RUTELLI COLTELLI - IL MERCOLEDI' FATALE IN CUI D'ALEMA FINI' AL FRANTOIO DELL'ULIVO
Umberto la Rocca per La Stampa
E´ evidente che uno non può essere leader dell´Ulivo e capo di un partito. Se vuole fare gli interessi del suo partito, non si capisce perché noi, che siamo una forza politica diversa, dovremmo farci rappresentare da lui. Non possiamo certo riconoscerci in qualcuno che ci vuole danneggiare». Massimo D´Alema è appena tornato da Reggio Calabria, dove ha commemorato Italo Falcomatà, sindaco antimafia dell´Ulivo. Ha parlato con i «compagni» calabresi, ha tastato il polso a quel che resta del partito dopo la sconfitta del 13 maggio. Ha sentito la rabbia sorda per lo schiaffo subito sulla Convenzione europea, per i rapporti tutt´altro che idilliaci con l´alleato della Margherita in periferia, la preoccupazione per le prossime amministrative. Sa che, dopo quanto è successo, se nulla cambiasse al vertice della coalizione, se Francesco Rutelli restasse lì come se niente fosse, la Quercia lo vivrebbe come un affronto e una resa. Per non parlare della sinistra interna, di Sergio Cofferati, pronti a sfruttare la debolezza dei leader «riformisti».
Così, dopo aver ragionato freddamente sui fatti, D´Alema ne trae le conseguenze politiche. Che suonano semplici: il maggior partito dell´Ulivo e il suo presidente sfiduciano il leader dell´alleanza. E non serve ora dire, come fa Rutelli in una pausa del convegno su politica e web che lo tiene inchiodato a Stoccolma, che «adesso bisogna stare attenti a non esasperare i problemi». Certo, l´ultimo dell´infinita serie di scontri nel centrosinistra non è nato da un´occasione particolarmente significativa. «Stiamo parlando», concorda D´Alema, «di un´assemblea di sherpa che deve svolgere un lavoro assolutamente preliminare, la cosa importante della Convenzione è la presidenza». E aggiunge con quel misto di orgoglio e di consapevolezza del proprio valore che così poco piace alla gente: «Per questo non sono né disperato né dispiaciuto per non esserci andato, non mi sarei sentito promosso, non mi sento fregato. Quando Fassino mi ha chiesto se ero disponibile, ho risposto di sì più che altro per quieto vivere...».
E allora? Che cosa ha trasformato la nomina di uno sherpa, seppure di elevatissimo livello, in una mina sulla quale il leader dell´Ulivo ha messo il piede e sulla quale rischia di saltare con la poltrona e tutto? Conoscendo il carattere e la memoria da elefante dei due protagonisti, è forte la tentazione di leggere nella vicenda un´eco personale, le antiche ruggini che li hanno sempre divisi. Da quando l´erede della più grande forza comunista d´Occidente mise il sindaco di Roma nel mazzo di quei «cacicchi» che volevano, a suo dire, riportare l´Italia al tempo di Giolitti e dei cento ras locali, attentando alla funzione democratica dei partiti. Fino alla battaglia sotterranea della prima estate del millennio, quando Rutelli lavorava nell´ombra per essere il candidato del centrosinistra a Palazzo Chigi, Veltroni incontrava Parisi sulla spiaggia bianca di Villasimius e dava il via libera all´operazione in cambio del Campidoglio, e D´Alema invece tifava per Giuliano Amato. Consigliandogli: «Ricevi Rutelli e dài tu l´annuncio che anche lui è in pista. Vedrai che la candidatura si sgonfierà come un soufflé malriuscito». Ma il leader della Quercia, come si sa, è maestro nel cucinare risotti, non soufflé. E la «nomination» dell´ex allievo di Pannella andò trionfalmente in porto.
