ALLA VIGILIA DELLA SEMIFINALE MONDIALE CON LA FRANCIA, L'EX PREMIER SPAGNOLO DEL PPE MARIANO RAJOY ATTACCA “LES BLEUS”: “NON HANNO NESSUN GIOCATORE FRANCESE TRA LE LORO FILA” – NON E' IL PRIMO A DIRE UNA COSA SIMILE: ANCHE L'EX PORTIERE DEL PARAGUAY, CHILAVERT, E LA SENATRICA PARAGUAIANA CELESTE AMARILLA HANNO EVIDENZIATO LA SCARSA RAPPRESENTATIVITA' DEI BIANCHI NELLA SQUADRA FRANCESE, QUASI TOTALMENTE NERA - DAVANTI ALLE PAROLE DI RAJOY, IL PREMIER SPAGNOLO PEDRO SANCHEZ SI SCUSA: “LA SPAGNA APPARTIENE A CHI LA AMA E LAVORA PER ESSA. NON A CHI LA DISONORA CON DICHIARAZIONI XENOFOBE. CHE VINCA IL MIGLIORE E CHE IL RAZZISMO PERDA” - SULL'ALTRA SEMIFINALE, ARGENTINA-INGHILTERRA, INTERVIENE ALDO CAZZULLO: “NON SARÀ LA RIVINCITA DELLA GUERRA DELLE MALVINAS. SARÀ LA RIVINCITA DEI QUARTI DI FINALE DI MESSICO 1986, LA MANO DE DÍOS, CHE POI ERA LA MANO DI MARADONA" - LA POLEMICA PER IL CORO PROIBITO DEGLI ARGENTINI (“PER DIEGO E PER...LE MALVINAS”) MA LA FIFA NON INTERVIENE - VIDEO
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Nicolò Franceschin per corriere.it – Estratti
«La Spagna appartiene a chi la ama e lavora per essa. Non a chi la disonora con dichiarazioni xenofobe. Francia, ci vediamo in semifinale. Che vinca il migliore e che il razzismo perda». Con un chiaro messaggio pubblicato sul suo profilo X, il premier spagnolo Pedro Sanchez ha voluto prendere le distanze dal suo predecessore Mariano Rajoy.
La presa di posizione è nei confronti delle parole utilizzate dal politico in un editoriale pubblicato dal quotidiano El Debate, in cui, parlando della Nazionale francese che la Spagna affronterà in semifinale martedì 14 luglio ha scritto: «I Bleus sono una squadra di altissimo livello. Detto questo, non hanno nessun giocatore francese tra le loro fila».
Frasi razziste che hanno sollevato molte polemiche nei confronti di Rajoy. Diverse le repliche. Olivier Faure, leader del Partito Socialista, ha risposto: «La Francia non è una nazione etnica; non ha colore della pelle né religione. È una nazione politica unita attorno al motto repubblicano. Con grande dispiacere della destra razzista». «Ieri una senatrice del Paraguay, ora l'ex Primo Ministro spagnolo: non possono fare a meno di esprimere un razzismo palese per cercare di irritare la nostra meravigliosa nazionale francese», invece le parole del leader del Partito Comunista Francese, Fabien Roussel.
Poche ore dopo è arrivata anche la denuncia di Sanchez: (...) La Spagna appartiene a chi la ama e lavora per essa. Non a chi la disonora con dichiarazioni xenofobe. Francia, ci vediamo in semifinale. Che vinca il migliore e che il razzismo perda».
E ORA ARGENTINA E INGHILTERRA PREPARANO LA SEMIFINALE
Aldo Cazzullo per corriere.it - Estratti
Non sarà la rivincita della guerra delle Malvinas. Sarà la rivincita dei quarti di finale di Messico 1986, la battaglia dell’Azteca, la mano de Díos – che poi era la mano di Maradona – e il gol più straordinario della storia del calcio. Certo, Messi ha segnato dopo slalom ancora più inebrianti; non all’Inghilterra però.
«Chi non salta è inglese» cantavano gli argentini a Kansas City, alla fine della sofferta vittoria con la Svizzera. Gli hinchas, i tifosi, lo fanno d’abitudine, anche se non devono giocare contro l’Inghilterra. Figuratevi mercoledì, nella semifinale di Atlanta. Le Malvinas sono un’ossessione per gli hinchas, per i calciatori, per l’intero Paese.
