COME TI SGONFIO L'ELEFANTINO/2 - IN LIBRERIA L'ODIO-GRAFIA SU GIULIANO FERRARA. "ERA UNO STALINISTA, FOSSIMO STATI IN UNIONE SOVIETICA, MI AVREBBE SPEDITO IN UN LAGER."
Tratto da "L'arcitaliano Ferra Giuliano. Biografia di un Machiavelli contemporaneo", di Pino Nicotri (Kaos Edizioni).
[Giuseppe] Caroppoli [l'operaio delle Presse che nel 1973 si vide mettere a fianco Ferrara nella responsabilità di Mirafiori] ignora che l'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, responsabile del dicastero degli Interni nell'agitatissimo periodo che si concluse con il sequestro e l'uccisione di Aldo Moro, quando si dimise da ministro venne a sapere che il senatore torinese Pecchioli già collaborava da un pezzo, per conto del Pci, con i servizi segreti militari, Sismi, diretti dal generale Giuseppe Santovito, e che prima ancora aveva collaborato anche con il famigerato, tanto da essere poi riformato, Servizio Informazioni della difesa (Sid) del generale Giulio Grassini.
«Quando lo venni a sapere», ci rivela oggi Cossiga, «protestai con forza perché io, il ministro degli Interni, non ne aveva saputo nulla. I rapporti Pecchioli-servizi segreti divennero più stretti con Virginio Rognoni, il mio successore in quel dicastero, perché per lui garantivano i torinesi Galante Garrone e Luciano Violante, entrambi in ottimi rapporti con il senatore torinese».
Cossiga conferma anche che il Pci, allarmato dalla pregressa militanza nei propri ranghi di alcuni dei fondatori delle Brigate Rosse (Franceschini, Gallinari e Ognibene), decise con Pecchioli di fornire agli organi di polizia i nomi di tutti gli iscritti italiani che, nei terribili anni '70, non avevano più rinnovato la tessera.
Caroppoli sostiene oggi di non essere mai stato messo al corrente che Ferrara, all'epoca, aveva il porto d'armi, prendeva lezioni di tiro da Cordone, e girava armato di pistola: «Trovo molto strano che Giuliano non me ne abbia mai parlato, anche perché sapeva molto bene che io un porto d'armi ce l'avevo e andavo a sparare con i fucili da caccia.
E poi Cordone girava sempre dalle parti di via Passo Buole, faceva coppia fissa con un altro ex partigiano dalla meritata fama di duro. Sì, lo trovo strano, eppure veniva a mangiare spesso a casa mia, e mia madre lo viziava: lei gli preparava gli intingoli, i sughi prelibati e le casseruole piene di carne di cui pure ha parlato, lui, in un suo libro... Se lei lo avesse avuto davanti quando ha scelto addirittura di voltare la gabbana, lo avrebbe preso a schiaffi. Sì, sì, a schiaffi.
Io non lo so se Ferrara si è venduto e a chi, certo è che si è lasciato comprare. Era già nel suo Dna... Ma sono faccende delicate, di cui preferisco non parlare. Ripeto, non dico certo che all'epoca Giuliano fosse già una spia, ma certo era un opportunista, aveva il suo obiettivo...».
«Di Ferrara», ricorda ancora Caroppoli, «voglio raccontare un episodio per far capire quanto fosse furbo e opportunista. Una volta, nel corso di una occupazione di case popolari, era il 17 aprile del 1975, una guardia giurata, Paolo Fiocco, che era pure un attivista della Cisnal, uccise con un colpo alla testa un militante di Lotta continua, Tonino Miccichè.
C'era il rischio di una reazione furibonda, gli estremisti potevano scatenare reazioni mica da poco, soffiavano sul fuoco. Appena mi telefonarono per dirmi cosa era successo e cosa rischiava di succedere, io schizzai fuori casa, corsi nella sede della sezione del partito a mettere i megafoni sulla mia auto, andai a caricarmi alla svelta Giuliano e me lo portai a fare comizi volanti, il cosiddetto spicheraggio, davanti alle fabbriche.
Parlai più chiaro del solito. Contro gli estremisti che facevano il gioco dei padroni, magari anche senza rendersene conto... Certo, quella guardia giurata aveva fatto una cosa bestiale, ma proprio per questo bisognava evitare una reazione a catena, vendette e controvendette, non è che Lotta continua e gli altri fossero la San Vincenzo...
