george w bush william f buckley jr jd vance donald trump

2006, L’ANNO IN CUI È NATO IL TRUMPISMO (A INSAPUTA DI TRUMP) – IL 22 FEBBRAIO UNA BOMBA DEVASTA LA MOSCHEA DI AL-ASKARI A SAMARRA, IN IRAQ, E DÀ IL VIA A UNA SPIRALE DI VIOLENZA SETTARIA CHE TRASFORMA IL PAESE IN UN MATTATOIO. IN QUEI GIORNI APPARE CHIARO CHE IL PROGETTO AMERICANO DI “NATION BUILDING”, INAUGURATO DA GEORGE W. BUSH DOPO L’ATTACCO ALLE TORRI GEMELLE, È FALLITO – È IN QUEL MOMENTO CHE LA DISILLUSIONE CONTAGIA ANCHE I CONSERVATORI, CHE INIZIANO A PRENDERE LE DISTANZE DALL’IDEA DI ESPORTARE LA DEMOCRAZIA – IL CHIODO SULLA TOMBA DEI NEO-CON? L’ARTICOLO DI WILLIAM BUCKLEY JR, PADRE DEL MOVIMENTO CONSERVATORE, INTITOLATO “NON HA FUNZIONATO”: “L’INTERVENTO IN IRAQ È FALLITO” – A PRIMAVERA DEL 2006, TORNA DALL’IRAQ UN CAPORALE 21ENNE, PARTITO VOLONTARIO SEI MESI PRIMA: SI CHIAMA JAMES HAMEL, E DI LÌ A POCO CAMBIERÀ NOME IN JD VANCE…

2006

Estratto da “Dentro la testa di Trump: Storia delle idee che non sa di avere”, di Mattia Ferraresi (ed. Mondadori – Frecce)

 

MATTIA FERRARESI - DENTRO LA TESTA DI TRUMP

Il caporale dei marine James Hamel torna dall’Iraq in primavera. Ha 21 anni ed è partito sei mesi prima convinto di essere parte di una missione grande: portare la democrazia e la libertà a un popolo oppresso. Così gli avevano detto i suoi superiori, così ripeteva sempre anche il presidente.

 

Al rientro a casa le sue certezze sono a pezzi. La guerra è un fallimento, l’ideologia che l’ha generata rivela la sua falsità. «Sono partito per l’Iraq nel 2005 da giovane idealista impegnato a diffondere la democrazia e il liberalismo nelle nazioni arretrate del mondo» scriverà molti anni dopo. «Sono tornato nel 2006 scettico sulla guerra e sull’ideologia che la sosteneva.»

 

Quel giovane marine si chiama oggi JD Vance ed è il primo politico con responsabilità esecutive di primo piano a essersi formato politicamente negli anni successivi alle guerre in Afghanistan e in Iraq.

 

Il 2006 è l’anno in cui la missione civilizzatrice americana collassa. Il sogno di esportare la democrazia con le armi, di rimodellare il Medio Oriente a immagine dell’Occidente, di inaugurare un nuovo ordine mondiale fondato sulla libertà e il mercato si scontra con la realtà di un paese in fiamme.

 

attentato di samarra

Il 22 febbraio una bomba devasta la moschea di al-Askari a Samarra, uno dei luoghi più sacri dell’islam sciita. La cupola dorata, costruita nel X secolo, crolla su sé stessa. Nessuno rivendica l’attentato, ma le conseguenze sono immediate.

 

Nelle ore successive centinaia di corpi vengono ritrovati per le strade di Baghdad. Inizia una spirale di violenza settaria che trasforma l’Iraq in un mattatoio. Sunniti contro sciiti, milizie contro milizie, civili contro civili. Gli esperti discutono se chiamarla guerra civile o meno, ma la sostanza è chiara: il progetto americano di «nation building» si sta dissolvendo nel sangue.

 

samarra iraq

A Washington la situazione precipita. I sondaggi mostrano che oltre il 60 per cento degli americani disapprova la gestione della guerra. Il consenso per George W. Bush, che dopo l’11 settembre aveva toccato livelli stratosferici, scende sotto il 40 per cento.

 

Ma la novità del 2006 è che la disillusione non riguarda più soltanto i liberal e i pacifisti. Per la prima volta, i conservatori cominciano a prendere le distanze.

 

A febbraio William F. Buckley Jr, il padre del movimento conservatore moderno, l’uomo che ha plasmato la destra americana dalla fondazione di «National Review» nel 1955, pubblica un editoriale dal titolo eloquente: «It didn’t work», «non ha funzionato».

