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CALCIO DOTTO - DOMENICA DA BESTIE PASSIONALI. E’ PIÙ CHE MAI GUERRA A QUATTRO DAVANTI. CAMPIONATO FANTASTICO. E SARÀ COSÌ FINO IN FONDO. QUATTRO PIÙ UNO - VALENTINO ROSSI, LA LEGGENDA CHE NON CI STA A FARSI IMPALARE

Giancarlo Dotto per Dagospia

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Domenica da bestie passionali. Sono cuori che sudano. Domenica dove non puoi startene neutro come una mucca, devi decidere da che parte stare, anche se sei diviso. Valentino Rossi è là in fondo al mucchio, un teschio numero 46 da cui penzolano orecchini e fantasmi da bucaniere, dentro un bunker a forma di casco e il mondo di fuori, una caterva di mostri davanti da passare, con il pensiero ancora prima che con la manopola del gas. All’opposto da te, da lui, da Valentino, la leggenda che non ci sta farsi impalare, tre spagnoli veloci, forse più veloci di lui, ma che insieme non fanno la metà della sua testa e della sua ferocia. 

 

Guido Meda ha allenato le corde del suo contrabbasso, le ha spalmate di unguento di tigre. All’unisono con Valentino, lui e mezzo mondo. Deve sentirlo anche Lorenzo, da Giove.

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Mancini e la sua Inter avevano appena arraffato la settima impresa machiavellica, il settimo, credo, uno a zero. Strano Mancini. Da allenatore predica il calcio che da giocatore detestava. Celebra i Medel e i Melo, quello impoetico, senza accento finale, gli opposti da lui. Mancini vince e si detesta. Accumula punti e conati di nausea. E’ l’italiano al massimo del suo splendore e della sua pochezza. Non esita a buttare nel secchio il talento se scopre che a vincere servono cinghiali e molossi. Per l’italiano tipico e furbastro vincere è tutto.

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Valentino ne passa una ventina. Chirurgico più che furioso. Sembra una falce. Alcuni resistono, altri gli lasciano strada, spaventati più che complici. Complice è Petrucci. Quasi si schianta per allargarsi. Ma davanti i tre sono maledettamente veloci. E non sono i curiazi. Da abbattere uno a uno. Restano stretti. Marquez, forse è vero, s’adatta a fare il cane da guardia di Lorenzo, ma Valentino ha fatto di tutto per farsi odiare.

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E l’odio dei grandi è inesorabile. Marquez è un grande. Amo Valentino da quando, sbocconcellando un’enorme pagnotta con la mortadella, mi chiese notizie del mio amico Ezio Vendrame, uno stravagante semidio del pallone, fuorviato dall’aver troppo frequentato Piero Ciampi, pazzo, poeta, livornese, alcolista. Ma, per quanto lo ami, Valentino, non posso far finta di non sapere la sua debolezza.

 

Si sentiva meno veloce di quei tre. Era meno veloce. Non guadagna su Pedrosa, terzo, anzi perde, decimo dopo decimo. Era una favola con i fiocchi, lui mondiale a 36 anni, ma sul podio, in cima, c’è Lorenzo. Non è una favola, ma non è nemmeno uno scandalo.

 

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Che fine ha fatto Ezio Vendrame? Nessuno lo sa. Dicono che sia vivo. Che ogni tanto va a visitare la tomba di Pasolini a Casarsa, accanto a quella della madre, l’erba di lei che s’intreccia e fa uno strano abbraccio con quella del figlio. A Roma, il derby dentro un Olimpico degradato a farsa. Vuoto e fesso come le belle scatole vuote. Sud, dove cazzo sei, dove cazzo respiri, mentre i tuoi undici si sbattono in campo anche per te e se la stanno giocando alla grande con la Lazio, a sua volta impoverita da mancanza di Nord.

 

Sud e Nord nella trappola che si sono costruite da sole. Sud, cosa ti passa nelle viscere, dillo, sincera, quando Gervinho inventa quella corsa maestosa del 2 a 0? Dove vorresti essere in quel momento e cosa ti vieta di esserlo, se non il tuo stesso pensiero malato?

Lulic abbatte Salah. Orrendo a vedersi, più orrendo a subirsi. Sono petali le caviglie dei fuoriclasse. I mediocri si vendicano da sempre del talento. L’hanno in odio. Maledetti gli arbitri che non proteggono il talento. La zampa del mediocre storpia quella del ballerino.

 

La Roma diventa una macchina perfetta quando, a tutte le meraviglie dei singoli, aggiunge il saper essere squadra. Come a Firenze. Come con la Juventus e il Bayer all’Olimpico. Come nel derby. Gruppo solidale. Si tengono per le mani e si trovano nei piedi. Non si perdono di vista. Si aiutano. Aiutati che Dio t’aiuta. Così funziona. La chiamano fortuna, ma è sapienza.

 

La traversa di Felipe Anderson. Klose che cicca a porta vuota. La Sud esulta chissà dove. A Napoli esulato dove e come si deve. Loro vincono anche perché hanno Gonzalo. Il magnifico. Sempre lui. Higuain. Con Benitez si avvertiva dispensabile comprimario. Con Sarri si vive indispensabile protagonista. Dai orgoglio e responsabilità ai campioni e loro si moltiplicano. E’ sempre stato così.

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Una dozzina di campionato e copertina tutta di Paulo Sousa. L’Inatteso. La sua Fiorentina è un miracolo tempestato di “ic”. Ancora Ilicic e Kalinic. L’oltre Montella e l’oltre Salah sembrava una spedizione nel deserto. Ma il portoghese di Beira Alta ha testa e voce dei capi carismatici. E’ più che mai guerra a quattro davanti. Campionato fantastico. E sarà così fino in fondo. Quattro più uno. Vogliamo parlare del Sassuolo?

 

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