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Le Malvinas sono il grande torto subìto. Non è inutile però ricordare che quella guerra fece cadere un regime sanguinario, che gettava i dissidenti dagli aerei e addestrava i cani ad azzannare i prigionieri ai genitali. Del resto, i regimi cadono quando perdono le guerre: è accaduto anche a Mussolini, a Hitler, ai colonnelli greci sconfitti dai turchi a Cipro.
«Las Malvinas son argentinas» annunciò nel 1982 dal balcone della Casa Rosada il generale Galtieri, tra il tripudio della folla, dopo il blitz con cui aveva occupato le isole che in effetti distano 500 chilometri dalla Patagonia, ma sono territorio britannico. Poi il generale sfidò gli inglesi: «Si quieren venir, que vengan; les presentaremos batalla!» («se vogliono venire, che vengano; gli daremo battaglia»).
Il problema è che vennero.
La giunta militare non aveva tenuto conto che dall’altra parte dell’oceano c’era Margareth Thatcher. La Royal Navy salpò. Mitterrand, che per la Thatcher aveva un debole – «ha la bocca di Marilyn e gli occhi di Caligola» -, le passò i codici per neutralizzare i missili Exocet, che la Francia aveva venduto alla giunta militare. In Italia buona parte della Dc e del Psi sposarono la causa argentina, per la disperazione del presidente del Consiglio Spadolini, grande atlantista.
A un certo punto un sottomarino nucleare inglese inquadrò nel mirino l’incrociatore «General Belgrano». Gli ammiragli esitavano, nel timore di procurare un’escalation e perdere il sostegno degli americani. «Sink it», affondatela, digrignò la Thatcher (magistrale l’interpretazione di Meryl Streep nel film «The iron lady», la lady di ferro). I morti furono 323. La Union Jack tornò a sventolare sulle Falklands-Malvinas. Spadolini andò dalla Thatcher a scusarsi: «Colpa dei socialisti…». «I socialisti sono uguali in tutto il mondo» sorrise lei, gelida ma accondiscendente. Gli argentini scesero in piazza contro i generali, Reagan li mollò, il regime cadde. Ma la ferita restò aperta.
«La mano de Dìos» era anche uno slogan politico, era il modo scelto da Maradona per dire che Dio aveva punito gli inglesi.
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nazionale argentina cori nello spogliatoio
Stavolta chi vince va in finale contro Francia o Spagna. E la tensione sarà anche sugli spalti: l’Inghilterra è forse la squadra con la tifoseria più folta e organizzata; ma gli hinchas sono scatenati.
L’Argentina finora non ha fatto vedere granché, ma ha quella che Ungaretti definiva «allegria di naufragi»: ha rischiato di uscire contro Capo Verde, Egitto, Svizzera, e si è sempre salvata. Grazie anche al divino Messi – «por la ultima de Leo» dice il nuovo inno -, sempre in bilico tra il ritiro e il trionfo, giunto all’ultima o alla penultima partita al Mondiale: la differenza è enorme.
Dall’altra parte, gli inglesi sono stanchi. La trasferta in altura a Città del Messico, dove hanno battuto i padroni di casa in una partita durissima, è stata la vera impresa del Mondiale, ma è costata cara. Contro la Norvegia hanno finito sulle ginocchia; e buon per loro che uno dei due avversari colpiti dal virus misterioso, di cui il c.t. si era rifiutato di rivelare il nome, era chiaramente Haaland, esausto (gli americani sono tristi per la sua eliminazione perché l’avevano adottato: adorano il suo modo di attaccare l’avversario come nel football, quello americano appunto).
nazionale argentina cori nello spogliatoio 22
Anche gli inglesi hanno le loro canzoni, «Wonderwall», testo d’amore diventato inno di squadra, e «Hey Jude»: quando l’hanno cantata a Bellingham dopo la doppietta di sabato, si è commosso.
Sarà una grande semifinale. Metafora della politica e della guerra, esattamente come il calcio. E nessuno ricorderà che, secondo Borges, l’argentino è un italiano che parla spagnolo e crede di essere inglese.