D´Alema però, smentisce qualsiasi rancore, ogni desiderio di vendetta, qualsivoglia coloritura personale: «Io non sono arrabbiato con nessuno, ho parlato con tutti, anche con Rutelli, nella massima serenità. Se non fossi sereno non me ne andrei in giro, non sarei andato a Reggio a ricordare Falcomatà. Chi mi ha ascoltato parlare, e in prima fila c´erano tutti i rappresentanti della Margherita, sa che sono tranquillo». E allora, per capire, bisogna ritornare a quel fatale mercoledì in cui l´Ulivo è andato in pezzi. Bisogna fare un nuovo sopralluogo sulla scena del delitto. Intorno alla quale, il presidente dei Ds vede aggirarsi un mandante, un sicario e, poco più in là, un complice, una «talpa». Su un punto soltanto le ricostruzioni di D´Alema e di Rutelli concordano. Dice il primo: «Non ero candidato, la discussione era a un livello assolutamente preliminare». Spiega il secondo: «Nessuno aveva capito che Massimo voleva andare veramente alla Convenzione». E, preso l´abbrivio, vola: «Le discussioni interne all´Ulivo prevedevano due candidature, Andrea Manzella, se la nomina fosse toccata a un senatore, Enrico Letta se la scelta fosse caduta su un deputato. Di D´Alema non si era mai parlato. A un certo punto ne ho parlato io con Fassino, di mia iniziativa e lui mi ha risposto "aspettiamo, aspettiamo, non possiamo esporre il suo nome; se poi Casini designa Follini che cosa facciamo?".
Tre ore dopo è accaduto proprio questo, il presidente della Camera ha nominato l´uomo a lui più vicino. D´altro canto si sapeva che per la candidatura di D´Alema non esistevano le condizioni politiche, Casini è stato svelto a portare a casa il risultato e Pera ha fatto una cosa ovvia, osservando i nomi che erano in campo e scegliendo un centrista. Tutto qui, i fatti sono questi. E sono fatti incontestabili». Forse, ma non per D´Alema. Convinto che Casini, per il quale l´atteggiamento bipartisan è diventato in questi primi mesi di legislatura una seconda pelle, abbia preso atto a malincuore di quel che stava accadendo. Quanto a Follini «avvertito della mia candidatura, era pronto a tirarsi indietro. Me lo ha fatto sapere». No, per il leader della Quercia il mandante non è Casini, ma un´entità collettiva, la maggioranza, che prende ora le fattezze di Silvio Berlusconi, ora del leader di An: «E´ evidente che alla destra il mio nome non andava bene. Forse dava fastidio a Fini che ci fossi anch´io alla Convenzione...ma una cosa è certa, tutto quello che è successo, dall´accelerazione dei tempi alla conclusione, è stato determinato dalla volontà del centrodestra».
E il mandante ha trovato un sicario, seppur in quelle ore malandato dall´influenza, nel politico-filosofo che siede sullo scranno più alto di palazzo Madama. «Marcello Pera. E´ il presidente del Senato o un capobastone della maggioranza? Doveva nominare un rappresentante del Parlamento, non suo personale, e quindi doveva consultare i gruppi politici. Cosa che non ha fatto. Poteva aspettare, visto che la dead line per la nomina è il 31 gennaio. Tanto più che la vicepresidenza di Amato incontrava delle difficoltà, quindi, avevo suggerito, aspettiamo di vedere come va a finire. In questo modo, se fosse caduto, avremmo potuto recuperare Amato come rappresentante del Senato e lo si sarebbe potuto riproporre alla seconda carica della Convenzione. Pera non ha fatto nulla di tutto questo. Ha visto la possibilità di aprire una breccia nel centrosinistra e ha accelerato». Guai a mettere in dubbio la correttezza del cavaliere bianco di Montecitorio. Pera, si sa, sostiene di essersi messo in azione solo dopo che Casini aveva deciso per Follini.