 

bush e la missione in iraq

«È fuor di dubbio che l’obiettivo americano in Iraq sia fallito» scrive Buckley, che non si limita a criticare gli errori di esecuzione della guerra, ma mette in discussione le sue premesse.

 

«L’“hybris” neoconservatrice» scrive, «che assegna all’America una sorta di responsabilità geostrategica per massimizzare la democrazia, sovraccarica le risorse di un paese libero.» In un’intervista televisiva rincara la dose: quello che Bush sta facendo in Iraq «non è affatto conservatore», perché «il conservatorismo non invita a sfide non necessarie, ma insiste nel venire a patti con il mondo così com’è».

 

donald rumsfeld

Se fosse un primo ministro europeo, aggiunge, ci si aspetterebbe che si dimettesse. Il giudizio di Buckley non è isolato. Nel corso dell’anno una processione di generali in pensione chiede pubblicamente le dimissioni di Donald Rumsfeld, il segretario alla Difesa che ha orchestrato l’invasione.

 

Sono uomini che hanno servito il paese per decenni, figure rispettate dell’establishment militare, non attivisti pacifisti. Rod Dreher, commentatore conservatore che aveva sostenuto con entusiasmo l’invasione, racconta in un editoriale radiofonico la sua crisi di coscienza.

 

jd vance soldato nei primi anni duemila

Ha quarant’anni, è stato un reaganiano fin dall’adolescenza, ha detestato Jimmy Carter e celebrato la vittoria sul comunismo. Ora guarda il presidente parlare in televisione e ribolle di rabbia.

 

«La frode, la mendacità, la totale incapacità del nostro governo nella conduzione della guerra in Iraq mi hanno sconvolto» confessa. «Non doveva andare così. Non con un presidente repubblicano, non dopo Reagan.» Dreher dice di aver avuto un «pensiero eretico per un conservatore»: bisogna insegnare ai propri figli a non fidarsi mai dei presidenti e dei generali sulla parola.

 

A novembre gli americani vanno alle urne per le elezioni di metà mandato. I repubblicani perdono trenta seggi alla Camera e sei al Senato, consegnando entrambi i rami del Congresso ai democratici per la prima volta dal 1994. Bush definisce il risultato «una batosta». I sondaggi all’uscita dai seggi confermano quello che tutti sanno: la guerra in Iraq è stata la questione decisiva. Quasi la metà degli elettori dichiara di aver votato per protestare contro il conflitto. Il giorno dopo le elezioni, Rumsfeld si dimette.

 

WILLIAM F BUCKLEY JR

Quello che accade nel 2006 non è soltanto una sconfitta militare o politica. È il crollo di una visione del mondo. I neoconservatori avevano promesso che la democrazia liberale si sarebbe diffusa come un incendio benefico, che i popoli oppressi avrebbero accolto i liberatori americani con fiori e bandiere, che il Medio Oriente sarebbe diventato un giardino di nazioni pacifiche e prospere.

 

La realtà ha risposto con autobomba e fosse comuni. Il caporale Hamel non è l’unico a tornare cambiato. Un’intera generazione di veterani rientra dall’Iraq con la consapevolezza che qualcosa si è rotto nel patto fra il popolo americano e i suoi governanti. Hanno visto con i propri occhi la distanza fra la retorica di Washington e la realtà sul campo. Vance porterà questa maturata consapevolezza nella sua carriera politica.

 

JD VANCE GIOVANE MARINE

La diffidenza verso le élite, lo scetticismo verso le avventure militari, il rifiuto dell’ideologia che pretende di esportare la libertà con la forza. Tutto questo nasce nelle settimane trascorse nella base di al-Asad, nella provincia di Anbar, mentre fuori dal perimetro fortificato l’Iraq sprofonda nel caos.

 

Il conservatorismo che emergerà dalle ceneri del 2006 sarà profondamente diverso da quello che aveva mandato centinaia di migliaia di soldati in guerra. Sarà un conservatorismo ferito, disilluso, furioso con i propri leader. Buckley, che morirà nel 2008, aveva previsto anche questa svolta. Si domandava come avrebbero reagito i conservatori vedendo gli effetti disastrosi di interventi che pure erano animati da «postulati» giusti. Ci sono solo due alternative, scrive Buckley. La prima è ammettere che in uno specifico teatro del Medio Oriente i «postulati non funzionano». La seconda è abbandonare del tutto i postulati. Prendere quest’ultima strada, scrive amaramente l’intellettuale, «significa arrendersi a una specie di disperazione filosofica».

guerriglieri isis in iraq

esercito americano in medioriente 7esercito americano in medioriente 5

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