UNA VITA DA LUXURIA - WLADIMIRO GUADAGNO SI RACCONTA A "DIPIÙ" - STUDENTE MODELLO, CHIERICHETTO, A 6 ANNI LA SCOPERTA DELLA DIVERSITÀ: FUORI (QUASI) MASCHIO DENTRO DONNA SEMPRE - LE FOTO "MASCHIE" - "PER UN ANNO AMAI UNA DONNA.

È sempre più popolare, Vladimir Luxuria: un personaggio che non lascia indifferenti. Si veste da donna, dice di sentirsi una donna, ma per l'anagrafe è un uomo, Wladimiro Guadagno. é conosciuto per i suoi interventi in televisione, e per le sue esibizioni a teatro con i suoi travestimenti. Ora siede sui banchi del Parlamento italiano: è stato, infatti, eletto nelle fila di Rifondazione comunista e, indossando castigati tailleur, è impegnato in battaglie sociali. Ma chi è veramente Luxuria? Il romanzo della sua vita ce lo racconta lei stessa in questo suo memoriale a puntate. Vladimir Luxuria per "Dipiù" - prima puntata

La mamma un giorno disse a mio padre: "Antonio, sono rimasta incinta". Nulla di strano se non fosse che lei aveva 18 anni, mio padre 20, non erano ancora sposati ed entrambi vivevano a Foggia, città un tempo molto attaccata alle tradizioni: non certo avvezza, insomma, a digerire scandali di alcunché. Quindi, ancora prima di venire al mondo, mi accompagnava quella parola, scandalo, che a lungo ha poi fatto parte della mia vita.
Quando mia madre comunicò alla famiglia che mi aspettava, i suoi vollero immediatamente porre una toppa a quella gravidanza che li metteva in cattiva luce agli occhi della gente. Così, in un freddissimo gennaio, mamma si ritrovò all'altare con un semplice tailleur color panna e di lì a poco nacqui io, in una clinica privata di Foggia, il 24 giugno del 1965, costringendo mia madre a dire addio per sempre alla sua spensieratezza. I miei genitori, comunque felici per questo dono di Dio, in onore del nonno paterno mi chiamarono come lui: "Wladimiro", convinti che avrei portato in alto il nome di quel nonno così virile, che era stato fedele discepolo di Mussolini durante il fascismo.

Anche in quel caso, la mia vita lo racconta, mai aspettativa fu più infondata. In realtà, fin dall'inizio della mia vita, io mi sono sentita una bambina, poi mi sono sentita una donna, e quindi, come potrete leggere, stendo il mio memoriale al femminile.
Da bambina sono cresciuta nella casa di campagna dei miei nonni paterni dove mamma svolgeva il lavoro di casalinga, mentre papà se ne stava fuori la maggior parte dei giorni perché guidava il camion e faceva il trasportatore di polli. Negli anni sono venuti a farmi compagnia anche altri fratelli: Laura, Barbara, Cristina e Glauco, ma è stato soprattutto con le prime due sorelle che ho avuto il rapporto più intenso, per via dell'età molto ravvicinata. Non ci mancava niente, malgrado fossimo gente umile.

"A SCUOLA ANDAVO BENISSIMO" Ricordo, con gioia, la passione che avevo nel vivere in campagna: adoravo gli animali, specie le mucche e i maiali, e quando nonno mi accompagnava nelle loro stalle stavo ore e ore a guardarlo lavorare: percepivo la riconoscenza che quelle bestie avevano nei suoi confronti quando lui le nutriva. Ero sensibile e proprio non capivo che cosa ci provassero i miei compagni di giochi a divertirsi con le pistole giocattolo, o a tirare quattro calci a un pallone. "Wladimiro, quando ti deciderai a diventare un campione di football?", dicevano gli amici, rincorrendo un sogno che non si sarebbe mai realizzato. Preferivo di gran lunga stare sola, oppure accompagnare le mie sorelle per campi, a raccogliere fiori, a parlare di vestiti, a piangere per una poesia d'amore imparata a scuola. Eh già, la mia anima femminile non ha tardato molto a farsi viva nella mia esistenza. E se proprio devo dirla tutta non ricordo nessun giorno della mia infanzia in cui io mi sia sentita maschio. Mai.