La replica di D´Alema è durissima: «Mente. Casini, quando ha saputo che c´era in ballo il mio nome, ha chiamato Follini e gli ha detto "se c´è D´Alema, non ti posso designare". Tanto è vero che è nata così la candidatura di D´Onofrio. Dopodiché bisognava soltanto aspettare. Invece, alle dieci di sera, il presidente del Senato ha preso la sua decisione. Casini non ne sapeva niente, posso certificare che Casini a quell´ora non lavora già più...». In realtà, questo è il punto debole della ricostruzione. Perché la notizia che era stato chiuso l´accordo sui nomi di Follini e Dini, è arrivata ai giornali da Montecitorio, verso le otto e mezza. E parecchi testimoni sono pronti a giurare che a quell´ora Casini non aveva ancora ceduto alla stanchezza. Gli stessi testimoni però, assicurano che quella della terza carica dello Stato è stata soltanto una furbizia dell´ultim´ora, un tocco di mestiere naturale in un erede della tradizione scudocrociata: sapendo che la maggioranza aveva fatto muro contro l´ipotesi D´Alema e che Pera si apprestava a indicare Dini, Casini si è affrettato a bloccare l´altro posto per il fidato Follini, ad evitare scherzi.
Come che sia, nella ricostruzione di Massimo D´Alema, compare il terzo personaggio, «la talpa», l´uomo che ha avvertito che la vittima era in casa indifesa e ha aperto la porta al killer. E´ l´ultimo ad entrare in scena, ma ha un ruolo chiave e perciò diventa l´obbiettivo più prossimo della vendetta dell´ex presidente del Consiglio. «Tutto quel che è successo è la prova che c´è stato un grave elemento di scorrettezza anche nel centrosinistra. La destra e Pera hanno tentato un colpo di mano e hanno trovato una sponda nella Margherita. D´altra parte, se così non fosse, il capo dell´Ulivo avrebbe dovuto insorgere. Invece Rutelli ha scelto un silenzio incredibile, il fatto che non abbia parlato è la prova. Ora ci troviamo di fronte a un fatto compiuto, ma l´intreccio che lo ha determinato è chiarissimo».
La difesa della presunta «talpa» arriva dall´altro capo d´Europa. Rutelli arriva ad ammettere che ci sia stato «un gioco delle parti tra Pera e Casini». Ma oltre non si spinge. «Io non ho parlato con nessuno dei due prima, ho sentito il presidente del Senato il giorno dopo e mi ha detto che aveva deciso lui, autonomamente. A quel punto non restava che accettare la decisione». E tuttavia il rospo ingoiato non doveva essere così grosso, se non ha impedito a Willer Bordon, capogruppo al Senato della Margherita, di tirar fuori la voce per difendere a spada tratta l´operato di quel Pera che poche settimane prima, in occasione del dibattiti su Taormina, trattava da nemico della democrazia. Benedetta ingenuità, deve aver pensato Rutelli leggendo quelle dichiarazioni. A mezza bocca però, spezza anche lui, una lancia per il professore di palazzo Madama: «Ieri il presidente del Senato polacco mi ha chiesto di spiegargli come era andata da noi la nomina dei rappresentanti alla Convenzione. Gli ho risposto che era stata un po´ complicata e lui si è stupito. A Varsavia ha scelto lui, punto e basta».
Punto e basta. Come a dire: è stato uno spiacevole incidente, una di quelle risse fra alleati nelle quali entrambi tirano a fregarsi, dopodiché chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato, si volta pagina e si fa fronte comune contro il nemico che avanza. Invece, no. Perché la mareggiata che sconvolge il centrosinistra riporta a galla i relitti del passato. Di quello remoto, con l´eterna e irrisolta contesa fra le due anime dell´alleanza, che ha lasciato sul terreno il cadavere del governo Prodi e poi quello del governo D´Alema, spianando la via a Berlusconi. Di quello più recente, con il risultato del 13 maggio, la Margherita al 15 per cento e la Quercia al minimo storico, un risultato che ha riacceso da una parte le speranze di egemonia dall´altra i timori del sorpasso e del declino. E, a complicare le cose, ci si è messo anche il nuovo banco di prova delle Amministrative che quelle speranze e quei timori potrebbe confermare. In periferia, la guerra tra Ds e Margherita è già all´arma bianca. Tanto da coinvolgere perfino una ulivista come Antonella Spaggiari, sindaco di Reggio Emilia, che Rutelli adora e che avrebbe voluto nel ticket per palazzo Chigi, e tuttavia diessina: i centristi locali hanno messo in crisi la sua giunta.
