IL VERO POTERE IN ITALIA È IN MANO AI CAPI DI GABINETTO – IL LIBRO “OLIGOCRAZIA. IL POTERE SONO IO” DI ALFONSO CELOTTO, GIÀ CAPO DI GABINETTO DI QUATTRO MINISTRI (BARCA, TRIGLIA, GRILLO, CASELLATI), RACCONTA COME SI MUOVONO I TESSITORI INVISIBILI DELLE TRAME POLITICHE: “IL POTERE FESTEGGIA E MANGIA, MA SI ESERCITA CON METODO E SA ASCOLTARE” – LA PRESENTAZIONE ROMANA DEL LIBRO È STATA MODERATA DAL GIORNALISTA GIUSEPPE SALVAGGIULO, GIÀ AUTORE DEL BEST SELLER DI QUALCHE ANNO FA CON LE CONFESSIONI DI UN POTENTE CAPO DI GABINETTO ANONIMO DAL TITOLO “IO SONO IL POTERE”, CASUALMENTE MOLTO SIMILE A QUELLO DEL MEMOIR DI CELOTTO – FOTO: CHI C’ERA ALL’EVENTO, DAL CONSIGLIERE DI STATO FRANCESCO CARINGELLA A GIULIO BASE CON UNA TINTA NERA DEGNA DI SAL DA VINCI
Estratto dell’articolo di Massimiliano Panarari per “La Stampa”
francesco caringella alfonso celotto giuseppe salvaggiulo
Il «gabinettista», questo sconosciuto. Una figura mitologica, un po’ come l’ircocervo – per rimanere sempre dalle parti della politica, seppure di un altro genere –, eppure dotato di considerevole (e non ostentato, e in quanto tale ancora più significativo) potere.
Ovvero, il primattore e il protagonista, come idealtipo, di Oligocrazia. Il potere sono io (Bompiani, pp. 208, euro 19), il nuovo libro di Alfonso Celotto, professore di Diritto costituzionale all’Università di Roma 3, presidente di Aeroporti 2030 (e firma di questo quotidiano).
Nonché illustre lavoratore di lungo corso ( per un lustro) dentro le istituzioni, che ha fatto per quattro volte il capo di gabinetto ministeriale (con Fabrizio Barca, Carlo Trigilia, Giulia Grillo, Maria Elisabetta Alberti Casellati), per altre quattro il capo legislativo (con Bonino, Calderoli, Guidi, De Luca in Campania), e almeno cinque altre volte il consigliere giuridico (con Maccanico, Bellillo, Tremonti, Gozi, Carfagna).
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IL POTERE SONO IO - ALFONSO CELOTTO
Celotto accompagna il lettore in un viaggio al termine del potere molto istruttivo e interessante, nel quale l’esperienza della gestione diretta di una delle sue forme meno visibili (ma, anche per questo, più rilevanti, l’oligocrazia dei capi di gabinetto) si mescola alle riflessioni dell’intellettuale pubblico abituato a scrivere sui giornali e a dibattere nei salotti televisivi e agli inserti giuridici veri e propri su come funzionano le macchine istituzionali.
[…] l’autore ha avuto una breve parentesi da funzionario della Banca d’Italia, la nostra tecnocrazia per eccellenza, accorgendosi tuttavia che non era il suo, ed è diventato un accademico riconosciuto, viatico per trasformarsi, cammin facendo, anche in un grand commis di Stato.
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E misurarsi così con quel potere di cui, nel libro, scrive che non possiede un’ideologia, non ha un colore né un orientamento di destra o di sinistra, ed è «come l’acqua. Trasparente, impalpabile ma incontenibile. Entra, si insinua, prende i suoi spazi, ma non lo vedi, anche se forse lo senti addosso».
E dal momento che alla (per l’università) tenera e giovanissima età di 35 anni Celotto era già diventato professore ordinario, scalando tutto d’un fiato e alla velocità della luce la piramide accademica, sentiva il bisogno di altro. Così, con il posto di capo ufficio legislativo della ministra Emma Bonino, nel luglio del 2006, poco dopo la vittoria dell’Italia ai Mondiali di calcio, anche Celotto vince, nella fattispecie il suo ingresso nelle dorate stanze del potere.
E di qui in avanti l’aneddotica del giurista si fa anche molto spassosa e divertente, dandoci la sensazione di un antropologo dei cerimoniali e delle liturgie dei Palazzi e di un etologo del bestiario politico.
Varcare la spessa linea d’ombra del potere produce conseguenze di vario genere, come l’improvvisa considerazione e rivalutazione da parte di chi, per esempio, lo chiamava Cerotto anziché Celotto.
E genera gli inviti alle feste che contano davvero: al Quirinale per gli auguri natalizi e il brindisi del 2 giugno, alle ambasciate di Stati Uniti e Francia, alla Mostra del cinema di Venezia come alla prima della Scala e al Festival di Sanremo.
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Soprattutto, il passaggio della linea d’ombra induce a dovere mimetizzarsi in quella grande recita che va costantemente in scena all’insegna di regole ferree, alle quali, pertanto, seppure schermati dall’ironia e dalla “giusta distanza”, bisogna invariabilmente adeguarsi.
Così, se al tavolo del Preconsiglio dei ministri – dove si mettono a punto sotto il profilo tecnico i provvedimenti – si va con la delega di un ministro “pesante”, «tutti ti cercano e ti adulano». E «se invece rappresenti un ministero piccolo devi essere stronzo», ovvero «devi fare il prezioso, usare parole volutamente difficili, creare problemi, fare riserve citando articoli di leggi vecchissime».
Una logica che viene amplificata dalla funzione di capo di gabinetto, anche se, come mostra anche la storia dell’amministrazione pubblica sotto la Repubblica, si tratta di un ruolo per il quale vengono richieste esperienza e continuità più che la fedeltà. I gabinettisti provengono immancabilmente da tre fucine: Consiglio di Stato, Avvocatura dello Stato e Corte dei conti e, in misura più marginale, dai ruoli accademici.
Il capo di gabinetto esemplare, come scrive Celotto, dovrebbe adottare la “regola del tre”: istruire bene la pratica, ascoltare gli interessati, i dipartimenti, i consiglieri, e cercare giustappunto almeno un trittico di possibili vie d’uscita, con i pro e i contro, lasciando naturalmente al ministro la scelta finale. E, dunque, così facendo, «apparecchiare la tavola» del decision-making ministeriale nel migliore dei modi.
Il potere «festeggia e mangia», ma «si esercita con metodo» e «sa ascoltare»; «è coraggio» (in alcuni casi), e «(anche) fragile». E questo libro è un ottimo breviario per osservarne le manifestazioni e le declinazioni nello Stato e nella burocrazia di casa nostra.
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