La situazione di proteste, espropri proletari, autoriduzioni delle bollette, occupazioni di case, scuole e quant'altro, insomma la situazione che gestivano ovunque, cercando pure di ampliarla, poteva andare a finire come poi è andata purtroppo a finire, un mare in cui nuotavano i pesci della lotta armata.
Beh, da non credere: Giuliano mi tirava per la giacchetta dicendo che era meglio stare zitti, che non era il caso, i tempi non erano ancora maturi per dire certe cose. Insomma, secondo lui quando si sospettava di un compagno era meglio lavare i panni sporchi in famiglia, restare zitti verso il mondo esterno...
Poi corremmo in sede a preparare un volantino, e Giuliano si mise alla macchina da scrivere perché era veloce a battere, svelto a preparare le matrici. Io dicevo la mia e lui pigiava sui tasti, ma dal testo che avrebbe dovuto essere anche mio tolse tutte le frasi "premature" ed "eccessive".
La sera però Ferrara, che aveva i suoi ottimi agganci a Botteghe Oscure, cioè al vertice del partito, telefonò a Roma, parlò con Gerardo Chiaromonte e mi pare anche con Paolo Bufalini, che lo catechizzarono a dovere. Fatto sta che l'indomani, da prudente che era il giorno prima con me, Giuliano diventò coraggiosissimo».
Felice Celestini all'epoca era operaio di terzo livello alle Presse (di una delle quali era l'addetto), e era membro dell'esecutivo del Consiglio di fabbrica. Oggi ricorda: «Giuliano Ferrara non era amato da nessuno, solo da qualche suo amicone della federazione o di vita allegra. Si capiva subito che era venuto qui a Torino avendo bene in mente di fare carriera. Insomma, per usarci come trampolino.
E se dal trampolino non è riuscito a saltare e andare oltre la poltrona di capogruppo comunale lo deve solo al suo carattere. Che tipo di carattere? In molti lo ricordano presuntuoso e opportunista, e non direi che ricordano male... Quando l'ho conosciuto, io ero nell'esecutivo del Consiglio di fabbrica, e lui di tutte le fabbriche era il responsabile comunista, cioè del partito.
Oltre che stalinista, è sempre stato anche un ingrato... Caroppoli, che pure era responsabile del Pci di Mirafiori, in sezione faceva tutti i lavori che mai e poi mai Ferrara avrebbe fatto perché lui si considerava un intellettuale, anche se più che altro era un figlio di papà. Caroppoli preparava l'altoparlante sulla macchina, il ciclostile, le bandiere, i cartelli, gli striscioni, e il signorino Ferrara arrivava quando era tutto pronto: approfittava del fatto che Caroppoli abitava in fondo a via Passo Buole, la stessa via della sezione del Pci a Mirafiori. Lui preferiva giocare a poker fino all'alba con Saverio Vertone, Ugo Monzeglio e gli altri della compagnia di giro del vertice del partito a Torino».
Secondo Celestini, Ferrara all'epoca era stalinista, e a titolo di esempio racconta: «Io sono sempre stato un comunista libertario, un po' anarchico se vogliamo. Quando il Pci decise la "storica" astensione verso il governo Andreotti, ero tra quelli delusi e un po' incazzati. Per farci digerire il rospo non bastò la pressione dei pezzi grossi torinesi, in una apposita assemblea in via Passo Buole dovettero venire a catechizzarci una serie di grossi dirigenti nazionali, tra i quali ricordo benissimo Giorgio Napoletano e Adalberto Minucci.
Io esposi le mie idee e le mie critiche con schiettezza. Finita l'assemblea, Ferrara disse chiaro e tondo che quella era la linea del partito e che chi, come me, non era d'accordo se ne poteva andare, e comunque doveva essere isolato. Mi chiese addirittura di consegnargli, a scopo cautelativo, la tessera di iscrizione al Pci! Fossimo stati in Unione Sovietica, mi avrebbe spedito in un lager, altro che balle!».