E così, lo scontro non va in soffitta. Anzi. Il primo round è previsto per il coordinamento dell´Ulivo di dopodomani, ammesso che il centrosinistra, in lite anche su questo, si metta d´accordo sulla data. In quella occasione, con tutta probabilità, Rutelli dovrà fronteggiare la sfiducia della Quercia. Massimo D´Alema è chiaro: «Un nodo è venuto al pettine, non possiamo andare avanti con una coalizione organizzata in questo modo, dobbiamo prendere atto che l´opposizione è formata da un cartello di partiti e che essi devono trovare delle regole di convivenza». E´ quasi una liquidazione dell´Ulivo almeno nella forma che ha avuto finora, un modo di rispondere alla richiesta di ricostruire dalle fondamenta l´alleanza. E il tramonto dell´Ulivo, inevitabilmente, trascina con sé negli inferi anche il suo leader: «Bisogna rendersi conto che in questo momento non abbiamo particolare bisogno di un candidato premier. Propongo di rinviare il tema della leadership a una data più ragionevole». Nel frattempo, sia chiaro, la poltrona resta vacante. Inutile dire che Rutelli non ci sta. «Io vado avanti, so già come; ho le idee chiare e le esporrò al momento opportuno», assicura da Stoccolma. Se sarà costretto a scegliere però, la scelta cadrà sulla Margherita. «Prodi nel `98 non aveva dietro un partito, perciò ha fatto la fine che ha fatto», ha spiegato ai suoi uomini qualche tempo fa. Un´esperienza da non ripetere.
Dagospia.com 28 gennaio 2002
E´ evidente che uno non può essere leader dell´Ulivo e capo di un partito. Se vuole fare gli interessi del suo partito, non si capisce perché noi, che siamo una forza politica diversa, dovremmo farci rappresentare da lui. Non possiamo certo riconoscerci in qualcuno che ci vuole danneggiare». Massimo D´Alema è appena tornato da Reggio Calabria, dove ha commemorato Italo Falcomatà, sindaco antimafia dell´Ulivo. Ha parlato con i «compagni» calabresi, ha tastato il polso a quel che resta del partito dopo la sconfitta del 13 maggio. Ha sentito la rabbia sorda per lo schiaffo subito sulla Convenzione europea, per i rapporti tutt´altro che idilliaci con l´alleato della Margherita in periferia, la preoccupazione per le prossime amministrative. Sa che, dopo quanto è successo, se nulla cambiasse al vertice della coalizione, se Francesco Rutelli restasse lì come se niente fosse, la Quercia lo vivrebbe come un affronto e una resa. Per non parlare della sinistra interna, di Sergio Cofferati, pronti a sfruttare la debolezza dei leader «riformisti».
Così, dopo aver ragionato freddamente sui fatti, D´Alema ne trae le conseguenze politiche. Che suonano semplici: il maggior partito dell´Ulivo e il suo presidente sfiduciano il leader dell´alleanza. E non serve ora dire, come fa Rutelli in una pausa del convegno su politica e web che lo tiene inchiodato a Stoccolma, che «adesso bisogna stare attenti a non esasperare i problemi». Certo, l´ultimo dell´infinita serie di scontri nel centrosinistra non è nato da un´occasione particolarmente significativa. «Stiamo parlando», concorda D´Alema, «di un´assemblea di sherpa che deve svolgere un lavoro assolutamente preliminare, la cosa importante della Convenzione è la presidenza». E aggiunge con quel misto di orgoglio e di consapevolezza del proprio valore che così poco piace alla gente: «Per questo non sono né disperato né dispiaciuto per non esserci andato, non mi sarei sentito promosso, non mi sento fregato. Quando Fassino mi ha chiesto se ero disponibile, ho risposto di sì più che altro per quieto vivere...».
