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“IO, INCOMPRESO COME VAN GOGH” - I TRIONFI, LE LITI, I NEMICI, A 6 MESI DALLA MORTE L’AUTOBIOGRAFIA DI CRUYFF: “TI PRENDONO PER PAZZO FINCHÉ NON DIVENTI UN GENIO” - AL MILAN DI CAPELLO, CHE DEMOLI’ IL SUO BARCA, PERO' DEDICA SOLO 9 RIGHE!

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1. TI PRENDONO PER PAZZO FINCHE’ DIVENTI UN GENIO

Estratto del libro “My turn” di Johan Cruyff pubblicato da “la Repubblica”

 

Una volta mi è stato chiesto come vorrei essere ricordato tra cent' anni. Per fortuna non devo preoccuparmene troppo, visto che non ci sarò.

 

Ma se proprio devo rispondere, allora vorrei essere visto come uno sportivo responsabile. Non vorrei che mi giudicassero solo come calciatore, perché verrebbero presi in considerazione solo quindici o vent' anni della mia vita, e sinceramente lo troverei riduttivo. Il talento calcistico mi è stato donato da Dio, non ho dovuto compiere alcunché per ottenerlo. Mi sono limitato ad allenarmi un poco e a divertirmi moltissimo. Andare a lavorare per me voleva dire giocare con il pallone: la considero una fortuna. Per questo le altre cose che ho realizzato nella mia vita hanno un peso più importante per me. Nel corso degli anni non tutti mi hanno capito.

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Da calciatore, da allenatore e anche in seguito. Ma non fa niente, nemmeno Rembrandt e Van Gogh furono compresi. La lezione è questa: ti prendono per pazzo finché non diventi un genio.

 

 

2. CRUYFF SECONDO CRUYFF: MEMORIE DI UN RIVOLUZIONARIO DEL CALCIO

Gianni Mura per “la Repubblica”

 

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Crujiff o Cruijff? Cruyff, è scritto in copertina dell' autobiografia del campione, scritta con Jaap de Groot e pubblicata da Bompiani: La mia rivoluzione. Esce a circa sei mesi dalla morte, per cancro ai polmoni. E poco importa come si scrive il cognome: tutti sanno chi era. La copertina è color arancia, un colore che prima di lui, e di quelli della sua generazione, non era nel gotha del calcio.

 

Ed è un grande risultato, lo pensava anche lui, che quella Nazionale olandese sia ricordata a tanta distanza dagli anni Settanta, quando arrivò due volte in finale del Mondiale e due volte la perse.

 

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Contro Germania e Argentina (ma nel 1978 Cruyff non c' era), le padrone di casa, ma per chiunque allora non fosse tedesco o argentino i veri vincitori, per come giocavano, erano gli arancioni. Per chi non avesse mai visto Cruyff in azione, valga il sintetico ritratto tracciato da Alfredo Di Stefano: «Non è un attaccante, ma fa tanti gol. Non è un difensore, ma non perde mai un contrasto. Non è un regista, ma gioca ogni pallone nell' interesse del compagno».

 

Il Pelé bianco, lo definì Gianni Brera, che pure non amava molto il calcio totale. «È una squadra-cicala», diceva dell' Olanda. Preferiva le squadre-formica, e infatti puntò sui tedeschi per la vittoria in finale. Ma di Cruyff c' era poco da criticare: sapeva essere cicala e formica, centravanti e terzino, una strano esemplare di individualista votato al collettivo: nell' Ajax, poi nel Barcellona, oltre che in maglia arancione.

 

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Era il più bravo di tutti ma aveva bisogno degli altri, perché nel calcio non si vince mai da soli. Ma era anche il ragazzo-prodigio, il direttore d' orchestra, quello che dava i tempi al padre del tiki-taka. Perché, ha sempre ammesso Pep Guardiola, quel modo di giocare, dai ragazzini della cantera fino alla prima squadra, l' ha pensato, voluto e imposto il Cruyff allenatore.

 

Uno molto sicuro di sé, a volte anche troppo. Come quando buscò un pesantissimo 0-4 dall' incompleto Milan di Capello. A questa partita sono dedicate nove righe in 234 pagine. Voglia di dimenticare, di guardare sempre in avanti, la stessa voglia che lo porta a trascurare od occuparsi di sfuggita anche dei successi (i tre Palloni d' oro, ad esempio). Il libro è bello per almeno due terzi, quando Cruyff racconta le sue famiglie, quella dignitosamente povera di Betondorf e quella formata sposando Danny Coster, figlia di Cor, uno dei maggiori commercianti di diamanti in Olanda.

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Il padre di Cruyff aveva un negozietto di frutta e verdura e un occhio di vetro.

