“INFANTINO NON HA INVITATO ALCUN CAMPIONE ITALIANO DEL 1982. FORSE PERCHÉ È INTERISTA E IN QUELLA SQUADRA C’ERANO TANTI BIANCONERI”- IL “BARONE” FRANCO CAUSIO, CHE VINSE IL MUNDIAL IN SPAGNA, INFILZA IL PRESIDENTE FIFA: “E’ IL MONDIALE DELLA PUBBLICITÀ PIÙ CHE DEL CALCIO. PIÙ CHE I GESTI ATLETICI CONTA MONETIZZARE” – “L’ITALIA ESCLUSA PER LA TERZA VOLTA PERCHE' NON C’È MATERIA PRIMA BUONA, E MANCANO SIA MAESTRI DI CALCIO CHE CENTRI FEDERALI. LA LACUNA DELLA TECNICA DI BASE È STRARIPANTE. E COME PUÒ LA NAZIONALE QUALIFICARSI AL MONDIALE, SE POI NELLA SERIE A GIOCANO PER OLTRE IL 70% ATLETI STRANIERI?" - "I DIFENSORI DI OGGI? I GIOCATORI DELLA MIA GENERAZIONE POTREBBERO DRIBBLARLI TENENDO LA SIGARETTA IN BOCCA…”
Luca Bergamin per il “Corriere della Sera” - Estratti
«Dico tutti i giorni una preghiera per Gaetano, Paolo ed Enzo. Sono molto religioso e penso sempre a loro tre, uomini, amici, calciatori straordinari».
I tre in questione sono rispettivamente Scirea, Rossi e Bearzot, colonne della Nazionale italiana di calcio che l’11 luglio di 44 anni fa vinceva il Mondiale spagnolo battendo 3-1 in finale la Germania, scomparsi troppo presto, specialmente il libero e l’attaccante suoi compagni di squadra nella Juventus e in maglia azzurra. Chi parla, invece, è Franco Causio, 77 anni, che in quel Mondiale venne impiegato in due occasioni tra cui gli ultimi scampoli della finale.
Ala pura ma anche mezzala dotata di straordinaria fantasia, considerato dalla critica il calciatore più brasiliano della nostra serie A (la sua seconda moglie ha origini verdeoro), è stato un esempio di longevità calcistica: quando i suoi colleghi erano soliti appendere le scarpette al chiodo (allora in gergo calcistico si diceva così per indicare un atleta che sceglieva di terminare la carriera) appena oltrepassata la soglia dei trent’anni, Causio continuò fino alle 39 primavere nella Triestina.
pertini partita a scopone sull aereo con bearzot zoff causio
Ronaldo, Messi, Modric quello nordamericano è il Mondiale dei calciatori intorno ai 40 anni. Lei li ha anticipati tutti?
«Alla mia epoca soltanto i portieri resistevano così a lungo, come dimostrò Dino Zoff proprio al Mundial spagnolo. Il mio fisico reggeva bene. Non avevo vizi, curavo l’alimentazione. Ci si allenava al massimo due ore al giorno. Oggi gli atleti sono monitorati 24 ore su 24 ore, compreso quando dormono. Hanno imparato ad allungarsi la carriera. Per loro, insomma, è decisamente più facile rispetto ai miei tempi».
La sua carriera è stata eccelsa. Ha vinto sei scudetti e una Coppa Uefa con la Juventus. E il titolo mondiale con l’Italia, ora esclusa per la terza volta consecutiva dalla competizione a squadre più importante e attesa.
«Fu il giornalista Vladimiro Caminiti a definirmi un giocatore brasiliano, mentre il soprannome di Barone mi venne dato da Fulvio Cinti de La Stampa quando mi affermai a Torino, in riferimento a quel titolo nobiliare prestigioso tipico del Sud che io mi ero meritato sul campo di calcio. Ero arrivato sotto la Mole all’età di 16 anni. Leggevo cartelli davanti alle abitazioni in cui c’era scritto che ai meridionali non si affittava casa».
Lei era nato nel centro storico di Lecce, dunque salentino purosangue.
«Mio padre mi accompagnava a scuola con la motoretta ape carica delle bombole a gas che poi avrebbe venduto. Abitavo nel centro storico che allora era piuttosto derelitto, vicino alla chiesa di Santa Maria della Provvidenza, chiamata anche delle Alcantarine. Mi ricordo che arrivai a Torino che ero proprio un ragazzino inesperto, andai a vivere al convitto dove abitavano le promesse bianconere. Ero evidentemente un predestinato a vestire la maglia bianconera visto che la prima società per cui giocai si chiamava La Juventina».