Tanto è vero che il mio corpo, che aveva tutto del maschietto, a cominciare dai vestiti che spesso mia madre mi confezionava, cominciò ben presto a dare qualche segnale all'esterno della mia, io la definisco così, natura femminile. Che veniva fuori quando, intorno ai 6 anni, al secondo piano della palazzina in cui vivevo, giocavo con il mio migliore amico dell'epoca. Facevamo insieme "la televisione", mettendoci dietro una scatola di scarpe con un buco al centro. Lui si improvvisava conduttore, telegiornalista e presentatore. Mentre io gli dicevo: "Io faccio la valletta o la showgirl".

Andavo a rubare qualche vestito delle mie sorelle, raffazzonavo qua e là sciarpe e trucchi, poi mi travestivo cercando di essere il più possibile simile alle bellezze femminili che vedevo in TV. Il mio amico non si scomponeva, non viveva affatto male questa mia tendenza. Anche perché, per me, era naturale.
I miei genitori, all'inizio, trovarono queste mie esibizioni una sorta di estroversione che con il tempo avrei indirizzato in qualche forma di arte. Del resto, sempre in quel periodo, mi era presa la fissa di collezionare i pupazzetti che una marca di formaggini regalava in ogni confezione. E, con quei pupazzetti, ogni pomeriggio, inscenavo un piccolo spettacolo per le mie sorelle, le cui trame erano tutte inventate da me. Diceva mia mamma alle amiche: "Probabilmente Wladimiro diventerà un regista o, meglio ancora, uno scrittore". Con il senno del poi sono convinta che mamma già avesse percepito che in me c'era qualcosa di diverso, ma preferì non affrontare con se stessa questo discorso, per molto tempo. Quello dei giochi con il mio amico, però, fu uno degli ultimi periodi sereni della mia infanzia, perché poi iniziai ad andare a scuola e tutto divenne più difficile.
Dietro ai banchi di scuola ero bravissima. Collezionavo voti eccellenti, mi piaceva studiare, leggere, scrivere. Le materie umanistiche come la Storia erano il mio cavallo di battaglia. Ma ero troppo brava, troppo taciturna, troppo sensibile per non dare nell'occhio. E i miei compagni, le mie insegnanti, non comprendevano appieno il perché del mio comportamento. Lo sapevo io. Preferivo fermarmi a parlare con le ragazzine, attaccare sul diario la foto del cantante del momento, piuttosto che organizzarmi in gruppo come fanno di solito i maschi: i loro discorsi, le loro scelte ludiche non corrispondevano affatto alle mie inclinazioni. Tra l'altro, non perdevo mai la testa per una ragazzina e non mi interessava avere la meglio sulla più bella.

A me di quella, come di tutte le altre ragazzine, non importava un bel niente. Chi guardavo, invece, chi davvero aveva scosso per un attimo la mia anima facendomi provare pulsioni molto simili all'amore, anche se a quella età è un po' prematuro, era il mio compagno di banco. Così, mi estraniavo dal gruppo, mi isolavo. E in questo mio eremo riflettevo su quello che accadeva in me, sullo strano sconvolgimento che trovavo del tutto naturale, ma che il mondo circostante rifiutava. Infatti, i miei compagni di scuola spesso mi insultavano dandomi della "femminuccia" e scimmiottavano le mie movenze riducendo la mia immagine a una triste caricatura. Altri, addirittura, arrivarono persino a picchiarmi e a sputarmi in faccia accusandomi per la mia diversità. Per me fu un trauma, che come un ciclone si impresse sulla mia anima. Cominciai a pensare, sbagliando, che gli altri avevano ragione e che il marcio era solo mio. Piangevo spesso, chiusa nella mia camera da letto.

