ora. Agnelli mi disse: “In Rizzoli abbiamo fatto un buon lavoro. Ho detto al mio avvocato di non prendere nessuna decisione senza parlare con lei”».

 

L’avvocato dell’Avvocato era Franzo Grande Stevens.

«E Grande Stevens mi riferì di aver capito che la raccomandazione fosse più vasta: parlare con me non solo di Rizzoli, ma di tutto».

Perché, secondo lei?

giovanni bazoli lamberto dini

«Perché Agnelli mi trovava diverso dagli uomini che frequentava. Curiosissimo com’era, voleva sapere cosa fosse mai questo mondo che non conosceva, le banche cattoliche...».

 

Con Berlusconi lei rischiò di incrociare le armi nella campagna elettorale del 2001. Andreatta la indicò in un’assemblea dei parlamentari del centrosinistra come candidato premier ideale. E tentò di convincerla.

«Era il 7 dicembre 1999. Andammo alla prima della Scala, Muti diresse magistralmente il Fidelio, ricordo Nino in piedi che non smetteva di applaudire. Il mattino dopo le mogli uscirono a passeggio, e lui mi parlò per due ore, nel tentativo di persuadermi. Poi andammo insieme a messa in Duomo. Io non gli dissi di sì, anzi, obiettai che dovevo occuparmi della fusione tra Comit e Cariplo. Ma lui tenne lo stesso quel discorso ai parlamentari; anche se non fece il mio nome, parlò genericamente di un federatore...».

 

giovanni bazoli (2)

Pochi giorni dopo, il 15 dicembre, Andreatta entrò in coma. Sarebbe riuscito a convincerla a sfidare Berlusconi?

«Non lo so. Certo quel discorso di Nino sulla responsabilità aveva avuto su di me una certa presa… Comunque alla fine dissi no a Prodi, a Bruxelles, dove presiedeva la Commissione europea».

Andreatta morì oltre sette anni dopo, senza aver mai ripreso conoscenza.

«Sua moglie Giana e i figli furono straordinari. Io andavo regolarmente a trovarlo. Non saprò mai se mi riconoscesse. Mi piace pensarlo felice, come quando andavamo insieme in vacanza al mare, in Grecia o in Turchia. Nino non sapeva nuotare, ma volle imparare: legato alla barca, con il salvagente, si compiaceva dei suoi progressi, come un gigantesco bambino. Dopo la morte di Luigi, era diventato per me come un fratello».

 

Luigi Bazoli morì in un incidente stradale.

«Dopo aver perso la moglie Giulietta nella strage fascista di piazza della Loggia. Lasciarono tre figli. Confesso che per molto tempo non sono riuscito ad accettare la sua morte».

giovanni bazoli

Eppure lei una volta ha detto: «Senza la Provvidenza, non avrei fatto nulla». Quindi crede alla Provvidenza.

«Sì. La Provvidenza è la risposta di Dio alle preghiere degli uomini. Ed è meraviglioso pensare che ciò possa avvenire attraverso i santi, le persone morte che ci hanno amato. L’intero Vangelo non è che un invito a pregare: “Chiedete e vi sarà dato”. La liturgia è preghiera: la Chiesa non fa altro che pregare. Ma la fede del credente incontra sempre momenti di prova: perché resta da spiegare la preghiera non esaudita. Il male, la sofferenza, l’ingiustizia. E oggi, per la prima volta nella storia, la scienza offre risposte alternative, sino a mettere in crisi l’idea stessa di creazione. Anche per questo il mondo ha sempre meno fede».

 

Com’era il suo rapporto con il cardinal Martini?

GIOVANNI BAZOLI

«All’inizio mi accolse con freddezza. Calvi finanziava la Biblioteca Ambrosiana, e l’arcivescovo temeva che il rapporto si interrompesse. Dovevamo vederci per un primo incontro di cortesia; restai con lui un’ora e mezza. Nacque una consuetudine. Una volta gli dissi che alla Chiesa occorreva un nuovo Tommaso, una nuova Summa. La volta successiva mi mise ko. Si era presentato con un tomo gigantesco di un gesuita sul metodo: “Cominci da qui!”».

 

Poi però non deve offendersi se Dagospia la chiama Abramo Bazoli.

«Infatti non mi offendo. Non sono particolarmente suscettibile».

Com’è morto Calvi?

CARLO MESSINA GIOVANNI BAZOLI

«Ormai è provato che sia stato ucciso. Sulla banca la sua figura è rimasta a lungo come un’ombra. Molti anni dopo la sua morte, al ritorno da una riunione del Fondo monetario a Washington vennero a prendermi all’aeroporto e mi portarono di corsa da Passera, allora amministratore delegato, che mi informò con grande allarme e cautela, temendo di essere spiato, che era stata rinvenuta una cassetta di sicurezza intestata a Calvi...».