Sfidava i clienti a chi resistesse di più guardando il sole, si copriva con una mano l' occhio buono e intascava la scommessa. Era tifosissimo dell' Ajax e amico del custode del campo. Il padre muore quando Johan ha 12 anni, la madre sposa il custode del campo e quello che Johan chiamava zio Henk diventa il suo secondo padre. Inidoneo al servizio militare (piedi piatti) a 21 anni sposa Danny, e Cor gli fa da procuratore, segue i suoi affari. Nel 1968 si presenta ai dirigenti dell' Ajax per la firma del contratto affiancato dal suocero, la cui presenza non è gradita dai dirigenti. Pronta replica di Cruyff: «Voi siete in sei, perché io dovrei essere da solo?».

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Quando Johan decide di fare a meno dei consigli di Coster non gli va bene: riesce a rimetterci sei milioni di dollari in un allevamento di maiali, ma non spiega come. Per rimpinguare la cassa andrà ai Los Angeles Aztecs. Per lui, dice, il denaro è secondario. «Ovviamente i soldi contano, sebbene non abbia mai visto un sacco di soldi segnare un gol. Può sembrare contraddittorio, ma io sono un idealista. Sono cresciuto nell' Ajax e, nonostante abbia lasciato il club tre volte in malo modo, ho sempre provato gioia per ogni sua vittoria. È un sentimento che ti entra nel sangue, difficile da definire ma bellissimo».

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Il club in malo modo lo lasciò la prima volta perché voleva la fascia da capitano, ma anche Keizer la voleva. Fu chiamato a votare l' intero spogliatoio, vinse Keizer e Cruyff partì per Barcellona. Di sfuggita, in Olanda pagava il 70 per cento di tasse, meno della metà in Spagna. In Catalogna, anzi.

 

Perché tra i meriti di Cruyff non c' è solo la manita (5-0) al Bernabeu, quand' era arrivato da poco, ma anche la convinta adesione all' indipendentismo catalano. Chiamò suo figlio Jordi, non Jorge. Allenò la nazionale catalana. Ma soprattutto, e questo vale per gli innamorati del pallone al di là delle bandiere, interpretò un calcio basato sulla velocità, sulla tecnica, sull' interscambiabilità.

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Un calcio quasi sacrilego per gli italiani, abituati alla specializzazione in un ruolo, e solo quello. Un calcio quasi provocatorio per gli italiani abituati al ritiro pre e post partita, a volte entrambe le cose, tranne che con Scopigno («A Cagliari si è in ritiro tutta la settimana»). Loro, in ritiro con mogli e fidanzate.

 

Loro, a vederli fuori campo, capelli lunghi, basette come ussari, potevano sembrare un' allegra compagnia di squinternati appena usciti da un coffee shop. Vogliamo metterci anche un portiere con l' 8 sulla schiena che giocava in posizione quasi da libero?

 

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Erano gli anni dei figli dei fiori, e quel calcio sembrava nato in una comune. Al potere non andava l' immaginazione ma un altro modo di giocare a calcio. Su tecnica e interscambiabilità Cruyff è d' accordo. Sulla velocità meno. «Non era un calcio dispendioso. Certo c' era da correre, ma era più importante correre bene che correre tanto». Da qui, spiegazione di un gioco basato su una serie di triangoli. Da qui il tiki taka.

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In quella squadra, ricorda Cruyff, c' era la fascia destra, tutta gente seria: Suurbier, Neeskens, Swart. Da loro ti potevi aspettare un lavoro ben fatto. Sulla sinistra c' erano Krol, Muhren e Keizer, chiamati dai compagni «Tuttifrutti». Da loro ti potevi aspettare qualunque cosa.

 

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L' abilità innata di Cruyff stava nell' inserirsi di qua o di là, adattandosi alle caratteristiche, o anche al centro. Molti gol li ha realizzati in posizione da centravanti, pur non essendolo, pure avendo al Barça il 9 sulla schiena, ma solo perché il regolamento non permetteva il 14. Pur di non rinunciare a quel numero, Cruyff infilava una 9 sopra una 14.

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Nel libro, enormi meriti sono riconosciuti a Michels, assai meno a Kovacs. Il primo, parere di Cruyff, aveva fatto crescere l' Ajax dicendo: «Adesso voi fate come dico io». Con il secondo («Esprimetevi liberamente») il vino prese ad andare in aceto, cominciarono le piccole gelosie, i mugugni di spogliatoio, insomma lo spegnersi del gruppo, l' inizio della fine.

 

Meno interessante, ma era giusto trattarne, la parte che riguarda l' incompatibilità e le rotture del dirigente Cruyff con altri dirigenti. Con un fil rouge nel racconto: la ragione era sempre di Cruyff. Parola di Crujiff e di Cruijff.

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