tifosi argentini argentina

VOLETE CAPIRE LA PASSIONE DEGLI ARGENTINI PER LA LORO NAZIONALE? CHE C’È CHI HA VENDUTO L'AUTO PUR DI VOLARE IN QATAR - LA "SELECCION" GUIDATA DA LEO MESSI HA RIACCESO L'ENTUSIASMO IN UN PAESE STREMATO DALL'ENNESIMA CRISI ECONOMICA: NELL'ULTIMO ANNO L'INFLAZIONE HA SEGNATO UN +96% - IN ARGENTINA UN BAMBINO SU DUE E' MALNUTRITO E NELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE ABBONDA LA CORRUZIONE...

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Emiliano Guanella per “la Stampa”

 

Non c'è niente di più argentino che il concetto «dell'allegria per il pueblo» e non c'è nulla di più forte del calcio per giungere, quasi per magia, a questo sentimento di euforia collettiva. Nel primo Mondiale senza Maradona la selección del Messi più maradoniano di tutti i tempi ha incendiato la passione di un Paese che arriva alla fine dell'anno stremato dall'ennesima e gravissima crisi economica.

 

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Nell'ultimo mese l'inflazione è stata del 5%, su scala annuale è del 96%, un deprimente record mondiale, ma questo a nessuno importa più. Il futbol, qui, è pasión, ode nazionalpopolare, laboriosa conquista emozionale fatta di sforzi, talento e sacrifici.

 

Non a caso oggi molti benedicono l'Arabia Saudita, quella debacle che ha obbligato i ragazzi di Scaloni a fare a pugni con la realtà. Da quasi favoriti a villani, da eroi predestinati ad oggetto degli sfottò dei brasiliani e dell'ironia di molti europei, tutto sembrava un film già visto; la celeste y blanca che si squaglia sul più bello e relega Messi all'ennesima delusione. 

 

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Ma è arrivato l'orgoglio e l'etica del «paso a paso» di Basilesca memoria (da Aldo Basile, bicampione della Copa America ai tempi di Batistuta), testa bassa e a lavorare, trascinati da una Pulce in stato di grazia. Se i ragazzi a Doha ce la stavano mettendo tutta, in patria non si poteva essere da meno.

 

I bambini delle scuole elementari con la maglietta sotto il grembiule bianco, i negozi con le bandiere al posto di Babbo Natale. È il primo Mondiale con la splendida primavera in fiore dei jacarandà, sono stati sistemati maxi schermi in piazze e parchi, i datori di lavoro hanno fatto uscire prima i loro dipendenti, nessuno si è dovuto fingere malato. 

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Tutti i politici, dall'impopolare presidente Alberto Fernandez in giù, hanno approfittato della situazione, per un mese nessuno a reclamare della corruzione o della violenza, nessuno a chiedere perché nel granaio del mondo un bambino su due è malnutrito. Pane e circo, può dire chi da queste parti non è mai venuto e come dargli torto. Poco importa, l'hastag «Argentina, non sforzarti a capirla» ha fatto capolino in centinaia di video che ritraggono l'illogica follia mundialista. 

 

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Gente che ha venduto l'auto per volare a Doha, chi ha perso il lavoro, la abuela (nonnetta) portata in trionfo su Tik Tok, la foto del pensionato di 82 anni di Entre Rios che si è piazzato con la sdraio davanti al negozio chiuso di elettrodomestici del suo paese per poter vedere la partita con l'Olanda davanti ad una tv da 52 pollici; tre giorni dopo gliene hanno regalata una nuova di zecca. C'è il nuovo inno cantato dal gruppo La Mosca, che parla dei ragazzi della guerra delle Malvinas e delle lacrime versate nelle tre finali perse tra 2014 e il 2020. 

 

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La maledizione spezzata con la Copa America vinta contro i "brazucas" nel Maracanã, Lionel Andrés che fa la pace con la bacheca e accende il motore della Scaloneta.

 

La chiosa del brano è una fitta al cuore, c'è il dolore della perdita e la felicità per il passaggio delle consegne, dramma e nostalgia, come in un tango. «C'è Diego, nel cielo lo possiamo vedere, è con Don Diego e con la Tota, a tifare per Lionel». 

 

Il riconoscimento per il percorso realizzato è generale, molti andranno a salutare la selección all'aeroporto anche se perderà. Messi ha messo finalmente a tacere tutti quelli che lo criticavano, sapendo diventare leader e condottiero anche con la pelota ferma. Quel "Que mirás bobo?" (cosa guardi, fesso?) al malcapitato oranje Weghorst è la quinta essenza della sua trasformazione maradoniana, l'abbraccio finale con la parte più passionale e virulenta del tifo, con buona pace dei moralisti di turno.

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 «La rabbia è il mio combustibile», diceva Diego e oggi quella rabbia è l'emblema della squadra che si sente pronta, senza trionfalismi ma senza paura a sfidare Mbappé e compagni. L'atroce incanto di essere argentini, diceva anni fa lo scrittore Marcos Aguinis, quel mix di emozioni e momenti sempre contrastanti, di gioie e dolori, di cadute e risalite. Il Paese dei cinque premi Nobel e della dittatura più sanguinaria d'America, di Quino e dei default a ripetizione. 

 

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I sociologi stanno analizzando a fondo l'oasi di felicità pallonara che si sta vivendo nel mezzo del Titanic generale. «Il sentimento più diffuso rispetto al momento economico e politico del Paese - spiega Nicolas Rotelli - è la tristezza. Il calcio ha regalato una luce di sollievo in questo buio generale». Erano tutti pronti per un altro Natale con litigi in famiglia, giovani senza lavoro e anziani con pensioni da fame. Problemi che rimangono, questo è chiaro, ma il clima ora è un altro. 

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È bastato, per così dire, il genio di Lionel, ma anche la freschezza di Julian Alvarez, la guapperia del Dibu Martinez, la modestia di Scaloni e dei suoi collaboratori Samuel, Ayala ed Aimar, tutti molto amati dai tifosi. Manca solo un passo ed è il più importante, ma comunque vada l'anno per gli argentini si è magicamente raddrizzato.

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