Ha eluso la risposta sull’esclusione degli azzurri...
«La causa è semplice: non c’è materia prima buona, e mancano sia maestri di calcio che centri federali. Se fossi in Giovanni Malagò, il nuovo presidente della Figc, creerei subito centri federali nelle varie fasce in cui si suddivide il Paese, affidandoli a ex calciatori affinché, dopo avere frequentato un corso per allenatori, insegnino a giocare, cominciando dai fondamentali, dal modo in cui si stoppa un pallone. La lacuna della tecnica di base adesso è straripante».
Non sarà la solita storia dell’ex calciatore che per nostalgia dei suoi anni ruggenti accusa quelli odierni di pochezza?
«No, i risultati dell’Italia sono evidenti. Sicuramente provo nostalgia per tante cose e persone, e ovviamente viviamo un nuovo millennio.
Ma mi lasci dire che ai miei tempi c’eravamo io, Bruno Conti, Claudio Sala a contenderci i migliori apprezzamenti nel nostro ruolo. I ragazzi di oggi non possono sapere chi era Heriberto Herrera con il quale ho esordito. Certi allenamenti erano esibizioni di tecnica così sopraffina che restavi incantato a guardare i tuoi compagni. Il pallone viaggiava che era una delizia. Come può inoltre, questa Nazionale qualificarsi al Mondiale, se poi nella serie A giocano per oltre il 70% atleti stranieri?».
I migliori giovani però se ne vanno. Non dovrebbero restare qui?
«Fanno bene ad andare. Ha visto quanto è emozionante la Premier League dove gioca Tonali e adesso andrà Palestra? Là si divertono, crescono in fretta».
(…)
Insomma, non le piace questo Mondiale che ormai va declinando.
«Oddio, mi sembra a quattro tempi. Dopo 22 minuti si fermano per dissetarsi, godono di quella pausa, l’hydratation break, una specie di riposino che ai miei tempi nemmeno ci sognavano. Mi pare il Mondiale della pubblicità più che del calcio. Più che i gesti atletici conta monetizzare: è sconcertante».
Colpa del presidente della Fifa Gianni Infantino?
«Infantino non ha invitato alcun campione italiano del 1982. Forse perché è interista e in quella squadra c’erano tanti bianconeri».
Lei è stato commentatore televisivo anche per Sky, e dirigente di società. Non ha mai pensato di allenare?
«Ho preso il patentino Uefa, ritenevo fosse necessario quando sono diventato commentatore televisivo avere una cognizione a 360° del gioco. Anche chi commenta il calcio riveste un ruolo importante nella crescita del movimento e dunque deve parlare con cognizione di causa. Senti, invece, certe spiegazioni da far accapponare la pelle».
Lei segnò un gol straordinario all’Argentina in una partita amichevole allo Stadio Olimpico di Roma finita 2-2 nel 1979. Fu il più bello della sua carriera?
«Forse sì. Andrebbero aggiunti i dribbling, compresi quelli in allenamento quando veniva a vederci l’Avvocato Agnelli. Si fermava sempre a parlare con me, ma non rivelerò mai cosa ci dicevamo io e lui in privato».
L’Avvocato che si annoiava così velocemente, cosa penserebbe dei calciatori di oggi?
«Cosa penserebbe del fatto che se non sei alto 1,90 centimetri non puoi praticamente giocare in serie A? Io non oso dirlo. Le marcature a uomo erano una tenaglia sempre addosso ai polpacci. Se giocassero adesso i giocatori della mia generazione potrebbero benissimo dribblare l’avversario che li controlla tenendo la sigaretta in bocca...».
Il profumo della pipa di Enzo Bearzot se lo ricorda ancora?
«Come potrei dimenticarlo? Mi sembra di odorarlo anche in questo momento. Il Vecio per me è stato più di un commissario tecnico, diciamo un amico più grande di età, friulano come lo sono diventato anche io vivendo ancora adesso a Udine. I ricordi con tutti i compagni del Mundial sono indelebili, la vicinanza con tutti loro inalterata e la tristezza per la scomparsa troppo prematura di Gaetano Scirea e quella più recente di Paolo Rossi resta immensa».
(…)
È vero che avrebbe potuto sfondare anche nel tennis?
«Ero davvero bravo. Rinascessi, magari mi darei allo sport di Sinner».
Avete vinto davvero lei e Bearzot quella storica partita a scopone scientifico contro il presidente Pertini e Dino Zoff sul DC-9, che riportava la squadra da Madrid?
«L’abbiamo vinta tutti, quella partita. Tutti».
franco causio 4
franco causio 11
franco causio 10
franco causio 1
causio e anastasi
franco causio 3






