UCCI UCCI, C'E' RICUCCI - SE A VIA SOLFERINO ARRIVANO I FRANCESI BOLLERE' E BERHEIM: ESISTE UN BINARIO FINANZIARIO CHE DA TRIESTE, PASSANDO PER MILANO, PORTA DRITTO DRITTO A PARIGI (IN QUESTO CASO SENZA DEVIARE PER TORINO).
Stefano Cingolani per "Il Riformista"
«La sua ricostruzione non è priva di immaginazione, ma vede, lei ha sbagliato un dettaglio fondamentale: Vincent Bolloré non è il cavaliere nero, semmai può diventare il cavaliere bianco». Un uomo di borsa che ha lavorato a lungo in una banca d'affari, è incuriosito dall'idea di collocare il finanziere bretone nei grandi giochi che sconvolgono la finanza del nord. Ma il suo ruolo gli appare diverso, non di distruttore, semmai di ricostruttore.
C'è una scuola di pensiero secondo la quale, Stefano Ricucci, giunto al fin della sua corsa, venderà il 15% al proprio finanziatore principale, Gianpiero Fiorani (le banche non possono avere più di quella quota in una società editoriale) e si terrà il 5% come fiche per entrare nel club, la cosa che desidera di più al mondo insieme ad Anna Falchi. A quel punto, sarà il banchiere lodigiano a bussare alla porta del patto di sindacato Rcs. Lo si potrà tener fuori, soprattutto dopo che avrà conquistato Antonveneta creando un gruppo bancario di non secondaria importanza? Perché il passaggio fondamentale, ovviamente, è che prima la Bpi conquisti la banca patavina. Quindi, dovremo aspettare ancora un po'.
Una seconda scuola di pensiero, invece, sostiene che sarà Mediobanca a liquidare completamente Ricucci. Userà una emissione straordinaria, prenderà il pacchetto per redistribuirlo agli attuali soci del patto (o per rivenderne una parte a Romain Zaleski, raider più gradito dall'establishment, che è in stand-by). Un'opera di stabilizzazione, la quiete dopo la tempesta, il termidoro in via Solferino. Ma molti, anche tra gli azionisti storici si stanno chiedendo se questa è una soluzione o solo un modo per togliere di mezzo l'intruso, in attesa che si presenti uno scalatore con le spalle ben più coperte.
Perché una cosa è certa: l'avventura dell'immobiliarista dei Castelli ha messo in luce la vulnerabilità del primo gruppo editoriale italiano. Dunque, bisogna trovare una via d'uscita almeno di medio periodo. Quale? Un socio forte tra i pattisti? E chi? Le più dotate di capitale sono le banche, ma si possono mettere anche i giornali in mano alle banche? Creare un paravento istituzionale, cambiando assetto e natura a una impresa che comunque sta sul mercato e in borsa? Non è cosa semplice e, soprattutto, passa inevitabilmente per una sorta di via libera politico difficile da ottenere prima delle elezioni. E allora?
Il nostro finanziere invita a guardare al modello americano. Che cosa succede se una impresa è sotto attacco e non ha le munizioni per difendersi? Cerca un cavaliere bianco. Ma, ancor meglio, getta la lenza in acque profonde e aspetta che abbocchi un grande pesce. Il modo più efficace per respingere un raid è rendere l'assalto impossibile attraverso il merger con un' altra impresa. Per Rcs, del resto, sarebbe una via d'uscita. Creare un gruppo editoriale solido, inattaccabile, è il sogno nel cassetto che non si potrà mai realizzare in Italia. Con chi, del resto? Poligrafici editoriale? Non è abbastanza grande e robusto. Altri non ce ne sono, escludendo, natutralmente, il concorrente numero uno, cioè l'Espresso.
Fin dai tempi di Romiti, Rcs aveva cominciato a gettare lo sguardo fuori dalle Alpi. Aveva tentato l'operazione periodici con la tedesca Burda, ma non era riuscita. Nei libri aveva comprato Flammarion in Francia, casa editrice di prestigio, ma piccola. Sono alleanze di prodotto. Romiti sperava di trovare anche un partner a tutto campo e puntava molto sui buoni uffici della Fiat France, allora secondo gruppo straniero oltr'Alpe, dopo Ibm. Fiat, attraverso La Stampa è il principale azionista singolo di Le Monde. E il presidente di Fiat France, siede nel consiglio di amministrazione. Tuttavia, Le Monde non è disponibile a perdere la sua indipendenza e specificità. C'era stato un cauto abboccamento con il gruppo Hersant, editore del Figaro, primo quotidiano francese. Ma non è mai andato a buon fine.