"SERVIVO MESSA COME CHIERICHETTO" E mi domandavo: "Wladimiro dove stai sbagliando? In che modo puoi cavartela e uscire da questa situazione?". Con mamma e papà, purtroppo, non potevo sfogarmi. Temevo, infatti, che se avessi rivelato la mia vera natura, loro non avrebbero capito e mi avrebbero giudicato, punendomi. Così, per trovare pace, cominciai a frequentare ancora più assiduamente la Chiesa che stava a pochi passi da casa nostra. Soltanto lì mi sentivo meglio, perché nessuno mi offendeva e capivo di essere protetta, soprattutto da me stessa e da quello che stava avvenendo in me. Per anni servii messa come chierichetto e pensai che se avessi fatto il prete avrei trovato, finalmente, la strada per la salvezza. Volevo, infatti, abbracciare una vita votata alla castità: l'unica via, pensavo, che mi avrebbe tenuto lontano dalle mie inclinazioni che vivevo come un peso e, devo dire, mi spaventavano anche molto.
Ci credevo, era quasi un fioretto, fino a quando non capitò uno degli episodi più brutti della mia giovinezza. Successe quando non avevo ancora 15 anni. Con la classe eravamo in gita scolastica. Dovevamo intrattenerci fuori una notte e capitò che, stando all'assegnazione degli alloggi fatta dagli insegnanti, io mi ritrovai nella stanza d'albergo con altri due compagni di classe. Loro, avevano l'aria virile di chi non teme niente e ama le sfide. Io, all'opposto, vivevo male quella convivenza forzata, perché non mi sentivo a mio agio e mi vergognavo di fronte alla loro spavalderia. Quella sera si divertirono a parlare di ragazze e di esperienza vissuta. Poi, avendo intuito le mie inclinazioni, cominciarono a corteggiarmi. Io, che fino a quel momento avevo cercato di mantenermi pura per via della castità che avevo innalzato come uno scudo, alla fine accettai.



"PER UN ANNO AMAI UNA DONNA" Vissi quella sera come una violenza che feci a me stessa, perché come dicevo ero venuta meno alla promessa di castità che avevo fatto a Dio e a me. Ma le conseguenze furono anche altre, per non dire peggiori. I due ragazzi, il giorno dopo, cominciarono a ricattarmi dicendo: "O ci dai tutti i soldi che hai, o andiamo a dire in giro che tu ci hai provato con noi". Replicai dicendo che erano stati loro a stuzzicarmi per primi, ma in tutta risposta dissero: "Lo sanno tutti che sei una mezza femmina e che ti piacciono i maschi. Nessuno ti crederebbe mai!". Abbassai gli occhi, trattenendo un pianto convulso e silenzioso. E dalle mie tasche, tirai fuori le 10mila lire che mamma e papà mi avevano dato per la gita. Di fronte a quel ricatto così subdolo ci rimasi malissimo e crollai definitivamente.

Abbandonai, dunque, la chiesa e l'idea di farmi prete perché comunque non era quella la strada che dovevo percorrere per risolvere i miei problemi, e caddi in depressione. Non mangiavo più, dimagrivo giorno dopo giorno a vista d'occhio. Intorno a me percepivo solo astio e le uniche persone con le quali mi sentivo serena erano alcuni compagni di scuola, quelli per intenderci che aiutavo nello studio perché io continuavo a essere una studentessa modello, e le mie sorelle, con le quali potevo confidarmi. Ma i problemi, ora lo capisco, più che altro venivano da me stessa. Non accettavo la mia natura: capivo che la mia diversità avrebbe fatto soffrire i miei genitori, e non sarebbe mai stata accettata dalla società nella quale vivevo. Così, un giorno, ero in seconda superiore iscritta all'istituto di ragioneria, presi una decisione importante che, a mio avviso, avrebbe cambiato molte cose nella mia vita.

Dissi a me stessa: "Perché non tentare di instaurare un rapporto sentimentale con una ragazza?". Forse, pensavo io all'epoca, se fossi riuscita ad amare per la prima volta una donna, avrei gettato definitivamente alle spalle quelle inclinazioni che tanto mi facevano soffrire. Questo pensiero mi balenò alla mente perché in classe, seduta accanto a me, c'era una ragazza stupenda che io adoravo. Dall'inizio dell'anno scolastico tra me e lei le cose andavano molto bene. Ci guardavamo, spesso ci fermavamo in corridoio a parlare. E poi, esteticamente, corrispondeva esattamente al mio ideale di donna. Era riccia, aveva gli occhi profondi e il suo sorriso contagiava per la luminosità che trasmetteva.