E allora? Che cosa ha trasformato la nomina di uno sherpa, seppure di elevatissimo livello, in una mina sulla quale il leader dell´Ulivo ha messo il piede e sulla quale rischia di saltare con la poltrona e tutto? Conoscendo il carattere e la memoria da elefante dei due protagonisti, è forte la tentazione di leggere nella vicenda un´eco personale, le antiche ruggini che li hanno sempre divisi. Da quando l´erede della più grande forza comunista d´Occidente mise il sindaco di Roma nel mazzo di quei «cacicchi» che volevano, a suo dire, riportare l´Italia al tempo di Giolitti e dei cento ras locali, attentando alla funzione democratica dei partiti. Fino alla battaglia sotterranea della prima estate del millennio, quando Rutelli lavorava nell´ombra per essere il candidato del centrosinistra a Palazzo Chigi, Veltroni incontrava Parisi sulla spiaggia bianca di Villasimius e dava il via libera all´operazione in cambio del Campidoglio, e D´Alema invece tifava per Giuliano Amato. Consigliandogli: «Ricevi Rutelli e dài tu l´annuncio che anche lui è in pista. Vedrai che la candidatura si sgonfierà come un soufflé malriuscito». Ma il leader della Quercia, come si sa, è maestro nel cucinare risotti, non soufflé. E la «nomination» dell´ex allievo di Pannella andò trionfalmente in porto.
D´Alema però, smentisce qualsiasi rancore, ogni desiderio di vendetta, qualsivoglia coloritura personale: «Io non sono arrabbiato con nessuno, ho parlato con tutti, anche con Rutelli, nella massima serenità. Se non fossi sereno non me ne andrei in giro, non sarei andato a Reggio a ricordare Falcomatà. Chi mi ha ascoltato parlare, e in prima fila c´erano tutti i rappresentanti della Margherita, sa che sono tranquillo». E allora, per capire, bisogna ritornare a quel fatale mercoledì in cui l´Ulivo è andato in pezzi. Bisogna fare un nuovo sopralluogo sulla scena del delitto. Intorno alla quale, il presidente dei Ds vede aggirarsi un mandante, un sicario e, poco più in là, un complice, una «talpa». Su un punto soltanto le ricostruzioni di D´Alema e di Rutelli concordano. Dice il primo: «Non ero candidato, la discussione era a un livello assolutamente preliminare». Spiega il secondo: «Nessuno aveva capito che Massimo voleva andare veramente alla Convenzione». E, preso l´abbrivio, vola: «Le discussioni interne all´Ulivo prevedevano due candidature, Andrea Manzella, se la nomina fosse toccata a un senatore, Enrico Letta se la scelta fosse caduta su un deputato. Di D´Alema non si era mai parlato. A un certo punto ne ho parlato io con Fassino, di mia iniziativa e lui mi ha risposto "aspettiamo, aspettiamo, non possiamo esporre il suo nome; se poi Casini designa Follini che cosa facciamo?".
Tre ore dopo è accaduto proprio questo, il presidente della Camera ha nominato l´uomo a lui più vicino. D´altro canto si sapeva che per la candidatura di D´Alema non esistevano le condizioni politiche, Casini è stato svelto a portare a casa il risultato e Pera ha fatto una cosa ovvia, osservando i nomi che erano in campo e scegliendo un centrista. Tutto qui, i fatti sono questi. E sono fatti incontestabili». Forse, ma non per D´Alema. Convinto che Casini, per il quale l´atteggiamento bipartisan è diventato in questi primi mesi di legislatura una seconda pelle, abbia preso atto a malincuore di quel che stava accadendo. Quanto a Follini «avvertito della mia candidatura, era pronto a tirarsi indietro. Me lo ha fatto sapere». No, per il leader della Quercia il mandante non è Casini, ma un´entità collettiva, la maggioranza, che prende ora le fattezze di Silvio Berlusconi, ora del leader di An: «E´ evidente che alla destra il mio nome non andava bene. Forse dava fastidio a Fini che ci fossi anch´io alla Convenzione...ma una cosa è certa, tutto quello che è successo, dall´accelerazione dei tempi alla conclusione, è stato determinato dalla volontà del centrodestra».