Nel frattempo, però, il gruppo Hersant è finito nelle mani di Serge Dassault, quello degli aeroplani, un altro industriale che, come Lagardère (che ha preso Hachette), dagli armamenti e dall'alta tecnologia, si è buttato sui media. E si sta interrogando sul proprio futuro. Soprattutto nel momento in cui l'industria della difesa europea è sottoposta a una forte concentrazione. E' vero, Dassault produce i jet esecutive, i Falcon, che gli procurano buoni incassi, ma niente a paragone dei Mirage e Rafale. Se si riducono o vengono a mancare (l'areonautica francese passerà nei prossimi anni all'Eurofighter prodotto da Aerospatiale-Eads di cui è azionista Lagardère insieme al tesoro francese ), gli interrogativi sul futuro si faranno più stringenti.
Dassault potrebbe vendere a Eads la sua divisione aeronautica, entrando nel capitale del gruppo come azionista rilevante accanto (o persino al posto) di Lagardère. Ma sarebbe un socio finanziario (dopo Daimler, Bae e Casa) e non produrrebbe più aerei. Figaro è un buon giornale, molto istituzionale e chiracchiano. Sul piano industriale un po' seduto. Avrebbe bisogno di uno scatto, per il quale ci vogliono investimenti cospicui. Il suo interesse a uscire da una dimensione domestica, quindi, potrebbe crescere. Ma ci vuole, come sempre in queste cose, un progetto e un rainmaker direbbero gli americani. Ebbene, le roi de la pluie, nel caso specifico, esiste.
Vincent Bolloré è da sempre in ottimi rapporti con Dassault. E in Mediobanca rappresenta anche Dassault oltre che Groupama, i soci del Gruppo C che sfiorano il 10% del capitale. Non solo, è appena diventato il vero patron di Havas, sesta società mondiale nella raccolta pubblicitaria. Anche Bolloré sta facendo un tentativo di spostarsi sui media. Ha cercato di acquistare Liberation (finita ai Rothschild), compra radio, tv via cavo ed è disposto a vendere anche il business da cui la famiglia è partita nel lontano 1829: i trasporti marittimi.
Bolloré investissement (il nome Albatros sembrava inadeguato a un gruppo da quasi 6 miliardi di euro e, soprattutto, suonava troppo predatorio) mantiene altri business storici: la carta speciale per vangeli e sigarette, le piantagioni di caucciù in Cambogia, quelle di caffé e altre commodities in Africa e Indocina, soprattutto una ragnatela di partecipazioni finanziarie. Vicepresidente di Bolloré Investissement è Antoine Bernheim, uno dei grandi vecchi della finanza francese, entrato a far parte di Lazard negli anni '50, invitato dal granmde amico di Enrico Cuccia, André Meyer.
Bernheim era un immobiliarista, perché portò in dote delle società, come la Rue Imperiale che possedevano grandi stabili a Marsiglia e nel sud della Francia. In cambio divenne non solo partner, ma socio della banca d'affari, uno dei principali dopo il patron David-Weill. Ora Lazard si sta americanizzando, andrà in borsa portata da Wasserstein, Bernheim certo non ci rimetterà. Ma da molti anni il suo vero orizzonte s'è fatto italiano: l'incarico di gran lunga più importante è la presidenza delle Generali, perduta e poi riconquistata in una lotta ai ferri corti con Vincenzo Maranghi. La stessa che portò alla defenestrazione del delfino di Cuccia e al cambiamento azionario di Mediobanca. Bolloré due anni fa fu uno dei protagonisti del primo grande attacco al sistema creato il Lord protettore del capitalismo italiano. Da lì, del resto, comincia la storia che stiamo vivendo in queste settimane.
Abbiamo deviato un po', per far capire che esiste un binario finanziario che da Trieste, passando per Milano, porta dritto dritto a Parigi (in questo caso senza deviare per Torino). E potrebbe salvare Rcs (e il Corsera) da mani ruvide e rapaci, creando un accordo industriale con un gruppo che fa parte a pieno dell'establishment europeo. Sia chiaro, siamo nel campo delle speculazioni. Non si conoscono contatti tra Dassault e Mediobanca o altri azionisti Rcs. Tuttavia l'ipotesi è affascinante.
La via per non diventare preda, l'ha indicata Alessandro Profumo. Ci vuole il suo coraggio e la sua tenacia. Certo Unicredit è una banca solida, forte e profittevole. Ma attenzione, Rcs ha molte criticità soprattutto nei periodici perché i libri vanno meglio dopo la cura De Bortoli (e grazie a Karol Wojtyla scrittore), tuttavia il Corsera è una macchina da soldi. Ed è più grande del Figaro (la sua tiratura è doppia). Quindi nessuno può alzare la bandiera dell'italianità, perché l'accordo sarebbe senza dubbio vantaggioso per il gruppo nazionale. La alzeranno i politici il cui obiettivo vero non è avere un forte «campione editoriale», ma condizionarne il direttore e, perché no, nominarlo come è avvenuto sovente. Chi ha voglia che la stampa sia sottratta alle mani dei politici, più rapaci di quelle dei raider, dovrebbe fare il tifo per una soluzione che non sia «all'italiana».