 

E cosa c’era in quella cassetta?

«Niente. Dei giornali. E un mattone. Non si è mai saputo che cosa significassero. Certo, quando fu ucciso, aveva dei mattoni al collo».

Che idea si è fatto della P2?

«Era strettamente intrecciata al mondo di Sindona e Calvi. Sopravvissuta a loro, ha cercato in tanti modi e in diversi tempi di ostacolare il cammino del Nuovo Banco, l’operazione di pulizia affidatami da Ciampi e Andreatta».

 

Pensa che ci fosse lo zampino della P2 pure nel processo di Bergamo, quello per la Banca Ubi, da cui lei è stato assolto in primo grado?

LUIGI ABETE ALESSANDRO PROFUMO FEDERICO GHIZZONI GIOVANNI BAZOLI FOTO LAPRESSE

«Sarò ingenuo, ma non lo credo. A mio parere, il processo è originato da gravi contrasti nel mondo bergamasco. Non ne posso parlare perché il pm ha fatto ricorso, non è ancora finita. Certo, si è trattato di un’esperienza terribile: sono stato intercettato, mi hanno pedinato come un malfattore. E ancora oggi mi pare paradossale, incredibile, essere stato imputato di ostacolo alla vigilanza».

 

Perché?

«Perché tutto quello che ho fatto è stato appoggiato dalla Banca d’Italia. Legga cosa mi scrisse Ciampi alla fine della mia presidenza: “Il Paese, caro Bazoli, deve esserti grato per il servizio reso in trent’anni di attività, prestato con spirito disinteressato e con grade signorilità...”».

Come giudica il governo Meloni?

GIOVANNI BAZOLI SI RIPOSA FOTO LAPRESSE

«Mi sono imposto di mettere da parte ogni pregiudizio ideologico. Riconosco l’alto significato democratico dell’ascesa al potere di una giovane donna, senza nulla alle spalle che l’abbia favorita, guidata soltanto dalla sua intelligenza e volontà. Concita De Gregorio l’ha definita una fuoriclasse. Lo sarebbe se alzasse il livello della politica riportando l’Italia a un ruolo di primo piano in Europa, come era riuscito a Draghi. Altrimenti, il suo successo sarà effimero e di breve durata, come è accaduto ai suoi predecessori».

 

C’è un leader che può salvare il centrosinistra?

«Il problema non è il leader; è l’anima del partito. A Enrico Letta, più che la colpa di non aver realizzato una missione impossibile, dovrebbe essere riconosciuto il merito di aver schierato il Pd sulla linea atlantica».

 

E il suo quasi-genero Beppe Sala?

«Ha fatto bene a resistere alle tante sollecitazioni che ha ricevuto. E a ribadire che si sente impegnato a fare il sindaco, dopo appena un anno dalla fiducia che i milanesi gli hanno confermato».

GIOVANNI BAZOLI ED ENRICO LETTA FOTO LAPRESSE

In Lombardia il Pd avrebbe dovuto sostenere la Moratti?

«Come molti elettori del Pd, non mi sono per nulla ritrovato nella posizione presa dagli organi regionali. Un partito di minoranza che, per dirla con Carlo De Benedetti, fa lo schizzinoso con chi proviene dalla maggioranza, sceglie di restare minoranza».

 

Alla soglia dei novant’anni, la morte le fa paura?

«Mi fa paura l’idea del tempo che scompare. Vorrei avere ancora una stagione da vivere per le tante cose incompiute. Nonostante la speranza, il passaggio è traumatico».

GIOVANNI BAZOLI E ROMANO PRODI FOTO LAPRESSE

Come immagina l’Aldilà?

«Va ripensato il concetto di anima, che fa parte della nostra educazione tradizionale, ma è di derivazione platonica. Il Vangelo promette molto più dell’immortalità dell’anima; promette la resurrezione della carne. L’Aldilà sarà la ripresa di questa nostra vita umana, ma del tutto rinnovata: senza più affanni, perché liberata dal male. Sarà il ristoro dell’ingiustizia. Sarà illuminato il grande mistero in cui siamo immersi».

GIANNI LETTA E GIOVANNI BAZOLI CHE RICEVE LA LEGION D ONORE FOTO LAPRESSE silvio berlusconi convention di forza italia ROMANO PRODI BENIAMINO ANDREATTA gianni agnelli ph giuseppe pino CARLO AZEGLIO CIAMPI E GIOVANNI BAZOLIenrico cuccia x GIOVANNI BAZOLI E JOHN ELKANN

 

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