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“HO RISCHIATO DI MORIRE PER UN’AUTOTRASFUSIONE ANDATA STORTA” – LA SECONDA VITA DI RICCARDO RICCÒ, DETTO “IL COBRA”, EX PROMESSA DEL CICLISMO ITALIANO RADIATO A VITA PER L’USO E IL TRAFFICO DI SOSTANZE DOPANTI: “ERO GIOVANE, MI SENTIVO ONNIPOTENTE. ERO UN DOPATO QUANDO TUTTI ERANO DOPATI: SE PRENDIAMO LA LISTA DEI CORRIDORI, I PIÙ FORTI SONO STATI BECCATI AL DOPING” – OGGI, A 42 ANNI, FA IL PASTICCERE IN PROVINCIA DI MODENA: “MI HANNO MASSACRATO, HO PASSATO MOMENTI DURI, SONO CADUTO IN DEPRESSIONE E ALTRE SITUAZIONI PESANTI..."

Estratto dell’articolo di Filippo Fiorini per “la Stampa”

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La sua posizione fiscale dice che è un pasticcere della provincia di Modena. […] Il tribunale nazionale antidoping dice che è un atleta radiato per l'uso e il traffico di sostanze proibite, una spirale che all'apice della carriera l'ha portato sul ciglio della morte per un’autotrasfusione andata storta. La bio del suo account Instagram, invece, dice: «Tre tappe al Giro, maglia bianca (miglior giovane), due tappe al Tour, due alla Tirreno-Adriatico, Giro d'Austria, due titoli italiani, 35 corse vinte da professionista».

 

Lui dice di essere stato «giovane, sfacciato, mi sentivo onnipotente» e «dopato quando tutti erano dopati». Dice di «essere stato massacrato» e ora, finalmente, dopo dieci anni, dice di essere riuscito a tornare in bici. Chi lo incontra per strada ride, riconosce il suo idolo, e dice: «Cobra!»

 

Riccardo Riccò, la sua squalifica è ufficialmente finita?

«Purtroppo no, anche se molti pensano che lo sia. Sono radiato a vita. In teoria sarebbe dovuta finire nel 2025, ma nel frattempo sono rimasto coinvolto in un caso di smercio di sostanze dopanti, in cui non c'entravo nulla, e l'ho dimostrato in tribunale, ma la giustizia sportiva mi voleva far fuori definitivamente e l'ha fatto».

 

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Da qualche tempo però è ritornato ad andare in bicicletta...

«Credo che molti non ci sarebbero riusciti. Mi hanno massacrato, ho passato momenti duri, sono caduto in depressione e altre situazioni pesanti, ma non voglio fare la vittima. Tre anni fa, ho ripreso in mano la bici dopo 10 anni in cui mi faceva male vedere i miei ex rivali correre e vincere. Mi ricordava quello che non ho potuto fare. Non guardavo neanche le corse. Poi, finito questo ciclo, un po' l'ho metabolizzato, anche grazie alla terapia. Adesso sono sereno, anche se la ferita c'è. È come fare un incidente e fratturarsi tutte le ossa, il dolore resta anche se impari a gestirlo».

 

[…] È stato paragonato spesso a Pantani, eravate due grandi ciclisti scalatori. Avete condiviso un destino?

«In qualcosa ci assomigliavamo, ma lui era lui e io sono io. Quando correvamo noi e scattavamo, la gente si alzava sul divano. Eravamo capaci di emozionare, perché i nostri attacchi non erano mai banali. Poi lui aveva un carattere timido, mentre io sono più estroverso e anche un po' sfacciato».

 

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Sente di aver avuto troppo poco tempo per dimostrare ciò di cui sarebbe stato capace?

«Purtroppo, è stato breve ma intenso. Se guardo Nibali, che è mio coetaneo ed è stato mio rivale, penso che quello che ha fatto lui avrei potuto farlo anch'io».

 

[…] Lei ha sempre detto di essersi domandato: se lo fanno tutti i miei rivali, perché devo essere l'unico a non farlo?

«Non cerco scuse e mi prendo le mie colpe, ma poi col tempo sono emersi tanti altri casi. Se prendiamo la lista dei corridori, tutti i più forti sono stati beccati al doping, a parte Cunego e Bettini. Quando in mezzo c'è il business, funziona così».

 

Ricevevate pressioni o era una vostra iniziativa?

«Il team manager o il direttore sportivo te lo faceva capire. Ti diceva: "Vai a casa e preparati". Non diceva dòpati. Era sottinteso che dovevi essere pronto per quando saresti tornato a correre».

 

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Lei ha rischiato di morire. Sapeva qual era la posta in gioco quando si fece l'autotrasfusione?

«Non era la prima volta che me la facevo. Era già da un anno, perché era l'unico modo per non essere trovato positivo: ti togli e ti rimetti il tuo sangue. Non l'ho inventato io, Moser fece il record dell'ora a Città del Messico e annunciò pubblicamente di averlo fatto. Purtroppo, quello che è capitato a me è capitato a tanti altri corridori, anche al Giro d'Italia. Parlo di corridori in maglia rosa che si sono poi fermati.

 

Con le trasfusioni fai da te, è una cosa che può capitare. Io non avevo paura e l'ho fatto superficialmente. Se mi fossi iniettato subito del cortisone, non mi sarebbe successo niente, ma io questa cosa non la sapevo e a vent'anni ti senti onnipotente».

 

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[…] Quale è la prossima tappa per il Cobra?

«Porterò i ciclisti che alleno a Cesenatico e faremo tre giorni sulle strade dove si allenava Pantani, percorrendo anche la tappa in cui è passato il Tour due anni fa».

 

Si sente ancora con i professionisti della sua generazione?

«Sì, spesso. La maggior parte adesso ha un ruolo nelle squadre professionali. Magari in pubblico hanno un po' paura a farsi vedere accanto a me, perché resto il Cobra, con le etichette che mi hanno attaccato. Appena i riflettori si spengono, però, siamo amici come una volta».

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