E il mandante ha trovato un sicario, seppur in quelle ore malandato dall´influenza, nel politico-filosofo che siede sullo scranno più alto di palazzo Madama. «Marcello Pera. E´ il presidente del Senato o un capobastone della maggioranza? Doveva nominare un rappresentante del Parlamento, non suo personale, e quindi doveva consultare i gruppi politici. Cosa che non ha fatto. Poteva aspettare, visto che la dead line per la nomina è il 31 gennaio. Tanto più che la vicepresidenza di Amato incontrava delle difficoltà, quindi, avevo suggerito, aspettiamo di vedere come va a finire. In questo modo, se fosse caduto, avremmo potuto recuperare Amato come rappresentante del Senato e lo si sarebbe potuto riproporre alla seconda carica della Convenzione. Pera non ha fatto nulla di tutto questo. Ha visto la possibilità di aprire una breccia nel centrosinistra e ha accelerato». Guai a mettere in dubbio la correttezza del cavaliere bianco di Montecitorio. Pera, si sa, sostiene di essersi messo in azione solo dopo che Casini aveva deciso per Follini.
La replica di D´Alema è durissima: «Mente. Casini, quando ha saputo che c´era in ballo il mio nome, ha chiamato Follini e gli ha detto "se c´è D´Alema, non ti posso designare". Tanto è vero che è nata così la candidatura di D´Onofrio. Dopodiché bisognava soltanto aspettare. Invece, alle dieci di sera, il presidente del Senato ha preso la sua decisione. Casini non ne sapeva niente, posso certificare che Casini a quell´ora non lavora già più...». In realtà, questo è il punto debole della ricostruzione. Perché la notizia che era stato chiuso l´accordo sui nomi di Follini e Dini, è arrivata ai giornali da Montecitorio, verso le otto e mezza. E parecchi testimoni sono pronti a giurare che a quell´ora Casini non aveva ancora ceduto alla stanchezza. Gli stessi testimoni però, assicurano che quella della terza carica dello Stato è stata soltanto una furbizia dell´ultim´ora, un tocco di mestiere naturale in un erede della tradizione scudocrociata: sapendo che la maggioranza aveva fatto muro contro l´ipotesi D´Alema e che Pera si apprestava a indicare Dini, Casini si è affrettato a bloccare l´altro posto per il fidato Follini, ad evitare scherzi.
Come che sia, nella ricostruzione di Massimo D´Alema, compare il terzo personaggio, «la talpa», l´uomo che ha avvertito che la vittima era in casa indifesa e ha aperto la porta al killer. E´ l´ultimo ad entrare in scena, ma ha un ruolo chiave e perciò diventa l´obbiettivo più prossimo della vendetta dell´ex presidente del Consiglio. «Tutto quel che è successo è la prova che c´è stato un grave elemento di scorrettezza anche nel centrosinistra. La destra e Pera hanno tentato un colpo di mano e hanno trovato una sponda nella Margherita. D´altra parte, se così non fosse, il capo dell´Ulivo avrebbe dovuto insorgere. Invece Rutelli ha scelto un silenzio incredibile, il fatto che non abbia parlato è la prova. Ora ci troviamo di fronte a un fatto compiuto, ma l´intreccio che lo ha determinato è chiarissimo».
