MATTEO E CESARE, PACE IMPOSSIBILE - LO SCONTRO DI POTERE SI È RISOLTO ALL'INTERNO DI UNA "SCATOLA NERA" CHE NESSUNO PUÒ APRIRE - LA LETTERA CHE L'AD HA SCRITTO NON È DI SCUSE MA UNA VIA D'USCITA PER EVITARE L'IMPASSE IN CUI LO SCONTRO SI ERA CACCIATO.
Francesco Manacorda per La Stampa
Hanno firmato entrambi l'armistizio ma - sorpresa - il foglio è bianco. Quella tra Cesare Geronzi e Matteo Arpe, è la facile scommessa degli analisti che ieri affollano la presentazione di risultati 2006 di Capitalia, è una tregua di facciata la cui tenuta sarà faticosa e la cui durata incerta. Troppo violento lo strappo a livello personale, troppo differenti le valutazioni sull'esito della vicenda mentre lo scarso inchiostro del trattato è ancora fresco. E troppo difficile, dunque, pensare ad Arpe e Geronzi che marciano a braccetto verso quel futuro di consolidamento bancario che entrambi sostengono di vedere e volere per Capitalia.
Del resto azionisti e mercato avranno pur tirato un respiro di sollievo di fronte al colpo di scena di giovedì pomeriggio - quando la sorte di Arpe è cambiata in modo repentino mentre veniva resa nota una lettera di chiarimento dall'ad al presidente. Ma restano almeno due fatti che cozzano frontalmente contro l'«happy end» in salsa romana. In primo luogo nessuno, mercato compreso, ha potuto sapere che cosa si siano esattamente detti presidente e ad nelle tre ore di faccia a faccia dell'altra mattina.
Lo scontro di potere all'interno di Capitalia si è - almeno apparentemente - risolto all'interno di una «scatola nera» che nessuno può aprire; il passaggio in consiglio, che avrebbe forse aiutato a chiarire qualche dettaglio, è svanito. Secondo punto critico: a ventiquattro'ore dall'armistizio l'interpretazione dei due protagonisti della vicenda diverge pericolosamente. «Di sicuro vorrete avere spiegazioni di quello che è successo, non lo sappiamo nemmeno noi», è la dichiarazione rivelatrice di Arpe agli analisti.
Parole in linea con la sua posizione: da Geronzi non è mai arrivata alcuna accusa concreta, la lettera che l'ad ha scritto non è di scuse ma di semplice chiarimento, si è trattato di una «way-out», una via d'uscita per evitare l'impasse in cui lo scontro si era cacciato. Da Milano a Roma, da Arpe a Geronzi - però - la lettura dei fatti cambia radicalmente. Il presidente, ad esempio, ha particolarmente apprezzato la lettera dell'avvocato Ripa di Meana nel passaggio in cui dice di aver «molto ammirato l'alto senso istituzionale del presidente Geronzi, il quale ha anteposto l'interesse di Capitalia a qualsiasi altra considerazione». E fonti vicine allo stesso Geronzi, parlando della missiva chiarificatrice di Arpe, sottolineano «l'aspettativa che alle promesse corrispondano i comportamenti» e spiegano anche che «il consiglio ha tutta l'intenzione di riappropriarsi di funzioni che gli appartengono».
Premesse difficili per un'intesa futura. Specie se si pensa che anche sul tema fondamentale - le ragioni del conflitto - le posizioni restano diametralmente opposte. Due sembrano essere i temi sollevati da Geronzi e respinti con fermezza dall'ad durante il faccia a faccia di giovedì. La mossa di Arpe durante la prima interdizione del presidente la scorsa primavera - quando l'ad comprò il 2% di Intesa sterilizzando così qualsiasi mossa della banca milanese su quella romana - e poi un colloquio dello stesso amministratore delegato con Emilio Botin, patron del Santander.
Che cosa si dissero i due in quell'incontro che ieri Arpe ha confermato dicendo anche di avere «un ottimo rapporto» con il banchiere iberico? Ci fu una semplice richiesta di informazioni sulle intenzioni degli spagnoli relative ad Abn o invece - come sostengono gli olandesi azionisti di Capitalia - i contatti si spinsero al punto di ipotizzare un'Opa del Santander su di loro? In via Minghetti restano su questo punto, come su altri, due verità. E se per ora la situazione appare stabilizzata è difficile scommettere sulla sua tenuta quando Capitalia dovrà rimettersi in moto per le aggregazioni bancarie.
I famosi tre mesi di «assoluta stabilità» pronosticati da Geronzi sono intanto diventati poco più di due e il presidente intende giocare un ruolo da regista, forte anche di un'esperienza che parte vent'anni fa, nel consolidamento bancario. La presenza di Arpe sarà un vantaggio o un ostacolo per le mosse future? Ai piani alti di Capitalia non si raccoglie una risposta, ma una battuta: «Repetita non iuvant».