Dagospia 07 Luglio 2005
«La sua ricostruzione non è priva di immaginazione, ma vede, lei ha sbagliato un dettaglio fondamentale: Vincent Bolloré non è il cavaliere nero, semmai può diventare il cavaliere bianco». Un uomo di borsa che ha lavorato a lungo in una banca d'affari, è incuriosito dall'idea di collocare il finanziere bretone nei grandi giochi che sconvolgono la finanza del nord. Ma il suo ruolo gli appare diverso, non di distruttore, semmai di ricostruttore.
C'è una scuola di pensiero secondo la quale, Stefano Ricucci, giunto al fin della sua corsa, venderà il 15% al proprio finanziatore principale, Gianpiero Fiorani (le banche non possono avere più di quella quota in una società editoriale) e si terrà il 5% come fiche per entrare nel club, la cosa che desidera di più al mondo insieme ad Anna Falchi. A quel punto, sarà il banchiere lodigiano a bussare alla porta del patto di sindacato Rcs. Lo si potrà tener fuori, soprattutto dopo che avrà conquistato Antonveneta creando un gruppo bancario di non secondaria importanza? Perché il passaggio fondamentale, ovviamente, è che prima la Bpi conquisti la banca patavina. Quindi, dovremo aspettare ancora un po'.
Una seconda scuola di pensiero, invece, sostiene che sarà Mediobanca a liquidare completamente Ricucci. Userà una emissione straordinaria, prenderà il pacchetto per redistribuirlo agli attuali soci del patto (o per rivenderne una parte a Romain Zaleski, raider più gradito dall'establishment, che è in stand-by). Un'opera di stabilizzazione, la quiete dopo la tempesta, il termidoro in via Solferino. Ma molti, anche tra gli azionisti storici si stanno chiedendo se questa è una soluzione o solo un modo per togliere di mezzo l'intruso, in attesa che si presenti uno scalatore con le spalle ben più coperte.
Perché una cosa è certa: l'avventura dell'immobiliarista dei Castelli ha messo in luce la vulnerabilità del primo gruppo editoriale italiano. Dunque, bisogna trovare una via d'uscita almeno di medio periodo. Quale? Un socio forte tra i pattisti? E chi? Le più dotate di capitale sono le banche, ma si possono mettere anche i giornali in mano alle banche? Creare un paravento istituzionale, cambiando assetto e natura a una impresa che comunque sta sul mercato e in borsa? Non è cosa semplice e, soprattutto, passa inevitabilmente per una sorta di via libera politico difficile da ottenere prima delle elezioni. E allora?
Il nostro finanziere invita a guardare al modello americano. Che cosa succede se una impresa è sotto attacco e non ha le munizioni per difendersi? Cerca un cavaliere bianco. Ma, ancor meglio, getta la lenza in acque profonde e aspetta che abbocchi un grande pesce. Il modo più efficace per respingere un raid è rendere l'assalto impossibile attraverso il merger con un' altra impresa. Per Rcs, del resto, sarebbe una via d'uscita. Creare un gruppo editoriale solido, inattaccabile, è il sogno nel cassetto che non si potrà mai realizzare in Italia. Con chi, del resto? Poligrafici editoriale? Non è abbastanza grande e robusto. Altri non ce ne sono, escludendo, natutralmente, il concorrente numero uno, cioè l'Espresso.
Fin dai tempi di Romiti, Rcs aveva cominciato a gettare lo sguardo fuori dalle Alpi. Aveva tentato l'operazione periodici con la tedesca Burda, ma non era riuscita. Nei libri aveva comprato Flammarion in Francia, casa editrice di prestigio, ma piccola. Sono alleanze di prodotto. Romiti sperava di trovare anche un partner a tutto campo e puntava molto sui buoni uffici della Fiat France, allora secondo gruppo straniero oltr'Alpe, dopo Ibm. Fiat, attraverso La Stampa è il principale azionista singolo di Le Monde. E il presidente di Fiat France, siede nel consiglio di amministrazione. Tuttavia, Le Monde non è disponibile a perdere la sua indipendenza e specificità. C'era stato un cauto abboccamento con il gruppo Hersant, editore del Figaro, primo quotidiano francese. Ma non è mai andato a buon fine.
Nel frattempo, però, il gruppo Hersant è finito nelle mani di Serge Dassault, quello degli aeroplani, un altro industriale che, come Lagardère (che ha preso Hachette), dagli armamenti e dall'alta tecnologia, si è buttato sui media. E si sta interrogando sul proprio futuro. Soprattutto nel momento in cui l'industria della difesa europea è sottoposta a una forte concentrazione. E' vero, Dassault produce i jet esecutive, i Falcon, che gli procurano buoni incassi, ma niente a paragone dei Mirage e Rafale. Se si riducono o vengono a mancare (l'areonautica francese passerà nei prossimi anni all'Eurofighter prodotto da Aerospatiale-Eads di cui è azionista Lagardère insieme al tesoro francese ), gli interrogativi sul futuro si faranno più stringenti.