La difesa della presunta «talpa» arriva dall´altro capo d´Europa. Rutelli arriva ad ammettere che ci sia stato «un gioco delle parti tra Pera e Casini». Ma oltre non si spinge. «Io non ho parlato con nessuno dei due prima, ho sentito il presidente del Senato il giorno dopo e mi ha detto che aveva deciso lui, autonomamente. A quel punto non restava che accettare la decisione». E tuttavia il rospo ingoiato non doveva essere così grosso, se non ha impedito a Willer Bordon, capogruppo al Senato della Margherita, di tirar fuori la voce per difendere a spada tratta l´operato di quel Pera che poche settimane prima, in occasione del dibattiti su Taormina, trattava da nemico della democrazia. Benedetta ingenuità, deve aver pensato Rutelli leggendo quelle dichiarazioni. A mezza bocca però, spezza anche lui, una lancia per il professore di palazzo Madama: «Ieri il presidente del Senato polacco mi ha chiesto di spiegargli come era andata da noi la nomina dei rappresentanti alla Convenzione. Gli ho risposto che era stata un po´ complicata e lui si è stupito. A Varsavia ha scelto lui, punto e basta».
Punto e basta. Come a dire: è stato uno spiacevole incidente, una di quelle risse fra alleati nelle quali entrambi tirano a fregarsi, dopodiché chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato, si volta pagina e si fa fronte comune contro il nemico che avanza. Invece, no. Perché la mareggiata che sconvolge il centrosinistra riporta a galla i relitti del passato. Di quello remoto, con l´eterna e irrisolta contesa fra le due anime dell´alleanza, che ha lasciato sul terreno il cadavere del governo Prodi e poi quello del governo D´Alema, spianando la via a Berlusconi. Di quello più recente, con il risultato del 13 maggio, la Margherita al 15 per cento e la Quercia al minimo storico, un risultato che ha riacceso da una parte le speranze di egemonia dall´altra i timori del sorpasso e del declino. E, a complicare le cose, ci si è messo anche il nuovo banco di prova delle Amministrative che quelle speranze e quei timori potrebbe confermare. In periferia, la guerra tra Ds e Margherita è già all´arma bianca. Tanto da coinvolgere perfino una ulivista come Antonella Spaggiari, sindaco di Reggio Emilia, che Rutelli adora e che avrebbe voluto nel ticket per palazzo Chigi, e tuttavia diessina: i centristi locali hanno messo in crisi la sua giunta.
E così, lo scontro non va in soffitta. Anzi. Il primo round è previsto per il coordinamento dell´Ulivo di dopodomani, ammesso che il centrosinistra, in lite anche su questo, si metta d´accordo sulla data. In quella occasione, con tutta probabilità, Rutelli dovrà fronteggiare la sfiducia della Quercia. Massimo D´Alema è chiaro: «Un nodo è venuto al pettine, non possiamo andare avanti con una coalizione organizzata in questo modo, dobbiamo prendere atto che l´opposizione è formata da un cartello di partiti e che essi devono trovare delle regole di convivenza». E´ quasi una liquidazione dell´Ulivo almeno nella forma che ha avuto finora, un modo di rispondere alla richiesta di ricostruire dalle fondamenta l´alleanza. E il tramonto dell´Ulivo, inevitabilmente, trascina con sé negli inferi anche il suo leader: «Bisogna rendersi conto che in questo momento non abbiamo particolare bisogno di un candidato premier. Propongo di rinviare il tema della leadership a una data più ragionevole». Nel frattempo, sia chiaro, la poltrona resta vacante. Inutile dire che Rutelli non ci sta. «Io vado avanti, so già come; ho le idee chiare e le esporrò al momento opportuno», assicura da Stoccolma. Se sarà costretto a scegliere però, la scelta cadrà sulla Margherita. «Prodi nel `98 non aveva dietro un partito, perciò ha fatto la fine che ha fatto», ha spiegato ai suoi uomini qualche tempo fa. Un´esperienza da non ripetere.
Dagospia.com 28 gennaio 2002