Dagospia 24 Febbraio 2007
Hanno firmato entrambi l'armistizio ma - sorpresa - il foglio è bianco. Quella tra Cesare Geronzi e Matteo Arpe, è la facile scommessa degli analisti che ieri affollano la presentazione di risultati 2006 di Capitalia, è una tregua di facciata la cui tenuta sarà faticosa e la cui durata incerta. Troppo violento lo strappo a livello personale, troppo differenti le valutazioni sull'esito della vicenda mentre lo scarso inchiostro del trattato è ancora fresco. E troppo difficile, dunque, pensare ad Arpe e Geronzi che marciano a braccetto verso quel futuro di consolidamento bancario che entrambi sostengono di vedere e volere per Capitalia.
Del resto azionisti e mercato avranno pur tirato un respiro di sollievo di fronte al colpo di scena di giovedì pomeriggio - quando la sorte di Arpe è cambiata in modo repentino mentre veniva resa nota una lettera di chiarimento dall'ad al presidente. Ma restano almeno due fatti che cozzano frontalmente contro l'«happy end» in salsa romana. In primo luogo nessuno, mercato compreso, ha potuto sapere che cosa si siano esattamente detti presidente e ad nelle tre ore di faccia a faccia dell'altra mattina.
Lo scontro di potere all'interno di Capitalia si è - almeno apparentemente - risolto all'interno di una «scatola nera» che nessuno può aprire; il passaggio in consiglio, che avrebbe forse aiutato a chiarire qualche dettaglio, è svanito. Secondo punto critico: a ventiquattro'ore dall'armistizio l'interpretazione dei due protagonisti della vicenda diverge pericolosamente. «Di sicuro vorrete avere spiegazioni di quello che è successo, non lo sappiamo nemmeno noi», è la dichiarazione rivelatrice di Arpe agli analisti.
Parole in linea con la sua posizione: da Geronzi non è mai arrivata alcuna accusa concreta, la lettera che l'ad ha scritto non è di scuse ma di semplice chiarimento, si è trattato di una «way-out», una via d'uscita per evitare l'impasse in cui lo scontro si era cacciato. Da Milano a Roma, da Arpe a Geronzi - però - la lettura dei fatti cambia radicalmente. Il presidente, ad esempio, ha particolarmente apprezzato la lettera dell'avvocato Ripa di Meana nel passaggio in cui dice di aver «molto ammirato l'alto senso istituzionale del presidente Geronzi, il quale ha anteposto l'interesse di Capitalia a qualsiasi altra considerazione». E fonti vicine allo stesso Geronzi, parlando della missiva chiarificatrice di Arpe, sottolineano «l'aspettativa che alle promesse corrispondano i comportamenti» e spiegano anche che «il consiglio ha tutta l'intenzione di riappropriarsi di funzioni che gli appartengono».
Premesse difficili per un'intesa futura. Specie se si pensa che anche sul tema fondamentale - le ragioni del conflitto - le posizioni restano diametralmente opposte. Due sembrano essere i temi sollevati da Geronzi e respinti con fermezza dall'ad durante il faccia a faccia di giovedì. La mossa di Arpe durante la prima interdizione del presidente la scorsa primavera - quando l'ad comprò il 2% di Intesa sterilizzando così qualsiasi mossa della banca milanese su quella romana - e poi un colloquio dello stesso amministratore delegato con Emilio Botin, patron del Santander.
Che cosa si dissero i due in quell'incontro che ieri Arpe ha confermato dicendo anche di avere «un ottimo rapporto» con il banchiere iberico? Ci fu una semplice richiesta di informazioni sulle intenzioni degli spagnoli relative ad Abn o invece - come sostengono gli olandesi azionisti di Capitalia - i contatti si spinsero al punto di ipotizzare un'Opa del Santander su di loro? In via Minghetti restano su questo punto, come su altri, due verità. E se per ora la situazione appare stabilizzata è difficile scommettere sulla sua tenuta quando Capitalia dovrà rimettersi in moto per le aggregazioni bancarie.
I famosi tre mesi di «assoluta stabilità» pronosticati da Geronzi sono intanto diventati poco più di due e il presidente intende giocare un ruolo da regista, forte anche di un'esperienza che parte vent'anni fa, nel consolidamento bancario. La presenza di Arpe sarà un vantaggio o un ostacolo per le mosse future? Ai piani alti di Capitalia non si raccoglie una risposta, ma una battuta: «Repetita non iuvant».
Dagospia 24 Febbraio 2007