Dassault potrebbe vendere a Eads la sua divisione aeronautica, entrando nel capitale del gruppo come azionista rilevante accanto (o persino al posto) di Lagardère. Ma sarebbe un socio finanziario (dopo Daimler, Bae e Casa) e non produrrebbe più aerei. Figaro è un buon giornale, molto istituzionale e chiracchiano. Sul piano industriale un po' seduto. Avrebbe bisogno di uno scatto, per il quale ci vogliono investimenti cospicui. Il suo interesse a uscire da una dimensione domestica, quindi, potrebbe crescere. Ma ci vuole, come sempre in queste cose, un progetto e un rainmaker direbbero gli americani. Ebbene, le roi de la pluie, nel caso specifico, esiste.
Vincent Bolloré è da sempre in ottimi rapporti con Dassault. E in Mediobanca rappresenta anche Dassault oltre che Groupama, i soci del Gruppo C che sfiorano il 10% del capitale. Non solo, è appena diventato il vero patron di Havas, sesta società mondiale nella raccolta pubblicitaria. Anche Bolloré sta facendo un tentativo di spostarsi sui media. Ha cercato di acquistare Liberation (finita ai Rothschild), compra radio, tv via cavo ed è disposto a vendere anche il business da cui la famiglia è partita nel lontano 1829: i trasporti marittimi.
Bolloré investissement (il nome Albatros sembrava inadeguato a un gruppo da quasi 6 miliardi di euro e, soprattutto, suonava troppo predatorio) mantiene altri business storici: la carta speciale per vangeli e sigarette, le piantagioni di caucciù in Cambogia, quelle di caffé e altre commodities in Africa e Indocina, soprattutto una ragnatela di partecipazioni finanziarie. Vicepresidente di Bolloré Investissement è Antoine Bernheim, uno dei grandi vecchi della finanza francese, entrato a far parte di Lazard negli anni '50, invitato dal granmde amico di Enrico Cuccia, André Meyer.
Bernheim era un immobiliarista, perché portò in dote delle società, come la Rue Imperiale che possedevano grandi stabili a Marsiglia e nel sud della Francia. In cambio divenne non solo partner, ma socio della banca d'affari, uno dei principali dopo il patron David-Weill. Ora Lazard si sta americanizzando, andrà in borsa portata da Wasserstein, Bernheim certo non ci rimetterà. Ma da molti anni il suo vero orizzonte s'è fatto italiano: l'incarico di gran lunga più importante è la presidenza delle Generali, perduta e poi riconquistata in una lotta ai ferri corti con Vincenzo Maranghi. La stessa che portò alla defenestrazione del delfino di Cuccia e al cambiamento azionario di Mediobanca. Bolloré due anni fa fu uno dei protagonisti del primo grande attacco al sistema creato il Lord protettore del capitalismo italiano. Da lì, del resto, comincia la storia che stiamo vivendo in queste settimane.
Abbiamo deviato un po', per far capire che esiste un binario finanziario che da Trieste, passando per Milano, porta dritto dritto a Parigi (in questo caso senza deviare per Torino). E potrebbe salvare Rcs (e il Corsera) da mani ruvide e rapaci, creando un accordo industriale con un gruppo che fa parte a pieno dell'establishment europeo. Sia chiaro, siamo nel campo delle speculazioni. Non si conoscono contatti tra Dassault e Mediobanca o altri azionisti Rcs. Tuttavia l'ipotesi è affascinante.
La via per non diventare preda, l'ha indicata Alessandro Profumo. Ci vuole il suo coraggio e la sua tenacia. Certo Unicredit è una banca solida, forte e profittevole. Ma attenzione, Rcs ha molte criticità soprattutto nei periodici perché i libri vanno meglio dopo la cura De Bortoli (e grazie a Karol Wojtyla scrittore), tuttavia il Corsera è una macchina da soldi. Ed è più grande del Figaro (la sua tiratura è doppia). Quindi nessuno può alzare la bandiera dell'italianità, perché l'accordo sarebbe senza dubbio vantaggioso per il gruppo nazionale. La alzeranno i politici il cui obiettivo vero non è avere un forte «campione editoriale», ma condizionarne il direttore e, perché no, nominarlo come è avvenuto sovente. Chi ha voglia che la stampa sia sottratta alle mani dei politici, più rapaci di quelle dei raider, dovrebbe fare il tifo per una soluzione che non sia «all'italiana».
Dagospia 07 Luglio 2005