E come andò a finire? «Finì che gli risposi che a lui non avrei consegnato un fico secco, e lo mandai al diavolo». Conclude Celestini: «Quando Ferrara discuteva non lo faceva mai per cercare di capire le ragioni altrui, lui discuteva solo per imporre le sue idee».
2 - Fine
Dagospia 24 Luglio 2004
[Giuseppe] Caroppoli [l'operaio delle Presse che nel 1973 si vide mettere a fianco Ferrara nella responsabilità di Mirafiori] ignora che l'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, responsabile del dicastero degli Interni nell'agitatissimo periodo che si concluse con il sequestro e l'uccisione di Aldo Moro, quando si dimise da ministro venne a sapere che il senatore torinese Pecchioli già collaborava da un pezzo, per conto del Pci, con i servizi segreti militari, Sismi, diretti dal generale Giuseppe Santovito, e che prima ancora aveva collaborato anche con il famigerato, tanto da essere poi riformato, Servizio Informazioni della difesa (Sid) del generale Giulio Grassini.
«Quando lo venni a sapere», ci rivela oggi Cossiga, «protestai con forza perché io, il ministro degli Interni, non ne aveva saputo nulla. I rapporti Pecchioli-servizi segreti divennero più stretti con Virginio Rognoni, il mio successore in quel dicastero, perché per lui garantivano i torinesi Galante Garrone e Luciano Violante, entrambi in ottimi rapporti con il senatore torinese».
Cossiga conferma anche che il Pci, allarmato dalla pregressa militanza nei propri ranghi di alcuni dei fondatori delle Brigate Rosse (Franceschini, Gallinari e Ognibene), decise con Pecchioli di fornire agli organi di polizia i nomi di tutti gli iscritti italiani che, nei terribili anni '70, non avevano più rinnovato la tessera.
Caroppoli sostiene oggi di non essere mai stato messo al corrente che Ferrara, all'epoca, aveva il porto d'armi, prendeva lezioni di tiro da Cordone, e girava armato di pistola: «Trovo molto strano che Giuliano non me ne abbia mai parlato, anche perché sapeva molto bene che io un porto d'armi ce l'avevo e andavo a sparare con i fucili da caccia.
E poi Cordone girava sempre dalle parti di via Passo Buole, faceva coppia fissa con un altro ex partigiano dalla meritata fama di duro. Sì, lo trovo strano, eppure veniva a mangiare spesso a casa mia, e mia madre lo viziava: lei gli preparava gli intingoli, i sughi prelibati e le casseruole piene di carne di cui pure ha parlato, lui, in un suo libro... Se lei lo avesse avuto davanti quando ha scelto addirittura di voltare la gabbana, lo avrebbe preso a schiaffi. Sì, sì, a schiaffi.
Io non lo so se Ferrara si è venduto e a chi, certo è che si è lasciato comprare. Era già nel suo Dna... Ma sono faccende delicate, di cui preferisco non parlare. Ripeto, non dico certo che all'epoca Giuliano fosse già una spia, ma certo era un opportunista, aveva il suo obiettivo...».
«Di Ferrara», ricorda ancora Caroppoli, «voglio raccontare un episodio per far capire quanto fosse furbo e opportunista. Una volta, nel corso di una occupazione di case popolari, era il 17 aprile del 1975, una guardia giurata, Paolo Fiocco, che era pure un attivista della Cisnal, uccise con un colpo alla testa un militante di Lotta continua, Tonino Miccichè.
C'era il rischio di una reazione furibonda, gli estremisti potevano scatenare reazioni mica da poco, soffiavano sul fuoco. Appena mi telefonarono per dirmi cosa era successo e cosa rischiava di succedere, io schizzai fuori casa, corsi nella sede della sezione del partito a mettere i megafoni sulla mia auto, andai a caricarmi alla svelta Giuliano e me lo portai a fare comizi volanti, il cosiddetto spicheraggio, davanti alle fabbriche.
Parlai più chiaro del solito. Contro gli estremisti che facevano il gioco dei padroni, magari anche senza rendersene conto... Certo, quella guardia giurata aveva fatto una cosa bestiale, ma proprio per questo bisognava evitare una reazione a catena, vendette e controvendette, non è che Lotta continua e gli altri fossero la San Vincenzo...