Un giorno pensai: "Lei mi piace davvero, forse è lei la donna che mi farà cambiare". Decisi, così, di corteggiarla. Cominciai con il mandarle dei bigliettini durante le lezioni con su scritto frasi del tipo: "Mi piaci e io ti piaccio?", fino a quando mi convinsi a invitarla fuori a cena perché lei mi aveva fatto capire subito di essere il suo tipo. Ero emozionantissima. Fino a quel momento non avevo mai chiesto a una donna di uscire per conquistarla: non sapevo proprio come comportarmi. Per quell'evento curai molto il mio aspetto, cercando di apparire il più maschio possibile. L'unico vezzo femminile che continuavo a concedermi erano i capelli lunghi, per il resto sembravo un vero uomo. Con lei, quella sera, malgrado la mia palpabile emozione, fu del tutto naturale. Tanto che ci scambiammo il primo bacio: era la prima volta che mi trovavo abbracciata a una donna e, per di più, la baciavo. Lei era dolce, sensibile e starle vicino in quel modo mi trasmetteva calore e affetto.

Quella sera tornai a casa entusiasta e, tra me e me, dissi: "Sono guarita!". Ma la realtà era un'altra. Perché più il nostro rapporto andava avanti nei mesi, e più io capivo che oltre ai baci non riuscivo ad andare. Cioè, lei mi piaceva, sia chiaro. Ma quando tra di noi le cose cominciarono a farsi più serie e lei mi fece capire che era disposta ad andare oltre, io mi bloccai: non mi piaceva. Non c'era alcuna passione, non riuscivo. All'inizio mi giustificavo dicendole che l'emozione della prima volta blocca chiunque, soprattutto i più sensibili come ero io. Ma più andavo avanti e più mi rendevo conto che i miei veri interessi erano altri. E se accanto a noi passava un ragazzo carino, io non ci pensavo su due volte e mi giravo a guardarlo, cercando di non farmi sorprendere da lei.

Insomma, dopo un anno trascorso con quella ragazza, capii che non potevo più nascondermi e, soprattutto, non potevo più ingannare l'unica donna che, seppure platonicamente, avevo amato in tutta la mia vita. Così, un giorno, la presi in disparte e le parlai: "Cara, mi dispiace, ma non riesco ad amarti come tu vorresti. Il mio vero interesse sono gli uomini e andare avanti a suon di menzogne non è giusto né per te, né per me. Mi fa sentire un verme". Fu la prima volta che parlai apertamente della mia sessualità a una persona e, soprattutto, era la prima volta che parlavo francamente anche a me stessa. Fino ad allora avevo cercato di nascondermi, giudicando le mie inclinazioni una malattia da guarire. Invece, dopo quell'anno trascorso con lei, capii finalmente ciò che ero e giurai a me stessa che non sarei mai più sfuggita alla mia vera natura. Lei, di fronte alla mie parole, pianse a dirotto. Non voleva crederci, temeva che mi fossi inventata una bugia per coprire che non mi piaceva, ma poi capì che era tutto vero.

"I MIEI ERANO ALL'OSCURO DI TUTTO" Da quel giorno in classe, dinanzi ai miei compagni, non finsi più di essere una eterosessuale. Gli unici a rimanere all'oscuro di tutto, tuttavia, continuavano a essere i miei genitori. Loro no, loro non avevo il coraggio di affrontarli. Mentre le mie sorelle, alle quali avevo raccontato tutto, divennero le mie complici e le mie più grandi amiche anche se, e mi vergogno a dirlo, feci un errore che ancora adesso non mi perdono: mi misi in competizione con loro. Loro erano donne, sotto tutti i punti di vista, mentre io ero costretta a vivere il mio desiderio di esserlo di nascosto. Così un giorno, forse rosa dall'invidia, per ripicca nei confronti di mia sorella più grande Laura decisi di corteggiare il suo fidanzato. Fu una scelta meschina, lo so. Ma credo di essere stata gelosa della loro felicità: potevano vivere il rapporto alla luce del sole, davanti a tutti, mentre io dovevo continuare a nascondermi. Non mi feci alcuno scrupolo e cominciai a corteggiare quel ragazzo. Lui, che comunque si rivelò fin da subito molto attratto, alla fine capitolò e accettò. La mattina dopo, però, capii che avevo fatto l'errore più vergognoso di tutta la mia vita. Mi sentii un verme, un essere indegno dell'affetto che mia sorella mi aveva sempre dato. Nei giorni successivi i sensi di colpa cominciarono a non darmi tregua. Così, decisi di affrontare Laura per dirle tutta la verità, ma non sapevo se mi avrebbe mai perdonato.

1 - Continua


Dagospia 06 Febbraio 2007