La situazione di proteste, espropri proletari, autoriduzioni delle bollette, occupazioni di case, scuole e quant'altro, insomma la situazione che gestivano ovunque, cercando pure di ampliarla, poteva andare a finire come poi è andata purtroppo a finire, un mare in cui nuotavano i pesci della lotta armata.
Beh, da non credere: Giuliano mi tirava per la giacchetta dicendo che era meglio stare zitti, che non era il caso, i tempi non erano ancora maturi per dire certe cose. Insomma, secondo lui quando si sospettava di un compagno era meglio lavare i panni sporchi in famiglia, restare zitti verso il mondo esterno...
Poi corremmo in sede a preparare un volantino, e Giuliano si mise alla macchina da scrivere perché era veloce a battere, svelto a preparare le matrici. Io dicevo la mia e lui pigiava sui tasti, ma dal testo che avrebbe dovuto essere anche mio tolse tutte le frasi "premature" ed "eccessive".
La sera però Ferrara, che aveva i suoi ottimi agganci a Botteghe Oscure, cioè al vertice del partito, telefonò a Roma, parlò con Gerardo Chiaromonte e mi pare anche con Paolo Bufalini, che lo catechizzarono a dovere. Fatto sta che l'indomani, da prudente che era il giorno prima con me, Giuliano diventò coraggiosissimo».
Felice Celestini all'epoca era operaio di terzo livello alle Presse (di una delle quali era l'addetto), e era membro dell'esecutivo del Consiglio di fabbrica. Oggi ricorda: «Giuliano Ferrara non era amato da nessuno, solo da qualche suo amicone della federazione o di vita allegra. Si capiva subito che era venuto qui a Torino avendo bene in mente di fare carriera. Insomma, per usarci come trampolino.
E se dal trampolino non è riuscito a saltare e andare oltre la poltrona di capogruppo comunale lo deve solo al suo carattere. Che tipo di carattere? In molti lo ricordano presuntuoso e opportunista, e non direi che ricordano male... Quando l'ho conosciuto, io ero nell'esecutivo del Consiglio di fabbrica, e lui di tutte le fabbriche era il responsabile comunista, cioè del partito.
Oltre che stalinista, è sempre stato anche un ingrato... Caroppoli, che pure era responsabile del Pci di Mirafiori, in sezione faceva tutti i lavori che mai e poi mai Ferrara avrebbe fatto perché lui si considerava un intellettuale, anche se più che altro era un figlio di papà. Caroppoli preparava l'altoparlante sulla macchina, il ciclostile, le bandiere, i cartelli, gli striscioni, e il signorino Ferrara arrivava quando era tutto pronto: approfittava del fatto che Caroppoli abitava in fondo a via Passo Buole, la stessa via della sezione del Pci a Mirafiori. Lui preferiva giocare a poker fino all'alba con Saverio Vertone, Ugo Monzeglio e gli altri della compagnia di giro del vertice del partito a Torino».
Secondo Celestini, Ferrara all'epoca era stalinista, e a titolo di esempio racconta: «Io sono sempre stato un comunista libertario, un po' anarchico se vogliamo. Quando il Pci decise la "storica" astensione verso il governo Andreotti, ero tra quelli delusi e un po' incazzati. Per farci digerire il rospo non bastò la pressione dei pezzi grossi torinesi, in una apposita assemblea in via Passo Buole dovettero venire a catechizzarci una serie di grossi dirigenti nazionali, tra i quali ricordo benissimo Giorgio Napoletano e Adalberto Minucci.
Io esposi le mie idee e le mie critiche con schiettezza. Finita l'assemblea, Ferrara disse chiaro e tondo che quella era la linea del partito e che chi, come me, non era d'accordo se ne poteva andare, e comunque doveva essere isolato. Mi chiese addirittura di consegnargli, a scopo cautelativo, la tessera di iscrizione al Pci! Fossimo stati in Unione Sovietica, mi avrebbe spedito in un lager, altro che balle!».
E come andò a finire? «Finì che gli risposi che a lui non avrei consegnato un fico secco, e lo mandai al diavolo». Conclude Celestini: «Quando Ferrara discuteva non lo faceva mai per cercare di capire le ragioni altrui, lui discuteva solo per imporre le sue idee».
2 - Fine
Dagospia 24 Luglio 2004